Una prossima  grave crisi petrolifera nel 2027/28 ?

Per il WWF occorrerà riconfermare l’impegno preso dal G7 Clima, Energia e Ambiente di abbandonare definitivamente il carbone a inizio degli anni 2030. Ma sarà necessario colmare la mancanza di piani e tappe per l’abbandono anche degli altri combustibili fossili

Combustibili fossili in esaurimento e altamente inquinanti. Scelte “verdi” non sempre limpide. Futuro oscuro per l’energia nucleare. Eolico e solare tra luci ed ombre. Per i prossimi anni molte nubi all’orizzonte

 

Di Alessandro Giraudo*

La crisi petrolifera del 1973 è considerata la prima crisi energetica nella storia del mondo. In realtà è la seconda; la prima crisi si manifesta nel corso del XVII-XVIII° secolo. Un insieme di condizioni economiche, militari e climatiche si intrecciano ed il risultato finale è un forte aumento dei prezzi dell’energia … i prezzi del legname sono moltiplicati per  4-5  ed i conflitti in Europa si spostano verso il nord del continente, cioè in una regione in gran parte coperta da foreste… E queste guerre vanno dalla Guerra dei Sette Anni del Nord alla Terza Guerra del Nord, durata 21 anni.

Quanto legno bruciato per fabbricare cannoni…

Innanzitutto, va ricordato che l’impressionante domanda di cannoni del mondo militare spinge i produttori a cercare carbone di legna per fondere rame e stagno al fine di ottenere il  bronzo, metallo essenziale per la produzione di cannoni. Ma numerosi cannoni sono anche prodotti in ferro; hanno un costo medio di un terzo rispetto al prezzo dei cannoni di bronzo, come aveva segnalato un interessante studio dell’economista Carlo Cipolla.  Questa realtà promuove la Svezia al rango di grande potenza dell’epoca perché il paese dispone di ferro di ottima qualità e di immense foreste. I cannoni della English Navy  di Elisabetta I sono, in larga misura, fabbricati  fondendo le campane degli 800 conventi che suo padre Enrico VIII ha “nazionalizzato” con lo scisma anglicano. In Inghilterra l’effetto più evidente è la catastrofica deforestazione della regione di Weald (si tratta di un toponimo, perché questa parola significa area boschiva in lingua sassone) nel sud-est inglese per ottenere il carbone vegetale.

D’altra parte, l’enorme sviluppo dell’artiglieria in tutta Europa ha un impatto molto importante sull’urbanizzazione. Numerosi contadini abbandonano le loro case per andare ad abitare nei borghi e nelle città, protette da possenti mura, anche se tutti i giorni  si recano a lavorare nei campi.  Questo fenomeno ha una conseguenza molto precisa: una forte domanda di legname per costruire le case e per fabbricare muraglie, bastioni, fortini e ponti levatoi.  Inoltre l’espansione della navigazione marittima commerciale e militare aumenta la domanda di legno per costruire galeoni e altri tipi di imbarcazioni: per fabbricare un galeone ci vogliono circa quattromila alberi di buona qualità… e, di fronte dell’aumento della domanda e dei prezzi del legname, un numero molto elevato di grandi imbarcazioni è  costruito in Asia e nei Caraibi per sfruttare l’ampia disponibilità di legname.

Ma, allo stesso tempo, si registra un calo significativo delle temperature. Gli scienziati parlano della piccola glaciazione del XVII-XVIII° secolo. La moda e la pittura hanno ben documentato questa realtà. E’ possibile osservare i dipinti fiamminghi con tutti quei bambini – e anche adulti – che sciano e pattinano sui canali ghiacciati. Nella pittura si possono ammirare le vertiginose scollature delle donne del Rinascimento e, più tardi, le “collerette” di merletti pieghettate e gli abiti molto pesanti delle donne del secolo d’oro olandese;  spesso, uomini importanti appaiono con grandi pellicce nei ritratti ufficiali nell’Europa settentrionale e persino meridionale. Questa violenta ondata di freddo ha fatto bruciare milioni di alberi per permettere agli uomini di riscaldarsi…

La crisi energetica del 1973 modifica l’energy mix mondiale

Torniamo alla crisi energetica del 1973. Le statistiche dell’AIE sono chiare: il mix energetico fra questo periodo ed oggi è stato radicalmente cambiato. Nel 1973, il petrolio rappresentava il 46,2% del consumo mondiale rispetto a 1/3 di oggi; il consumo di gas è aumentato dal 16,1% al 23,2%, mentre quello del carbone è stato leggermente modificato (dal 24,7% al 26,9%). Negli altri settori le variazioni sono marginali, ad eccezione dell’energia nucleare, che è salita dallo 0,9% al 5%.

Le scelte «verdi»

Le scelte della comunità internazionale per la decarbonizzazione dell’economia sono chiare, almeno sulla carta. Se il mondo vuole limitare l’incremento delle temperature ad un massimo di 1,5° entro il 2050, dovrà ridurre drasticamente il consumo di combustibili fossili e la produzione di CO2!  Vari paesi si sono impegnati a rispettare questi vincoli, altri hanno chiesto più tempo e altri ancora non hanno assunto alcun impegno.

L’impatto immediato di queste scelte è molto evidente. Tutti i documenti ufficiali delle organizzazioni internazionali scoraggiano gli investimenti nei combustibili fossili, molte banche non partecipano più alle operazioni di project financing in questo settore e scoraggiano le imprese, i fondi di investimento liquidano le loro posizioni dei loro portafogli nel settore dell’energia fossile, la tendenza degli investimenti green indirizza la strutturazione dei portafogli verso scelte che escludono totalmente qualsiasi investimento nel settore dei combustibili fossili.

Qual è la conseguenza immediata?

Investimenti in caduta libera

 L’arrivo di petrolio e gas di scisto statunitense (in particolare dal bacino del Permiano) dal 2014 aveva causato un calo dei prezzi, soprattutto del gas, e scoraggiato gli investimenti. Nel 2014, secondo l’AIE, il volume totale degli investimenti in ricerca e sviluppo di giacimenti di petrolio e gas in tutto il mondo è stato di 780 miliardi di dollari. È necessario confrontare questo importo con i 326 miliardi di investimenti del 2020, sempre secondo la stessa fonte. Le stime per il 2021 e l’inizio del 2022 sono ancora più basse, principalmente a causa del disimpegno delle banche dal settore del finanziamento degli investimenti per tre motivi precisi: l’incertezza sulla profittabilità, i rischi degli investimenti e un forte orientamento dell’opinione pubblica mondiale contro la produzione di combustibili fossili.

Ma c’è un fatto importante da considerare: in media, un pozzo petrolifero perde il 4% della sua capacità produttiva su base annua; in altre parole, un pozzo invecchia. E lo stesso succede per i pozzi di gas. Per esempio, la Russia ha sviluppato i bacini di gas della penisola di Yamal  (nel grande nord della Siberia, con il giacimento di Bovanenkovskoye, il primo di una serie di campi super-giganti) e l’isola di Sakhalin (Estremo Oriente) per sostituire gradualmente la produzione del bacino della regione di Taz-Nadym-Pur (TNP) nella Siberia occidentale che esporta il gas in Europa …ma sta invecchiando. Inoltre, tra il momento della decisione economica di realizzare un investimento (che inizia con la prospezione) e la prima goccia di petrolio, in media, trascorrono sette anni … spesso 10-15 anni nel caso di un investimento minerario e il primo lingotto di metallo!

Squilibrio fra offerta e domanda? L’incognita nucleare

 E’ possibile  immaginare uno squilibrio fra domanda ed offerta? La risposta è drammaticamente positiva, pur tenendo conto dello sforzo economico in corso per ridurre il consumo di energia di circa l’1,5% all’anno. Molti esperti anticipano una grave rottura dell’equilibrio intorno al 2027-28. Naturalmente, è possibile formulare l’ipotesi positiva che l’aumento della produzione di energia nucleare e rinnovabile potrebbe compensare questo “buco”.

Attualmente, ci sono 442 reattori nucleari che operano in 35 paesi e 4 reattori in costruzione

Ma la realtà non è così rosea. Dal 2005 il mondo ha investito più di cinque trilioni di dollari per aumentare la capacità della produzione nucleare.  Attualmente, ci sono 442 reattori nucleari che operano in 35 paesi; ma un certo numero di centri di produzione è fuori servizio (manutenzione, riparazioni, ristrutturazioni). In questo momento, ci sono 4 reattori nucleari in costruzione, ma l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha ridotto le sue previsioni di 45 Gw per il 2030 nell’ipotesi pessimistica e ottimistica.  Ci vogliono circa quindici anni fra la decisione di costruire un nuovo impianto e la prima produzione di elettricità, anche se in media la costruzione dei reattori nucleari in funzione ha richiesto solo sette anni e mezzo. Ma gli standard di sicurezza e soprattutto le nuove tecnologie aumentano questi  tempi. Il  presidente Macron  ha proposto la  costruzione di sei nuovi reattori nucleari EPR-2…il primo potrebbe entrare in funzione dopo il 2035, se tutto va bene…

Ricorso all’eolico ed al solare, ma…

E’ possibile anticipare uno sviluppo molto rapido delle capacità di produzione eolica e solare, ma alcune considerazioni tecniche devono essere prese in considerazione. Nel caso delle turbine eoliche, la velocità del vento deve essere di 5 metri/secondo (minimo) con un massimo di 25 m/s: se questa velocità viene superata, la turbina eolica deve essere bloccata per motivi di stabilità della struttura e di sicurezza… tutti i mulini a vento olandesi erano gestiti da vecchi marinai con una grande esperienza nella organizzazione delle vele, per profittare della  forza del vento senza  creare problemi alla struttura del mulino.

Ma la presenza di vento non è garantita. Ad esempio, durante la scorsa estate, in Germania la stagione molto umida aveva limitato l’attività del vento e quindi la produzione di energia elettrica ottenuta dalle turbine eoliche (-7%)… e la Germania aveva  dovuto ricorrere alla lignite ed alle importazioni di energia elettrica, così come fa  – attualmente – la Francia che è penalizzata dalla chiusura (temporanea?) di una dozzina di reattori nucleari sui 56 che esistono nel paese.

Quanto ai pannelli solari, sono efficaci solo con alta luminosità; il loro rendimento è molto più basso se il tempo è nuvoloso o se le temperature sono molto elevate. Sono in corso ricerche per produrre energia anche di notte, ma i risultati sono ancora molto scarsi e quindi questi sistemi non sono commercializzati, per l’istante. D’altra parte, spesso i pannelli solari sono localizzati in regioni esposte al vento carico di sabbia del deserto e perdono potenza  con la sabbia;  hanno dovuto essere attrezzati  di “tergicristalli” per recuperare parte dell’energia. Inoltre, l’esperienza recente ha confermato che molti pannelli – venduti per durare una quindicina di anni – sono fuori servizio dopo 7-8 anni e devono essere sostituiti. Quindi l’energia verde è una buona soluzione, ma non offre la garanzia di una continuità nella produzione spesso intermittente. Attualmente, non è sufficiente per  compensare gli squilibri tra domanda e offerta, anche se l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili incoraggia gli investimenti nella produzione di energia verde. Quindi, il mondo deve prepararsi ad affrontare un’altra grande crisi energetica?

Alessandro Giraudo*vive a Parigi da vari anni, economista, insegna Finanza Internazionale e Storia della Finanza in una Grande Ecole di Parigi ed è autore di vari libri di storia economica

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