
Diverse associazioni di geologi tornano a chiedere al Governo misure di monitoraggio, prevenzione e un piano di manutenzione non solo straordinaria. E chiedono soprattutto più figure professionali da impiegare in una rete di protezione civile
“Un evento fortemente impattante, che mette in luce però anche la necessità di snellire le pratiche burocratiche legate alla manutenzione ordinaria e straordinaria”. Così il governatore della regione autonoma Friuli Venezia Giulia, Marcello Fedriga, di ritorno da un sopralluogo a Cormons, tra le località più colpite dall’alluvione che ha messo in ginocchio la regione tre giorni fa e che ha causato due morti e 300 sfollati.
Un evento che ha visto ancora una volta i friulani stringersi intorno ai compaesani colpiti e mettere in atto un grande movimento di solidarietà. Ma la solidarietà non è solo dei friulani per i friulani: uomini e mezzi sono giunti dal Veneto, dall’Emilia Romagna, persino dalla Carinzia e dalla Slovenia, a testimonianza del fatto che il sistema di protezione civile deve fare rete tra i paesi vicini e intervenire per la messa in sicurezzadove si verificano eventi estremi e conseguentemente fenomeni di dissesto idrogeologico.

La conta dei danni, per i quali Fedriga ha annunciato che chiederà lo stato di calamità nazionale al governo, è impietosa: In poche ore sono cadute precipitazioni intense (300 mm di pioggia in poche ore) che hanno saturato i versanti, innescando il collasso del terreno e il trascinamento di fango e detriti su case e infrastrutture. il fiume Torre è esondato in provincia di Gorizia, l’80% dei 19 comuni danneggiati si trova in provincia di Udine; frane e smottamenti a Cormons, Monzano e Prepotto. L’area collinare di Cormons e di Brazzano è nota ai geologi per il verificarsi di eventi di scivolamento e in minor misura di colate di fango che sono il frutto delle caratteristiche del territorio stesso. Sono suoli adatti alla coltivazione della vite, ma che per loro natura sono decisamente fragili. Nel goriziano sono sott’acqua oltre 1000 ettari coltivati a cereali e ortaggi.
Ma accanto ai danni devono essere presi in considerazione gli ammonimenti, spesso inascoltati, e le proposte operative di chi con il rischio idrogeologico, fortissimo in una nazione “fragile” come l’Italia, lavora per mitigarlo e, se possibile arginarlo.
Numerosi gli interventi degli esperti: L’Associazione Nazionale per l’Ingegneria Naturalistica parla di disastro idro – cementizio; la Società italiana di geologia ambientale chiede da tempo una pianificazione attenta che eviti il consumo di suolo; l’Associazione Italiana Geologia Applicata insiste sulla prevenzione, mentre Confederazione Agricoltori Europei chiede ai governanti un impegno continuo e concreto nella lotta alle cause profonde del riscaldamento globale. Tutti convengono su un punto, che cioè questi disastri- esondazioni, frane, smottamenti – avvengono su un territorio vulnerabile per l’aumento di urbanizzazione in pianura e il conseguente abbandono dell’entroterra.
Preti: “ Siamo dinanzi ad un disastro idro-cementizio. La strada giusta è rinaturalizzare il territorio”
Federico Preti, Presidente Nazionale dell’Associazione Italiana per l’Ingegneria Naturalistica e Docente Università di Firenze, ribadisce: “I corsi d’acqua arginati non reggono e si continua a urbanizzare il suolo, impermeabilizzandolo e esponendo beni e vite umane a subire danni” e punta il dito sul taglio esagerato e “incompetente” della vegetazione ripariale, che può addirittura aumentare il rischio a valle. “Le frane sono più frequenti nei versanti non più gestiti negli ultimi decenni, rispetto a quelli ancora mantenuti o boscati – continua Preti – . Oggi dobbiamo mitigare l’aumento di rischio idrogeologico, compensando gli effetti del consumo di suolo e del cambio climatico con la prevenzione tramite soluzioni basate sulla natura, ovvero realizzando interventi di Ingegneria Naturalistica con investimenti 10 volte inferiori a quelli per la ricostruzione in emergenza post eventi catastrofici e dando opportunità di lavoro a tecnici, professionisti e giovani disoccupati. La strada è rinaturalizzare il territorio quanto prima (secondo la Restoration law) e pianificare interventi strutturali e non strutturali (anche delocalizzazioni di edifici) a medio e lungo termine (recuperando risorse economiche da altri settori non così prioritari rispetto al disastro idrogeocementizio) ”
Fiore: “Servono monitoraggi e pianificazioni”
Dunque, servono figure professionali capaci di tenere sotto controllo il territorio. Su questa linea si pone anche la riflessione del Presidente Nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale, Antonello Fiore: “ L’Italia non ha bisogno di condoni edilizi, serve un sostegno economico agli enti pubblici di ricerca che conducono i monitoraggi per individuare le priorità di intervento, servono pianificazioni attente ai caratteri geologici e alla loro evoluzione serve arrestare il consumo di suolo”. E ricorda che l’ISPRA nel 2024 ha certificato che oltre il 94% dei comuni italiani sono interessati a rischi geologici legati a frane, alluvioni, erosione costiera e valanghe. E conclude: “Per non dimenticare quale è una delle priorità dell’Italia, una delle priorità programmatiche è quella di mitigare gli effetti del dissesto geoidrologico, chiediamo che venga istituita una giornata nazionale dedicata alle vittime dei pericoli geologici. Il rapporto Polaris del CNR sulle statistiche delle vittime dal 2020 al 2024 è molto severo e preoccupante, circa 100 morti, oltre 100 feriti e oltre 54 mila evacuati”.
Associazione Italiana Geologia Applicata: “Evento eccezionale che richiama l’urgenza di monitoraggio e prevenzione”
Anche l’Associazione Italiana Geologia Applicata interviene si quanto è accaduto nei giorni scorsi e sottolinea quanto la frana che ha colpito il Friuli Venezia Giulia sia l’ennesimo segnale della fragilità del nostro territorio. Monica Papini, Presidente Nazionale Associazione Italiana Geologia Applicata, ribadisce: ” L’aumento degli eventi meteorologici estremi rende indispensabile una gestione del territorio basata sulla prevenzione, su nuovi sistemi di monitoraggio e su una pianificazione geologica consapevole. E’ urgente investire nella sicurezza dei versanti, nel controllo e nella manutenzione dei sistemi idrogeologici, andando ad integrare le conoscenze scientifiche che ci sono e la responsabilità amministrativa. L’Italia è un paese fragile, riconoscerlo non è fare dell’allarmismo, è solamente il primo passo per proteggerlo” “.

Anche Chiara Calligaris – docente presso il Dipartimento di Matematica, Informatica e Geoscienze dell’Università di Trieste, è di Monfalcone, e componente della stessa Associazione, sottolinea la fragilità del territorio friulano, predisposto ad eventi franosi, e più in generale del territorio italiano, e va oltre: “I politici hanno gli strumenti (banca dati Idrogeo, IFFI (Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia), PAI (Piano di Assetto Idrogeologico) e tecnici dei servizi geologici regionali preparati) per poter decidere quali devono essere le priorità di intervento sui territori e dovrebbero inserire queste tematiche nelle loro agende. L’area collinare di Cormons e di Brazzano presenta un suolo adatto alla coltivazione della vite, dove vengono prodotti vini di ottima qualità ma che per loro natura sono decisamente fragili. Sono suoli derivati dall’alterazione del flysch, un’alternanza di marne e arenarie, retaggio di torbide del passato. In friulano il materiale più fine (le marne) viene chiamato “Ponca”, e rappresenta il migliore terreno per la viticoltura collinare: è però facilmente alterabile trasformandosi in terreno argilloso poco permeabile in cui il ruscellamento delle acque superficiali è favorito. Questo crea le condizioni predisponenti ideali al verificarsi di fenomeni quali colate di fango e detriti”.
Confeuro: “L’Italia è vulnerabile”
Fin qui la voce dei geologi, i più indicati a fare emergere le criticità di un territorio, ripetiamo, fragile e poco curato. Ma non c’è solo l’aspetto geologico a preoccupare: in gioco ci sono questioni come il lavoro (ricordiamo la forte vocazione vitivinicola dell’area colpita dal maltempo) e, guardando più lontano, come il cambiamento climatico. Perché è pressoché ovvio che la crisi climatica in atto sta fortemente mettendo in crisi gli equilibri del pianeta.
Su questi temi interviene La Confederazione Agricoltori Europei. “Sebbene gli esperti abbiano più volte lanciato segnali d’allarme chiari e inequivocabili, il nostro Paese continua a evidenziare gravi lacune in termini di preparazione e pianificazione”, spiega Andrea Tiso, presidente nazionale Confeuro. “In molte aree – continua Tiso – infrastrutture e opere pubbliche risultano obsolete o inadatte, i piani di prevenzione vengono applicati solo parzialmente o rimangono sulla carta, e le risorse destinate alla gestione e mitigazione delle emergenze si rivelano spesso insufficienti. A ciò si aggiunge un quadro preoccupante di fragilità idrogeologica, con territori sempre più esposti a frane, alluvioni e dissesti. È quindi evidente che le istituzioni competenti devono avviare un cambio di passo deciso, orientato a investimenti strutturali più lungimiranti, a politiche di prevenzione del rischio realmente operative e, soprattutto, a un impegno continuo e concreto nella lotta alle cause profonde del riscaldamento globale. Solo così sarà possibile affrontare le sfide che ci attendono con la necessaria responsabilità e visione del futuro. E l’occasione propizia per concretizzare tutto questo, sarebbe stata certamente Conferenza delle Parti (COP), la cui 30esima edizione – ironia del destino – è in scena proprio in questi giorni in Brasile: un appuntamento fondamentale per i negoziati sul cambiamento climatico, che purtroppo sta passando totalmente inosservato dal punto di vista mediatico e politico”.


