COP26, a Glasgow incontro decisivo per il Climate Change

COP26
Glasgow, COP26

Unire il Mondo per affrontare il cambiamento climatico. Cosa è COP26, cosa promettono i Paesi più industrializzati, cosa chiedono i più vulnerabili  

Dal 31 ottobre al 12 novembre 2021, alla 26° Conferenza delle Parti (COP 26) della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici, organizzata a Glasgow dal

COP26, il Mondo unito per salvare il Pianeta

Regno Unito in partnership con l’Italia, si deciderà il futuro del mondo. Obiettivo principale del vertice, a cui parteciperanno insieme alle loro delegazioni  196 leader politici provenienti da tutto il pianeta oltre ai rappresentanti delle comunità indigene, per un totale di oltre 20mila persone,, è far sì che sia rispettato il target di contenimento del riscaldamento globale (+1,5 °C) e per questo scopo è necessario aggiornare gli impegni di riduzione delle emissioni che sono assegnati a ciascun Paese sulla base dell’Accordo di Parigi del 2015. La traiettoria delle emissioni climalteranti dovrà essere invertita attraverso una trasformazione dei sistemi industriali, energetici e di trasporto, nonché dell’intero stile di vita. Le modifiche necessarie sono economicamente accessibili e tecnicamente possibili. Come ricorda il governo britannico nel presentare l’evento, «il cambiamento climatico è il rischio più grave che noi tutti stiamo fronteggiando. Nonostante le opportunità che ci sono concesse, non stiamo agendo in modo abbastanza rapido».

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Nonostante la COP sia un evento annuale, la COP26 è la prima edizione che segue lo scoppio della pandemia di COVID-19. Questo crea una sorta di “evento nell’evento”, sia per confrontarsi su ciò che ha significato affrontare un periodo senza precedenti come quello pandemico, sia per definire più chiaramente gli obiettivi climatici a seguito della COP25, tenutasi a Madrid nel dicembre 2019.

I temi in agenda sono davvero tanti. Eccoli in sintesi:

  • dimezzare le emissioni in otto anni
  • raggiungere un sistema a zero emissioni nette entro la metà del secolo
  • creare un mercato del carbonio globale
  • porre le basi della finanza climatica, ricercando risorse per la resilienza dei territori più vulnerabili
  • limitare i danni associati agli eventi estremi dei cambiamenti climatici
Il primo giorno di lavori alla COP26 di Glasgow

 Oggi tra i maggiori inquinatori ci sono Cina, India, Sudafrica, ma non sono loro ad avere la responsabilità storica del cambiamento climatico, bensì i Paesi con economie avanzate, che hanno iniziato a inquinare dalla metà del 1700. A Glasgow le delegazioni e le diplomazie lavoreranno intensamente, dopo i primi accordi del G20 appena concluso a Roma, per dare concretezza all’impegno contro i cambiamenti climatici.

Gli Usa

Gli Stati Uniti hanno già comunicato, nell’aprile 2021, al Segretariato delle Nazioni Unite il loro impegno nazionale per il 2030: raggiungere l’obiettivo di diminuire del 50% – 52% le attuali emissioni, rispetto a quelle del 2005.

L’Europa del “Green Deal”

L’Europa ha l’aspirazione di diventare il primo continente climaticamente neutro nel 2050 (con emissioni nette pari a zero). Per mantenere la traiettoria emissiva in linea con i propositi annunciati intende arrivare al 2030 con il 55% in meno delle emissioni rispetto al 1990. Ha messo in campo iniziative, soprattutto di natura legislativa e regolatoria che, attraverso il “Green Deal”, costituiranno la base per il rafforzamento delle disposizioni normative indirizzate a creare i presupposti di un’economia e un’industria a basso contenuto di carbonio.

La Gran Bretagna

Il Regno Unito vuole accelerare le iniziative per perseguire una riduzione del 78% delle emissioni climalteranti entro il 2035 e, per la prima volta, saranno coinvolti anche il settore marittimo e quello dell’aviazione.

Le priorità della Cina, principale emettitore mondiale di Co2

La Cina ha impostato la sua strategia di riduzione delle reali emissioni di gas a effetto serra prevedendo tempi non compatibili con il traguardo ritenuto fondamentale per limitare l’aumento del riscaldamento globale entro limiti di sicurezza. La Cina proseguirà con il suo piano industriale, che la porterà a raggiungere il picco delle emissioni al 2030, a partire dal quale ridurrà progressivamente la propria intensità carbonica (emissioni su PIL) del 60% – 65% con la prospettiva di centrare la “Net Zero Emissions” prima del 2060. Un primo successo della sua linea – simile a quello della Russia – lo ha ottenuto proprio al G20 di Roma, dato che nella dichiarazione finale l’obiettivo dell’azzeramento di CO2 è stato fissato genericamente “a metà del secolo”.

Brasile, India e Russia

Il Brasile, pur avendo indicato di diminuire le proprie emissioni di GHG del 43% al 2030, rispetto al 2005, ha assunto un indirizzo analogo alla Cina dichiarando di raggiungere la neutralità climatica nel 2060. L’India, invece, ancora non ha comunicato i nuovi obiettivi e fino ad ora ha confermato le sue iniziative di contenimento delle emissioni che comporteranno una riduzione dell’intensità carbonica (emissioni su PIL) pari al 33% – 35% al 2030, rispetto al 2005. La Russia nel novembre 2020 ha confermato l’importanza che hanno gli ecosistemi naturali, come le foreste, che costituiscono bacini di assorbimento di carbonio molto importanti. Nel definire il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni, quindi, ha considerato anche la quota assorbita dai sinks forestali dichiarando di raggiungere una diminuzione del 70% delle emissioni entro il 2030, rispetto al 1990.

Passare dalle parole ai fatti

La Terra è in “codice rosso”: bisogna agire ora e senza indugi, cercando elementi di raccordo fra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo per iniziative di cooperazione internazionale che facilitino la costruzione di un’economia incentrata su un uso efficiente delle risorse, che trasformi i residui della produzione industriale in beni ulteriormente utilizzabili, secondo un modello “circolare” in contrapposizione all’attuale modello “lineare”.

 

 

 

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