Fin dai tempi più antichi si sa che il latte è un alimento completo, nutriente, con proprietà benefiche per tutte le categorie di persone, dai bambini agli anziani. Tuttavia, ciò che non tutti sanno è il latte e i suoi derivati possono essere una minaccia per l’ambiente.
A lanciare un monito concreto (parlare di allarme è assolutamente eccessivo) è addirittura la FAO: attraverso un rapporto pubblicato nell’aprile 2010, l’Organizzazione ha denunciato gli sprechi e l’inquinamento in genere che il settore lattiero-caseario ha prodotto negli ultimi anni, circa il 4% di quello globalmente causato dall’uomo. Per dare un’idea più tangibile del peso di questo seppur piccolo numero, basti pensare che l’aviazione civile “vanta” una percentuale più bassa. Per questo motivo, diventa necessario ricercare delle soluzioni concrete che diano un limite, o quanto meno un freno, gli sprechi in questo settore.
È notizia recente l’utilizzo degli scarti del latte – in particolar modo si parla del siero del latte – come materia prima per produrre biocarburante; lo scorso anno un gruppo di studenti dell’Università di Pavia, guidato dal professor Magni, comprese l’importanza del batterio Escherichia coli, presente nel siero, che è capace di favorire il processo di trasformazione citato e di produrre etanolo, un biocarburante, appunto.
È notizia attuale, invece, la possibilità di ricavare dai medesimi scarti biogas atto a generare energia pulita. Merito dell’azienda Sebigas di Legnano, nel milanese; la società lombarda, sulla scia delle esperienze già maturate in Austria dalla società Aat, e in collaborazione con la stessa, ha presentato al mercato un tipo di impianto che produce biogas attraverso la digestione anaerobica dei sottoprodotti dei caseifici, per garantire, oltre alla produzione di energia, anche il risparmio dei costi di smaltimento del siero di latte, consentendo ad altre aziende agricole di beneficiare del digestato, ossia un fertilizzante per terreni.
Il processo sopra descritto, in realtà, non è una trovata assoluta nel suo campo: da Candidoni, in provincia di Reggio Calabria, la Fattoria della Piana si segnala quale più grande centrale agroalimentare del Centro-Sud d’Italia; produttore di latticini e derivati del latte in genere, il caseificio calabrese è anche un’importante centrale di produzione biogas: come si può leggere sul suo sito www.fattoriadellapiana.it, ” il letame e i liquami provenienti dalle nostre stalle, unitamente al siero che rimane come residuo dalle lavorazioni del caseificio, vengono raccolti in due fermentatori, all’interno dei quali, grazie alla tecnologia di miscela e riscaldamento, avviene un processo di fermentazione anaerobica che produce biogas”Il risultato parla chiaro: produzione di energia tale da poter ricoprire il fabbisogno giornaliero di 1860 famiglie, e la facoltà di essere un centro autonomo ed autosufficiente a tutti gli effetti. E anche in Puglia la masseria Pavoni, in agro di Lucera (leggi l’articolo “Masseria Pavoni: transumanza & fotovoltaico”) produce biogas da letame.
Non è il primo esempio, ci si augura non sia l’ultimo. Quel che è certo è che sempre con più frequenza si riesce a trasformare gli inquinanti (ed ingombranti) rifiuti delle industrie in favorevoli possibilità di produzione di energia. Ci si muove a piccoli passi. Ma la strada, perlomeno, è quella giusta.


