Europa e cambiamenti climatici: la sfida inesistente

Londra è da tempo impegnata nella realizzazione di un esteso sviluppo di aree a parco che, si stima, andranno a ridurre le concentrazioni di PM10 di circa il 10% (nella foto di Linda Garrison, Hyde Park)

Che fossero loro le più smart di tutte era nell’aria. Ma ora una nuova conferma: le città del nord Europa sono più all’avanguardia nel fronteggiare le sfide del cambiamento climatico. Soprattutto quelle britanniche, francesi e tedesche si sono dotate di piani di adattamento e obiettivi importanti di riduzione delle emissioni che – loro sì – riescono a portare a termine. E l’Italia non spicca in questa classifica, anzi: è tra gli ultimi della classe. Nel Belpaese solo una città su 32 ha un piano di adattamento, mentre la riduzione dell’80% delle emissioni prevista nel 2050 appare comunque irraggiungibile. 

Lo studio – La notizia emerge da una ricerca, pubblicata su Climate Change Letters e finanziata dal programma multidisciplinare europeo COST TU0902, che ha visto la partecipazione dell’Istituto di metodologie per l’analisi ambientale del Consiglio nazionale delle ricerche (Imaa-Cnr) in collaborazione con ricercatori di nove stati, coordinati dalla Columbia University. «Abbiamo analizzato gli strumenti elaborati e attuati da 200 città medio-grandi in 11 stati europei, Austria, Belgio, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna – spiegano dal Cnr -. Le aree urbane hanno un ruolo chiave nel raggiungimento degli obiettivi dell’Unione Europea in tema di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, in particolare dai target fissati dalla Energy Roadmap 2050 (Piano d’azione Ue per l’energia al 2050, introdotto a marzo 2011, ndr), che tra l’altro prevedono la riduzione dell’80% delle emissioni europee di gas serra entro il 2050 per evitare l’aumento della temperatura media globale di 2° C rispetto ai livelli pre-industriali». Un’urgenza che però sembra avere un passo troppo veloce rispetto alle politiche delle nostre città europee. La gran parte di loro, infatti, è lontana dal varcare i traguardi necessari per fermare il cambiamento climatico. Come conferma il Cnr il 35% non si è dotato di alcun piano di adattamento né di mitigazione mentre solo un quarto possiede entrambi, il 72% ha solo il piano di mitigazione e nessuna ha prodotto solo quello di adattamento.

Piani di adattamento e di mitigazione – Per capire di cosa si tratta un po’ di chiarezza la fa il rapporto 94/2009 dell’ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. «Le misure per ridurre rischi e vulnerabilità dovuti ai mutamenti del clima, seguono due linee d’azione tra loro complementari. La prima, definita mitigazione, agisce sulle cause del cambiamento climatico e include strategie per ridurre le emissioni di origine antropica, mentre la seconda, cioè l’adattamento, agisce sugli effettie mira a ridurre gli impatti negativi dei cambiamenti climatici e a sfruttare le opportunità favorevoli».

Groningen (Olanda) la città europea più “smart”

Ritornando alla fotografia del Vecchio Continente, vediamo primo della classe il Regno Unito, con il 93% delle 30 città analizzate che ha un piano di mitigazione. Lo possiede anche l’80% delle realtà urbane olandesi e tedesche, il 56% delle italiane e il 43% delle francesi. Anche per quanto riguarda l’adattamento, si distingue la Gran Bretagna con 24 città, contro 13 su 40 città tedesche e 5 su 26 spagnole. In Italia, su 32 analizzate, solo Padova vanta un piano di adattamento (anche per il Cmcc – Centro euromediterraneo per i cambiamenti climatici è Ancona la prima e unica città italiana con un piano di adattamento). L’europea più ambiziosa è Groningen (Olanda) che punta a ‘zero emissioni’, anche attraverso l’incremento di fonti rinnovabili e la piantumazione di nuovi alberi, già nel 2025.  Secondo il Cnr questo è il primo studio basato non su criteri di autovalutazione bensì su quei documenti programmatici e di pianificazione realmente adottati. E su carta le cose sembrano essere a posto. Ma, si sa, tra il dire e il fare… «Se le azioni previste a livello urbano fossero adottate dall’intero sistema nazionale si otterrebbe entro il 2050 una riduzione del 37% delle emissioni di gas serra degli 11 paesi e del 27% dell’Ue nel suo complesso – osserva Filomena Pietrapertosa, ricercatrice Imaa-Cnr -. Tuttavia, saremmo sempre lontani dal raggiungimento dell’80% previsto».

Dov’è il gap –Ma dove e come si crea quel corto circuito tra teoria e realtà che non permette, poi, di raggiugere risultati concreti e che pone sempre più la sfida al cambiamento climatico quale mera utopia? «Il percorso comune comincia insomma con l’adozione di misure di riduzione delle emissioni, come il miglioramento dell’efficienza energetica e la produzione di energia da fonti rinnovabili, per poi passare all’adattamento del territorio ai rischi futuri, ad esempio tramite la costruzione di argini per proteggere le città da un aumento del livello del mare», spiega la ricercatrice Monica Salvia (Imaa-Cnr).

L’Italia che frana, preda dei cambiamenti climatici (nella foto, il disastro nelle Cinque terre)

E se si pensa alle cronache di questi giorni – tra città sott’acqua, colpite da frane e smottamenti – si intuisce cos’è che manca. «La maggior parte dei piani di mitigazione – chiarisce in una nota il Cnr – si basa su opzioni tecnologiche e azioni di settore per incrementare l’efficienza energetica, come il miglioramento della coibentazione degli edifici, piuttosto che su cambiamenti a scala urbana. L’adattamento invece viene spesso affrontato in termini più sistemici ma meno concreti, in termini di studi scientifici o cooperazione, e soprattutto a scala regionale, in Italia e Francia, o nazionale, in Olanda».  Nel rapporto già citato è di nuovo l’ISPRA a far luce chiarendo che «ll concetto di adattamento ruota essenzialmente attorno al problema della vulnerabilità: maggiore è la vulnerabilità di una regione, di un settore o di una società, più severe saranno le conseguenze dei cambiamenti climatici. Il problema fondamentale per l’adattamento è, quindi, quello di capire quanto il sistema considerato sia vulnerabile ai cambiamenti del clima e quanto sensibile a tali cambiamenti. Aumentare o favorire l’adattamento di un sistema ai cambiamenti climatici significa prima di tutto diminuirne la vulnerabilità». Ecco che vedere un’Italia tra gli ultimi della classe proprio non ci sorprende.

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