Elevato “grado” di paura tra siccità, caldo record e biodiversità a rischio

Fonte: Pixabay.com

Il surriscaldamento climatico fa 90: in diversi Paesi africani scatta l’emergenza. Il Mediterraneo potrebbe tropicalizzarsi e l’Italia divora troppe risorse naturali

 

Rieccolo il tema del riscaldamento globale. Siccità, allarme dell’Onu sul raggiungimento di temperature record e prime ondate di calore dell’anno registrate a marzo. E, come se non bastasse l’emergenza che arriva soprattutto dal continente africano e lanciata da Unicef, adesso si aggiunge anche l’allarme per la tutela della biodiversità nel Mediterraneo, con il conseguente rischio della tropicalizzazione delle specie viventi nelle acque in questione. Almeno, stando a quanto emerso nell’ambito di uno studio, pubblicato su una rivista scientifica americana.
L’attività umana sulla Terra, che determina un aumento dell’effetto serra, già da qualche tempo ha iniziato a mostrare un assaggio delle sue conseguenze, con temperature anomale e innalzamento della colonnina di mercurio a livelli mai avvertiti prima. Prevenire è sempre meglio che curare. Pertanto, proprio in queste settimane, non sono mancate le attività di sensibilizzazione che hanno visto in prima linea i migliori ambasciatori del corretto modus operandi: i bambini.

El Nino (Fonte: everyeye.it)

El Nino inonda di caldo i territori lontani

Oltre 20 milioni di persone nell’Africa meridionale stanno affrontando una grave crisi alimentare a causa della siccità indotta da El Nino, il fenomeno climatico che provoca inondazioni nelle aree direttamente interessate, ma anche siccità nelle zone più lontane da esso. Altri fenomeni riguardano perturbazioni variabili a ogni sua manifestazione. I paesi in via di sviluppo, legate all’agricoltura e alla pesca – in particolare quelli che si affacciano sull’Oceano Pacifico -, ne sono i più colpiti. sebbene si ritenga possa avere effetti anche su scala globale, attraverso modificazioni della circolazione atmosferica in tutto il pianeta. La siccità causata negli stati africani sta minacciando la salute e la vita di milioni di persone, in particolare bambini, donne incinte e anziani.
ActionAid, la federazione globale impegnata in oltre settanta Paesi poveri del mondo per sradicare la povertà e promuovere sia la giustizia sociale sia l’uguaglianza di genere, chiede celeri interventi di sostegno alla Comunità internazionale. Mosse urgenti per affrontare la crisi, tra cui la distribuzione di cibo e il sostegno ad attività alternative per la sopravvivenza delle comunità nei Paesi colpiti dall’ondata di caldo.

Il martirio africano: milioni di bambini a rischio nelle aree orientale e meridionale

Nel fine settimana, il Presidente del Malawi, Lazarus Chakwera, ha dichiarato lo Stato di calamità in 23 dei 28 distretti del Paese, a causa delle conseguenze di El Niño. Piogge inadeguate, inondazioni e periodi di siccità protratti hanno causato gravi danni alle colture e alla produzione alimentare, con un impatto su due milioni di famiglie (un numero stimato di 9 milioni di persone, tra cui 4,59 milioni di bambini).
In Sud Sudan, i bambini e i giovani sono tra le persone più a rischio per la crisi climatica.  A causa di un’ondata di caldo estremo, le autorità hanno recentemente ordinato la chiusura delle scuole per due settimane e ai bambini è stato consigliato di rimanere in casa perché si prevede che le temperature raggiungeranno i 45°C, con un impatto su 2,2 milioni di studenti.
In Zambia, il governo ha recentemente dichiarato l’emergenza nazionale per la siccità che ha colpito ampie zone del Paese e 6,5 milioni di persone, tra cui 3 milioni di bambini. Questo avviene in seguito alle devastanti inondazioni che hanno aggravato l’epidemia di colera nel Paese, con oltre 22.000 casi e con bambini colpiti in modo sproporzionato. Con l’aumento delle temperature e la scarsità di risorse idriche, i bambini corrono rischi maggiori di malnutrizione, disidratazione e malattie. Si prevede che quest’anno 2,4 milioni di persone soffriranno di grave insicurezza alimentare.
In Zimbabwe, il fenomeno El Niño ha sconvolto i modelli di precipitazioni, causando una prolungata siccità. Le famiglie stanno affrontando l’insicurezza alimentare, la scarsità d’acqua e una maggiore vulnerabilità, anche alla violenza e allo sfruttamento. Queste sfide arrivano in un momento in cui il Paese sta rispondendo anche alle epidemie di colera e di poliomielite, che potrebbero portare a una grave crisi per i bambini.
In Madagascar, si prevede che le precipitazioni limitate nel Grande Sud annulleranno i risultati marginali ottenuti nel 2023 e faranno precipitare questa fragile zona in una nuova crisi umanitaria. Più di 262.000 bambini sotto i 5 anni sono già gravemente malnutriti nella regione.
L’impatto di El Niño non si limita alle condizioni di siccità. Alla fine dello scorso anno, forti piogge e inondazioni hanno colpito parti della regione dell’Africa orientale, tra cui Etiopia, Kenya e Somalia. Queste inondazioni hanno causato la perdita di vite umane, l’interruzione dei mezzi di sussistenza e lo sfollamento delle comunità, con oltre 5,2 milioni di persone colpite.

Ted Chaiban incontra le comunità colpite dalla siccità

Siccità, colera e crisi. In Etiopia arriva il vicedirettore dell’Unicef

Durante una missione di cinque giorni in Etiopia, il vicedirettore Generale dell’Unicef, Ted Chaiban, ha esortato la comunità internazionale a incrementare il sostegno per i bambini e le famiglie onde evitare una catastrofe umanitaria. «L’Etiopia sta affrontando crisi multiple e i bisogni superano la nostra risposta – ha dichiarato Chaiban – La siccità causata da El Niño, che ha colpito l’Etiopia settentrionale, centrale e meridionale, sta avendo un impatto devastante su milioni di bambini. Per il 2024, si prevede che quasi 1 milione di bambini soffrirà di malnutrizione acuta e circa 350.000 donne in gravidanza e in allattamento saranno malnutrite». Chaiban ha visitato una delle aree più colpite dalla siccità nel Tigray, dove i tassi di malnutrizione hanno superato la soglia di emergenza. «Questa è una regione in cui i meccanismi di adattamento delle famiglie si sono esauriti – ha aggiunto – Ho incontrato una madre, di nome Lemlem, e mi ha detto che proprio quando pensava che le cose stessero migliorando, è arrivata la siccità. Aveva uno sguardo di vera disperazione».
A complicare ulteriormente la situazione, in tutta la nazione è in corso un’emergenza sanitaria con focolai di colera, morbillo, dengue e malaria. L’Unicef, in stretta collaborazione con il Governo etiope e altri partner, sta lavorando per rispondere alle crisi, fornendo supporto nutrizionale, accesso all’acqua potabile, vaccinazioni di routine, istruzione e servizi di protezione dell’infanzia. Ma c’è ancora molto da fare. «Se agiamo ora, possiamo salvare la vita di milioni di bambini – ha concluso Chaiban – ma abbiamo bisogno di risorse per aumentare la nostra risposta umanitaria. Speriamo anche in un modo pacifico per affrontare le dispute irrisolte, in modo da poter raggiungere tutti i bambini bisognosi, indipendentemente da dove si trovino».

Kadilli preoccupata per le condizioni climatiche

«È preoccupante che le condizioni meteorologiche estreme siano destinate a diventare la norma nell’Africa orientale e meridionale nei prossimi anni – ha affermato Eva Kadilli, direttrice regionale dell’Unicef per l’Africa orientale e meridionale – Mentre lavoriamo per migliorare la resilienza dei bambini, delle famiglie e delle comunità rafforzando i servizi sociali che rispondono agli shock, dobbiamo anche unirci per ridurre gli effetti del cambiamento climatico sulle popolazioni vulnerabili della regione». «Continuiamo a chiedere ai partner di dare priorità agli investimenti per l’adattamento e la mitigazione del clima, nonché per sistemi in grado di resistere all’intensificarsi degli shock provocati dal cambiamento climatico – ha proseguito Kadilli – Senza risposte sostenibili, il futuro dei bambini è in bilico. Dobbiamo intraprendere un’azione decisiva ora, per garantire che non solo sopravvivano, ma che prosperino negli anni difficili che ci attendono».

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Marzo sempre più pazzerello: è il mese più caldo del 2024

Il mese di marzo 2024 è stato più caldo a livello globale di qualsiasi altro marzo precedente, con una temperatura media dell’aria superficiale di 14.14°C. Livello dello 0.73°C al di sopra della media (nel periodo compreso tra il 1991 e il 2020) e dello 0.10°C al di sopra del precedente massimo, stabilito nel marzo 2016. Lo certificano i dati diramati dal Servizio per il Cambiamento Climatico di Copernicus per conto della Commissione europea.  Si tratta del decimo mese consecutivo più caldo mai registrato per il rispettivo mese dell’anno. Il mese è stato più caldo di 1.68°C rispetto alla stima della media di marzo per il periodo tra il 1850 e il 1900, il periodo di riferimento preindustriale. La temperatura media globale degli ultimi dodici mesi (aprile 2023 – marzo 2024) è la più alta mai registrata, con 0.70°C al di sopra della media per il periodo compreso tra il 1991 e il 2020 e 1.58°C al di sopra della media preindustriale. La temperatura media europea per marzo 2024 è stata di 2.12°C al di sopra della media tra il 1991 e il 2020, rendendo il mese il secondo marzo più caldo del continente, solo marginalmente più freddo di 0.02°C rispetto a marzo 2014. Le temperature sono state più alte della media nelle regioni centrali e orientali. Al di fuori dell’Europa, le temperature sono state più alte della media nel Nord America orientale, in Groenlandia, nella Russia orientale, in America centrale, in alcune parti del Sud America, in molte zone dell’Africa, nell’Australia meridionale e in alcune parti dell’Antartide.
«Il mese di marzo 2024 continua la sequenza di record climatici abbattuti sia per la temperatura dell’aria che per la temperatura superficiale degli oceani, con il decimo mese consecutivo di record – ha affermato Samantha Burgess, vicedirettore del Copernicus Climate Service – La temperatura media globale è la più alta mai registrata, con gli ultimi 12 mesi che hanno superato di 1.58°C i livelli preindustriali. Per fermare l’ulteriore riscaldamento è necessario ridurre rapidamente le emissioni di gas serra».

Flora e fauna del mar Mediterraneo (Fonte: nieddittas.it)

Mediterraneo, un “mare” di guai in vista

Entro la fine del secolo, il riscaldamento climatico non controllato potrebbe portare all’invasione del Mar Mediterraneo da parte di specie tropicali provenienti dall’Oceano Atlantico. Il bacino si sta riscaldando rapidamente, mettendo in serio pericolo la biodiversità delle relative acque. L’allarme scaturisce dai risultati della ricerca “The dawn of the tropical Atlantic invasion into the Mediterranean Sea”, pubblicata dalla rivista scientifica americana Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States e realizzata da Paolo G. Albano e Lotta Schultz della Stazione Zoologica Anton Dohrn, Silvia Danise dell’Università di Firenze, Marco Taviani del CNR e Stefan Dullinger e Johannes Wessely dell’Università di Vienna.
Per comprendere come l’ecosistema del Mediterraneo potrebbe reagire al riscaldamento globale, i ricercatori hanno esaminato i fossili marini, risalendo alle conseguenze dei cambiamenti climatici registratesi durante il Pleistocene, l’epoca immediatamente precedente a quella attuale. Gli autori si sono concentrati su un periodo compreso tra 135mila e 116mila anni fa, creando un modello di distribuzione di molluschi tropicali atlantici, che all’epoca vivevano in quel bacino durante il periodo caldo.
A differenza dell’ultima fase interglaciale, il Mar Mediterraneo sta però già subendo un’invasione di specie tropicali che provengono dal Mar Rosso e dall’Oceano Indiano attraverso il Canale di Suez. Gli autori dello studio pubblicato su PNAS prevedono che queste due invasioni biologiche trasformeranno in maniera irreversibile la biodiversità del Mediterraneo.

Il parere dei ricercatori: rischio tropicalizzazione del Mediterraneo

«Il cambiamento a cui andiamo incontro è drammatico e irreversibile e porterà la biodiversità del Mar Mediterraneo a uno stato che l’umanità non ha mai visto – ha spiegato il ricercatore della Stazione Zoologica, Anton Dohrn Paolo G. Albano – Cambieranno le specie marine che vediamo quando ci immergiamo nelle nostre acque, ma anche quelle che mangiamo, come già è accaduto lungo le coste di Egitto e Israele, dove l’effetto combinato del riscaldamento globale e dell’invasione biologica dal Canale di Suez ha riconfigurato l’intero ecosistema marino».
«Abbiamo ipotizzato che, se la temperatura nel Mar Mediterraneo salisse anche solo di pochi gradi, potrebbe verificarsi una nuova invasione biologica tropicale dagli esiti ancora sconosciuti – ha aggiunto Silvia Danise, docente di Paleontologia e paleoecologia del Dipartimento di Scienze della Terra e co-responsabile del progetto PRIN 2022 “Ecological effects of species range-expansions driven by climate: insights from the Last Interglacial of the Mediterranean Sea” –  L’orizzonte temporale è piuttosto ravvicinato; potrebbe avvenire nel 2100, se non già nel 2050, quando condizioni climatiche e salinità dell’acqua renderanno il Mediterraneo compatibile, come avvenuto 120 mila anni fa. In uno scenario estremo, potremmo assistere ad una completa tropicalizzazione».

In pochi mesi, l’Italia ha esaurito le risorse naturali per l’intero anno. Peggio solo il Giappone

Nel 2024 l’Italia è arrivata a consumare il 500% delle sue risorse, ovvero cinque volte le sue possibilità annuali. E così, già prima della fine di maggio, avrà prosciugato tutte le fonti naturali del suo territorio. Peggio del Belpaese soltanto il Giappone. Se non ci sarà un’inversione di tendenza, nel prossimo futuro soltanto l’Italia dovrebbe, “immaginariamente”, avere una superficie grande tre volte il pianeta Terra per soddisfare la crescente domanda di risorse da parte degli italiani. Per non parlare poi di Stati Uniti (cinque volte la Terra), Australia (quattro volte), Russia con la Germania (3 volte). Questi sono soltanto alcuni dati diffusi dall’Unicusano, che analizza la crisi climatica e la stabilità alimentare, mettendone a fuoco i rischi e le conseguenze sociali, territoriali e imprenditoriali.
A incidere maggiormente sulla crisi climatica sarebbero il Qatar, gli Emirati Arabi, gli Stati Uniti e il Lussemburgo, mentre nella classifica dei più virtuosi spiccano Indonesia, Ecuador e Jamaica. Si evince come nessun Paese europeo abbia davvero adottato politiche contro la crisi climatica e il depauperamento delle risorse: il Vecchio continente consuma più di quanto la terra riesca a produrre in un anno. E così fioccano gli overshoot day: in pochi mesi (per l’Italia sono cinque) si sono esaurite le risorse rinnovabili che il pianeta è in grado di rigenerare nell’arco di 365 giorni. A maggio 2023, l’Italia aveva già consumato tutte le risorse del 2024. Un aspetto di cui tener conto il prossimo 19 maggio, quando il Belpaese inizierà a bruciare in preoccupante anticipo anche le risorse del 2025.
Ad aggravare la situazione, secondo lo studio dell’Unicusano, concorrono l’eccessivo utilizzo della plastica, lo spreco alimentare e l’accessibilità al cibo. Se da un lato sono 5,25 i trilioni di pezzi di plastica che, da anni, navigano nei nostri mari contribuendo alla creazione di isole di plastica (con estensioni che toccano i 10 milioni di chilometri quadrati, ovvero grandi otto volte l’Italia), dall’altro, a livello globale, si registra uno spreco alimentare del 30% del cibo prodotto, causando l’emissione di 4,8 miliardi di tonnellate di gas serra. Solo in Italia lo spreco alimentare tocca i 67 kg all’anno pro capite.
La soluzione c’è e passa irrimediabilmente da una rivoluzione sociale, culturale, politica ed economica, ma si deve agire in fretta. Decarbonizzare la società, seguire diete equilibrate a base vegetale, optare per una pianificazione urbana a beneficio di spazi verdi, ridurre l’uso della plastica e cambiare i comportamenti d’acquisto sono, per Unicusano, solo l’inizio di quella che deve essere una trasformazione radicale che parta congiuntamente dal basso e dall’alto, dall’educazione alla politica. Un colpo al cerchio e uno alla botte.

“Previsioni” dal futuro

Il pubblico televisivo che da tutto il mondo segue i bollettini meteorologici locali si trova, oggi, di fronte a una vera e propria sorpresa: la trasmissione di previsioni speciali per l’anno 2050. Nonostante il formato rimanga invariato, la novità è che le previsioni sono condotte dai bambini. Questi giovani meteorologi si sono infatti uniti al Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP, United Nations Development Programme) per il lancio della nuova campagna Weather Kids, creata in collaborazione con l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) e The Weather Channel, e trasmessa in Italia dalla Rai, in qualità di media partner. L’iniziativa di sensibilizzazione nasce dall’ampio lavoro di UNDP sul cambiamento climatico. Sostenuta da celebrità di calibro mondiale e dai Goodwill Ambassador di UNDP, tra cui l’attore malese premio Oscar Michelle Yeoh, l’attore americano Connie Britton e l’attore danese Nikolaj Coster-Waldau, la campagna fa parte dell’impegno di UNDP per sensibilizzare e mobilitare le persone di tutto il mondo sugli impatti del cambiamento climatico, spingendole a intraprendere azioni concrete per tutelare le generazioni future.
La finalità principe è mettere in guardia i telespettatori sul fatto che l’aumento delle temperature continuerà a provocare eventi dall’impatto catastrofico, tanto sulle comunità quanto sull’economia globale. Le previsioni includono un impatto negativo sul 94% dei bambini di tutto il mondo, oltre a minacce alla sicurezza alimentare e a un potenziale aumento della tassazione per i contribuenti a livello globale in termini di trilioni di dollari. Le previsioni si concludono con un forte messaggio da parte dei bambini: «Per noi non è solo un bollettino meteo. È il nostro futuro».
«I Weather Kids rappresentano un’importante testimonianza di un futuro che certamente si materializzerà se non intraprendiamo oggi un’azione significativa per il clima – ha dichiarato Achim Steiner, Amministratore di UNDP – La continua inerzia nei confronti del cambiamento climatico porterà a un pianeta sempre più inospitale per i “bambini di oggi” e per le generazioni future. Possiamo correggere la rotta solo se ci muoviamo ora con velocità e su larga scala. Ciò include la decarbonizzazione delle nostre economie e la promozione dell’accesso all’energia pulita a prezzi accessibili per tutti; la salvaguardia e il ripristino del nostro ecosistema naturale e la possibilità per le comunità di avere voce in capitolo sugli impegni climatici assunti dai loro Paesi».

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