
Dopo due settimane di trattative, quando il summit sembrava vicino al fallimento, arriva l’approvazione del nuovo obiettivo di finanza climatica dell’Accordo di Parigi che, però, lascia scontenti i Paesi del sud del mondo. La Cop29 delude. E l’esito (che sembrava quasi scontato) è quello di rimandare tutto a Belèm, nella foresta amazzonica, per la Cop30
Da Rio de Janeiro il messaggio è apparso subito poco comprensibile, il segnale a Baku è stato quasi interrotto e ora, la comunicazione rischia di essere ancor più debole a Belèm, in piena foresta Amazzonica. Come un telefono senza fili, si parte con un obiettivo e un messaggio, ne arriva un altro distorto. Il problema è che, al contrario di quanto avviene con quel gioco infantile e innocente, quando la frase finale è completamente diversa dal messaggio di partenza – come per l’esito della Cop29 – non fa ridere per nulla. Anzi.
Lo si era capito già dalla prima settimana di negoziati – interlocutoria – che si sarebbe potuta definire fallimentare se la presidenza azera non avesse forzato la mano continuando a cercare una mediazione. Ora, però, quella ostinazione si può leggere con il tentativo di non far naufragare, a casa propria, un summit internazionale e spingere per un accordo finale, anche se al ribasso e dal sapore del compromesso. Del resto, proprio la scelta dell’Azerbaijan come luogo per il vertice non era stato salutata con entusiasmo, vista la deriva autoritaria del Capo di Stato Ilham Aliyev, che nella cerimonia inaugurale aveva sentenziato: “Il gas e il petrolio sono un dono di Dio”.
L’accordo
Con queste premesse – e il messaggio tutt’altro che chiaro e diretto dal G20 in Brasile – le speranze si erano ulteriormente allentate. Alla fine, però, ai tempi supplementari l’accordo, almeno formalmente, si è trovato: è l’approvazione del nuovo obiettivo di finanza climatica dell’Accordo di Parigi che prevede l’aumento degli aiuti ai Paesi in via di sviluppo contro il cambiamento climatico, dagli attuali 100 miliardi all’anno fino a 300 miliardi all’anno nel 2035, con l’obiettivo di aiutare le nazioni povere a far fronte alle devastazioni del riscaldamento globale.
I 300 miliardi di dollari saranno destinati ai Paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di denaro per liberarsi dal carbone, dal petrolio e dal gas che causano il surriscaldamento del pianeta, per adattarsi al riscaldamento futuro e per pagare i danni causati dalle condizioni climatiche estreme.
In realtà, la cifra tre volte superiore all’accordo di 100 miliardi di dollari all’anno del 2009 che sta per scadere ma non si avvicina minimamente all’importo totale di 1.300 miliardi di dollari che i Paesi in via di sviluppo chiedevano.
Le “fondamenta”
E se per il ministro dell’Ambiente italiano, Pichetto Fratin, si tratta di un “accordo positivo”, basta ascoltare il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per capire l’entità dell’accordo: “Avevo sperato in un risultato più ambizioso, sia in termini di finanza che di mitigazione, per affrontare la grande sfida che ci troviamo ad affrontare”. Una preoccupazione, condita da un appello “ai governi affinché considerino questo accordo come una base e vi costruiscano sopra”.
In sostanza, un’esortazione a considerare l’accordo come “fondamenta” su cui costruire. Un linguaggio edulcorato, non seguito dalle associazioni ambientaliste e quelle che si occupano di diritti umani, con reazioni più dirette e posizioni meno concilianti.
WWF: “Il mondo tradito”
Per il WWF, infatti, l’esito della COP29 rischia di ritardare l’azione per il clima proprio nel momento in cui è più importante accelerarla. Dopo due settimane di negoziati tesi e polarizzati, i Paesi hanno concordato un accordo sui finanziamenti per il clima che non si avvicina minimamente a soddisfare le esigenze dei Paesi in via di sviluppo. Inoltre, questa COP non è riuscita a inviare un segnale forte sulla necessità di ridurre rapidamente le emissioni e di eliminare i combustibili fossili.
“Il mondo è stato tradito da questo debole accordo sui finanziamenti per il clima – lamenta Manuel Pulgar-Vidal, responsabile globale Clima ed Energia del WWF -. In un momento cruciale per il Pianeta, questo fallimento minaccia di far regredire gli sforzi globali per affrontare la crisi climatica. E rischia di lasciare le comunità vulnerabili esposte a un’escalation di catastrofi climatiche. È un duro colpo all’azione per il clima, ma non deve bloccare le soluzioni di cui c’è un disperato bisogno in tutto il mondo. La scienza non cambia: dobbiamo accelerare l’azione in questo decennio per evitare che il cambiamento climatico vada fuori controllo.”

L’associazione ambientalista, però, non si arrende. Il WWF continuerà a lavorare per contribuire a far sì che questo processo multilaterale, che ha già dimostrato la sua resilienza in passato, venga rafforzato e possa fornire i risultati di cui il mondo ha bisogno.
E si vede già in ottica Cop30: “All’ultimo minuto è stata aggiunta al testo una tabella di marcia per aumentare i finanziamenti fino a raggiungere 1.300 miliardi di dollari per i Paesi in via di sviluppo, ma ciò non dà motivo di essere fiduciosi sul fatto che questo livello di finanziamenti sarà raggiunto. La prossima presidenza brasiliana avrà bisogno dell’impegno di tutte le parti per gestire questo processo di roadmap verso un risultato significativo entro la COP30 di Belem, per garantire la mobilitazione di ingenti finanziamenti”.
Speranze e illusioni
La delusione dei negoziati è anche nei timidi e deboli messaggi concreti inviati sulla necessità di accelerare l’azione sul legame clima e natura, nonostante siano inestricabilmente legati. Una COP che sembra non riuscire a leggere i continui e gravi segnali d’allarme che la crisi climatica ci manda.
Da qui, la rabbiosa reazione di ActionAid, che usa una sprezzante considerazione per valutare l’esito del summit: “Questo testo – commenta Teresa Anderson, Responsabile Globale per la Giustizia Climatica di ActionAid International – non vale la carta su cui è scritto. Quasi nulla di ciò per cui i Paesi in prima linea hanno combattuto è stato incluso. Superficialmente i numeri possono sembrare più grandi rispetto all’obiettivo precedente di 100 miliardi di finanziamento climatico. Ma se si grattano via le apparenze, è pieno di prestiti. Per gonfiare artificialmente i numeri con flussi di finanziamento già esistenti, si cerca di conteggiare tutto, ovunque e allo stesso tempo, spostando il peso sui paesi a basso reddito. Questo è il risultato della totale mancanza di volontà dei paesi a economie avanzate di fornire un reale sostegno finanziario“.
E per Brandon Wu, Direttore delle Politiche e delle Campagne di ActionAid USA, “a causa dell’intransigenza sconvolgente dei paesi a economie avanzate, i paesi a basso reddito stanno ricevendo un accordo probabilmente peggiore di quello che avevano prima. I paesi a economie avanzate, guidati dagli Stati Uniti, hanno cercato a lungo di sfuggire ai loro obblighi di ridurre le emissioni e fornire finanziamenti. La loro strategia è culminata a Baku, dove – oltre a stabilire un patetico obiettivo di 300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035 – sono riusciti ad annacquare il linguaggio su chi esattamente dovrebbe pagare e come. Ora dovremo lottare per ogni centesimo che fluirà dal mondo ricco ai paesi più poveri”.


