Deposito scorie nucleari, le Regioni sapevano

Foto di Kelly Lacy da Pexels

La scelta dello Stato è nota dal 2019, ma nessun politico ha informato i cittadini. Ora però bisogna fare presto e dare risposte indiscutibili

È ovvio che nessuno vuole avere in casa un deposito di scorie nucleari. Poco importa se si tratta di rifiuti sanitari, utilizzati quotidianamente per la diagnostica clinica, le terapie tumorali e la medicina nucleare.

Ma la scelta dei siti e la costituzione del deposito nazionale nucleare non erano del tutto sconosciute alla politica locale. La politica sapeva. Erano almeno 5 anni che si discuteva in Parlamento per approvare una legge sulla gestione delle scorie nucleari e sull’istituzione del deposito nazionale.

Sulla vicenda, l’autorevole esperto di pianificazione ambientale Fabio Modesti ha spiegato in un preciso articolo pubblicato sul suo blog che il 1° agosto 2019, Stato, Regioni e Autonomie locali hanno discusso del programma per la gestione dei rifiuti radioattivi. La Conferenza si concluse con l’approvazione, obbligatoria e non vincolante, del programma presentato dal Ministro dello Sviluppo Economico e del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, contrarie le Regioni, favorevoli invece ANCI e UPI solo con l’accoglienza di alcuni emendamenti. Ma nonostante le criticità sollevate dalle Regioni e le posizioni nette, il programma è stato approvato e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’11 dicembre 2019.

Ma le domande nascono spontanee: perché nessuno ha detto nulla a riguardo? Se parliamo della Puglia, perché nessun politico o istituzione locale ha sollevato il problema? La scelta dei luoghi pugliesi ricade in zone paesaggistiche vincolate, persino nel parco dell’Alta Murgia, come mai nessuno è intervenuto?

Sono domande legittime. Ma chi avrà il coraggio di rispondere? Chi si assumerà la responsabilità?

Ma Modesti ci dà un’altra informazione: scrive che la Puglia era stata già scelta in passato per ospitare le scorie radioattive, comprese quelle delle centrali atomiche chiuse con il referendum del 1987 che dovrebbero essere al momento ospitate dalla Francia. La prima scelta era ricaduta su Scanzano Jonico nel 2003, ma l’UE impose all’Italia nel 2010 di elaborare una carta delle aree idonee italiane adatte ad ospitare il deposito delle scorie e un parco tecnologico. Il deposito sotterraneo doveva essere seppellito fino a formare una collina. A disposizione delle scorie erano necessari 110 ettari di terreno, mentre il parco tecnologico di ricerca da realizzare vicino doveva occupare 40 ettari. Il sito per le scorie radioattive individuato nei pressi di Gravina, ricade nel territorio del Bosco di Difesa Grande, il più grande bosco naturale in provincia di Bari, che peraltro è in attesa di diventare area regionale protetta da oltre 20 anni. Era parte di una foresta più antica, apprezzata persino dallo stupor mundi Federico II di Svevia per il suo habitat, che nel tempo è stata cancellata mentre il bosco è stato abbandonato a se stesso. Anche quest’area rientra nella famosa legge regionale 19/1997, quella che ha permesso a Costa Ripagnola di diventare, non senza polemiche, dopo tanti anni parco regionale marino protetto.

Intanto, in IV e V Commissione, questa mattina l’assessore regionale all’Ambiente Anna Grazia Maraschio ha detto che «Come Regione Puglia ci opporremo con tutte le nostre forze alla scelta scellerata di individuare Altamura, Gravina e Laterza, come possibili siti per lo smaltimento di rifiuti nucleari. Concordo  con l’idea del presidente Emiliano di fare fronte comune insieme alla Regione Basilicata, perché si concordi una strategia unitaria e consapevole». Nel frattempo, è stata istituita una cabina di regia composta dal presidente Emiliano, dall’assessore all’Ambiente e dai sindaci dei Comuni interessati, lasciando la porta aperta a chiunque voglia partecipare alla difesa del nostro territorio. Istituiti anche tavoli tematici per approfondimenti nei contenuti, coordinati dal capo dipartimento della Regione. Insieme a UniBa, Politecnico, ordini professionali e professionisti si vuole capire e analizzare l’idoneità del sito e la vulnerabilità radioattiva, la caratteristica dei siti, le implicazioni naturalistiche, oltre che giuridiche e procedimentali, le infrastrutture e gli aspetti demografici.

Ora bisogna produrre osservazioni valide entro 60 giorni che spieghino in maniera incontrovertibile le motivazioni per le quali i siti pugliesi e la Puglia non è adatta per ospitare, ne oggi ne mai, rifiuti radioattivi di qualunque genere.

Intanto si va avanti. In questo quadro, si colloca l’inchiesta pubblica finale del progetto di norma UNI 1604803, l’ente italiano di normazione, che definisce la terminologia relativa all’attività di disattivazione degli impianti nucleari (decommissioning) e alla gestione dei rifiuti da esse derivanti. Il progetto “Disattivazione impianti ed installazioni nucleari – Gestione e smaltimento dei residui radioattivi – Glossario” è frutto del lavoro della Commissione “Tecnologie Nucleari e Radioprotezione UNI e rimarrà in inchiesta pubblica finale fino al 15 febbraio 2021 (liberamente scaricabile dalla banca dati online del sito UNI all’indirizzo http://bit.ly/3i9zKRr). Fino a questa data, quindi, saranno raccolti i commenti degli operatori per ottenere il consenso più allargato possibile prima che il progetto diventi norma.

«L’obiettivo – commenta Massimo Sepielli, Presidente della Sottocommissione UNI “Terminologia nucleare” e Dirigente di Ricerca – Direzione Dipartimento Fusione e Sicurezza Nucleare dell’ENEA – è realizzare un corpo unico di definizioni, organico e comune per gli operatori, gli enti, le imprese e in generale tutti gli attori che parteciperanno al decommissioning delle centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile e alla localizzazione, progettazione e realizzazione del DNPT (Deposito Nazionale e Parco Tecnologico). Il glossario comprende più di 250 termini».

Articoli correlati