Da Cassazione e Corte di Giustizia Onu 2 sentenze pro-clima

Ph courtesy Giudizio Universale

Si riapre il cammino per la giustizia climatica in Italia. “Il diritto internazionale parla con chiarezza: proteggere il clima è un obbligo, non un’opzione”

 

Marica Di Pierri, portavoce di A Sud, organizzazione ecologista indipendente che si batte per la giustizia climatica e aderisce alla causa Giudizio Universale, dice: “Ci auguriamo che quest’importante presa di posizione abbia effetto anche nell’ordinamento italiano, e che assieme alla decisione sulla giurisdizione della Corte di Cassazione spinga anche nel nostro Paese i giudici a pronunciarsi nel merito sulle cause climatiche, a partire proprio da Giudizio Universale”.

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Il contenzioso climatico contro lo Stato italiano promosso dall’organizzazione A Sud insieme a più di 200 tra organizzazioni ecologiste e singoli cittadini (qui le ragioni dell’iniziativa legale e la possibilità di unirsi alla battaglia sottoscrivendo la campagna), chiede di riconoscere la responsabilità dell’Italia in termini di inazione climatica, e quindi l’inadeguatezza del Pniec – Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, a fronteggiare l’attuale emergenza.

 

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L’istanza presentata in tribunale al momento è in standby. La Corte d’Appello di Roma ha fissato al 21 ottobre 2026 l’udienza di rimessione in decisione della causa. “La scelta dei giudici italiani – spiegano i ricorrenti – colpisce rispetto all’urgenza del contesto climatico. Mentre il 2024 si è già consegnato alla storia come l’anno in cui è stata superata la soglia critica di +1.5°C di riscaldamento globale, e il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici Ipcc (organismo delle Nazioni Unite incaricato di valutare la scienza correlata ai cambiamenti climatici) come le Parti dell’Accordo di Parigi hanno ribadito la necessità di drastiche riduzioni delle emissioni entro il 2030, la giustizia italiana si prende il lusso e la responsabilità di rimandare di un altro anno e mezzo la decisione su un tema che incide direttamente sulla vita, la salute e i diritti fondamentali delle persone”.

In questi giorni segnati dalle ondate di calore e dagli eventi estremi sono arrivate però, due notizie che aprono anche in Italia la strada per ottenere giustizia climatica nei tribunali:

  • la prima riguarda Eni, il colosso petrolifero italiano: il 22 luglio la corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità della Giusta Causa, il contenzioso climatico portato avanti da Greenpeace, ReCommon e da dodici cittadine e cittadini contro Eni, Cassa Depositi e Prestiti e il Ministero dell’Economia e Finanze.
  • La seconda arriva dalla Corte di Giustizia Internazionale delle Nazioni Unite. Il 23 luglio i giudici dell’Aja, con una pronuncia storica, la Corte ha stabilito che gli Stati devono affrontare “la minaccia urgente ed esistenziale del cambiamento climatico”, collaborando per limitare le emissioni di gas serra. E soprattutto, ha affermato il presidente della Corte Yuji Iwasawa, “i trattati sul cambiamento climatico stabiliscono obblighi rigorosi e non rispettarli può costituire una violazione del diritto internazionale”.

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“Con la decisione della Cassazione si esce da un pantano giuridico”

L’istanza Giusta Causa presentata alla Cassazione nasce non solo dalla volontà di ottenere un regolamento di giurisdizione riguardante la causa contro Eni per riconoscere i danni climatici provocati dal colosso del fossile, ma anche per superare i dubbi interpretativi sollevati dalla sentenza di primo grado di Giudizio Universale, il contenzioso climatico promosso da A Sud e altri 202 soggetti contro lo Stato italiano, dichiarato inammissibile per difetto assoluto di giurisdizione.

Una decisione in controtendenza rispetto ad altre esperienze europee e sconfessata dalla successiva vittoria della causa intentata da Klima Sennioninnen davanti la Corte dei Diritti Umani di Strasburgo.  Greenpeace e ReCommon avevano chiesto alla Cassazione di sciogliere questo punto. Così è arrivato un pronunciamento che, oltre a dare ragione alla Giusta causa, ribadisce un principio: i tribunali italiani hanno giurisdizione – cioè hanno competenza a giudicare – in ambito climatico.

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“Finalmente – si legge in una nota di Giudizio Universale – si esce dal pantano giuridico in cui la decisione del tribunale civile di Roma ha spinto il panorama del contenzioso climatico in Italia. La decisione della Cassazione riapre il cammino per la giustizia climatica, sulla quale si muove anche il percorso di Giudizio Universale”.

Come scrive anche Greenpeace “Il responso della Suprema Corte sancisce senza ombra di dubbio che i giudici italiani si possono pronunciare sui danni derivanti dal cambiamento climatico sulla scorta tanto della normativa nazionale, quanto delle normative sovranazionali e che, dunque, le cause climatiche nel nostro Paese sono lecite e ammissibili anche in termini di condanna delle aziende fossili a limitare i volumi delle emissioni climalteranti in atmosfera. La Cassazione ribadisce anche che un contenzioso climatico come quello intentato da Greenpeace Italia e ReCommon non è affatto un’invasione nelle competenze politiche del legislatore o delle aziende, quali Eni. La tutela dei diritti umani fondamentali di cittadine e cittadini minacciati dall’emergenza climatica è superiore a ogni altra prerogativa e da oggi sarà possibile avere giustizia climatica anche nei tribunali italiani”.

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Dalla Corte Internazionale di Giustizia un passo decisivo per la giustizia climatica

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L’opinione consultiva sul cambiamento climatico emessa il 23 luglio dalla Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che gli Stati hanno obblighi giuridici concreti, non solo impegni “politici”. Gli Stati devono considerare gli obblighi derivanti dal diritto internazionale consuetudinario e dai trattati sui diritti umani. La mancata adozione di misure adeguate per ridurre le emissioni può costituire un atto illecito internazionale. La sentenza è cioè da cosniderarsi un passo decisivo verso la responsabilizzazione degli Stati e la giustizia climatica globale.

“Il parere della Corte Internazionale di Giustizia – spiega Luca Saltalamacchia del team legale di Giudizio Universale – è molto chiaro nel prevedere che gli Stati, in materia climatica, non godono di alcuna discrezionalità assoluta, ma piuttosto devono sottostare ad obblighi vincolanti, stabiliti dai trattati sui cambiamenti climatici, e che la violazione di tali obblighi costituisce un illecito internazionale. L’ordinanza della Suprema Corte nell’ambito della Giusta Causa fissa un altro importantissimo principio: che le controversie climatiche sottoposte all’autorità giudiziaria devono essere decise nel merito, non potendosi applicare il principio della separazione dei poteri per escludere che un Giudice valuti la legittimità delle richieste formulate dai ricorrenti in omaggio ad una inesistente discrezionalità politica in ambito climatico”.

Tutti elementi che rafforzano la legittimità delle domande presentate nell’ambito dell’azione legale intentata contro lo Stato: “Il diritto internazionale parla con chiarezza: proteggere il clima è un obbligo, non un’opzione. Ci auguriamo – commenta Marica Di Pierri, portavoce di A Sud – che questa importante presa di posizione abbia effetto anche nell’ordinamento italiano, e che assieme alla decisione sulla giurisdizione della Corte di Cassazione spinga anche nel nostro Paese i giudici a pronunciarsi nel merito sulle cause climatiche, a partire proprio da Giudizio Universale”.

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