Città di genere: è possibile uno spazio urbano per i bisogni delle donne (e non solo)?

Programma dei seminari

Al via il master che intende formare figure professionali con un nuovo approccio

 

Che cosa significa studiare, progettare, adottare una prospettiva di genere nell’urbanistica? “Significa non porsi in una posizione di presunta neutralità, tenere conto delle esigenze delle donne e delle diverse popolazioni umane e non umane, fare attenzione ai luoghi e ai bisogni”. A parlare è Angela Barbanente, ordinaria in Tecnica e Pianificazione Urbanistica al Politecnico di Bari e già assessora alla Qualità del Territorio della Regione Puglia, dal 2005 al 2015. Proprio il Politecnico di Bari è tra i promotori del master di II livello Città di Genere – Metodi e tecniche per la pianificazione e progettazione urbana e territoriale, promosso anche dalle Università di Firenze, Trieste, Federico II di Napoli e Sapienza di Roma.

LEGGI ANCHE: Barbanente, neopresidente SIU: “No a ricette facili, urbanistica e ambiente a braccetto grazie a formazione e lavoro interdisciplinare”

master di II livello Città di Genere – Metodi e tecniche per la pianificazione e progettazione urbana e territoriale, è promosso anche dal Politecnico di Bari

Il master ha l’obiettivo di formare figure professionali esperte in grado di applicare l’approccio di genere in ogni ambito della progettazione, della pianificazione, delle politiche urbane e territoriali. Guardare allo spazio cittadino attraverso il filtro del genere significa ridisegnare strade, luoghi di aggregazione e di aiuto, ma anche “pensare al carico di lavoro e di cura che le donne si portano dietro, porsi dal punto di vista delle esigenze della vita quotidiana, non solo delle donne ma delle diverse popolazioni umane, come le minoranze”, racconta Barbanente. “Molta della progettazione della città è tecnica, trascura il punto di vista delle persone e non solo, pensiamo alla drammatica riduzione della biodiversità”.

Insomma, un approccio inclusivo che va allenato, raffinato, educato. Destinato a tutti i bisogni non soddisfatti, come quello appunto della conciliazione dei tempi urbani e la vita privata (“mancano servizi di prossimità”). La città metropolitana, del resto, è fatta di contraddizioni, come quella tra la periferia, carente di servizi, e il centro, che pure è inospitabile, ad esempio, per i bambini, a causa del traffico. Ovviamente in questo discorso rientrano spazi di aggregazione e di aiuto, come i centri anti violenza e le case per le donne, ma anche per i disabili e chiunque sia in situazioni di difficoltà.

Le lezioni inaugurali del 17 e 18 febbraio (rispettivamente a Prato e Firenze, posso essere seguite a distanza qui) presentano due casi di studio molto noti, quelli di Barcellona e Vienna,  che hanno integrato il cosiddetto gender mainstreaming nella macchina amministrativa. Vale a dire che lo sguardo di genere è entrato a far parte ufficialmente dell’agenda politica, in modo sistematico. E così a Barcellona gli spazi pubblici sono costruiti attorno le superillas, ovvero isolati dove le strade non sono pensate per le auto, ma per i pedoni, le biciclette, i passeggini. Lo stesso è stato fatto nella capitale austriaca, dove, nel quartiere semicentrale Maria Hilf, sono stati rivoluzionati gli spazi pensando alla vita quotidiana delle persone e la loro socialità, attraverso spazi pedonali e protetti, giardini, semafori intelligenti, panchine, giochi per bambini allaperto.

E in Puglia? “A Bari non c’è stata pianificazione in questa prospettiva – racconta la docente – da quello che so. Si è parlato di rigenerazione creativa, progetti abitativi…ma sono tutte iniziative scollegate tra loro. In certe zone della città non c’è attenzione e partecipazione”.

 

Articoli correlati