COP28, vince la giustizia climatica

I rappresentanti dei Paesi presenti a COP28

Importante risultato nella giornata di apertura della Conferenza sul clima a Dubai: i paesi industrializzati risarciranno quelli più vulnerabili e danneggiati non solo economicamente dall’aumento delle emissioni idi CO2 a causa dell’industrializzazione. Ma basterà?

 

Un primo risultato c’è, diremmo insperato, viste le polemiche che hanno preceduto e il pessimismo degli osservatori alla vigilia di COP28, che si è aperta ieri a Dubai negli Emirati Arabi Uniti, alla presenza di oltre 190 Paesi. E il risultato positivo è che nella giornata di apertura della Conferenza sul clima, all’unanimità è stato approvato l’accordo sul Fondo Loss and Damage, ossia delle perdite e danni da cui sono colpiti i paesi più vulnerabili, perchè meno sviluppati (e per questo più poveri) ma che pagano le conseguenze più alte della crisi climatica. Questo significa che i Paesi più ricchi dovranno versare somme sostanziose per “ripagare” paesi come Pakistan, Bangladesh, Somalia, Etiopia,  o Kenya, nei quali il clima impazzito ha prodotto danni enormi in termini di perdita di suolo agricolo, malattie, fame, vittime. Basti l’esempio del Corno d’Africa, che dopo anni di siccità sta ora affrontando forti piogge con devastanti inondazioni che stanno colpendo milioni di persone.

La Presidente del Consiglio Giorgia meloni annuncia lo stanziamento di 100 milioni di euro per il Fondo Loss and Damage (Immagine Presidenza del Consiglio di Ministri)

Insomma, soldi per contribuire alla mitigazione del clima e mettere in atto strategie di resilienza e orientate verso la transizione ecologica. Risultato storico, arrivato dopo 28 colloqui sul clima, e proprio in un Paese molto discusso nella sua veste di organizzatore della conferenza sul clima – a dir poco –  per essere al settimo posto tra i 10 maggiori produttori di gas e petrolio. E’ notizia dell’ultim’ora l’impegno dell’Italia, che verserà ben 100 milioni di euro, mettendosi alla pari con Emirati arabi Uniti e Germania, che verseranno  100 milioni di dollari a testa, seguiti a ruota da  Gran Bretagna (60 milioni di sterline), Stati Uniti (17,5 milioni di dollari), Giappone (10 milioni sempre in dollari).

Loss and Damage,  non più solidarietà ma giustizia per i più vulnerabili

Dunque, facendo due conti, circa già  400 milioni di dollari sono a disposizione della parte più danneggiata del pianeta, con una logica nuova rispetto al passato. Non si parla più di solidarietà, ma di giustizia climatica, un concetto introdotto nella passata edizione della COP a Sharm el Sheik. Ma di cosa parliamo con l’espressione “Loss and Damage”? E’ un meccanismo che obbliga i paesi più industrializzati a risarcire i danni economici causati dal riscaldamento globale determinato dalle emissioni di CO2 nei paesi più poveri. I dati forniti dall’UNEP, il programma ambientale dell’ONU, non lasciano spazio a scappatoie: i paesi meno sviluppati sono responsabili solo del 4% di queste emissioni, ma ospitano oltre 1 miliardo di persone, pari al 14% della popolazione mondiale. E sempre l’UNEP fa sapere che se non si interviene in tempo la crisi climatica farà sentire i suoi effetti soprattutto in Africa, dove potrebbe concentrarsi il 50% delle morti causate dal global warming.

Ma le somme annunciate tra ieri e oggi non possono bastare. Ancora le stime dell’UNEP dicono che ci vorrebbero tra i 215 e i 587 miliardi l’anno, pari all’1% del PIL di tutti i paesi classificati come in via di sviluppo, per sanare le gravissime ferite della parte svantaggiata del pianeta. Una somma che dovrebbe tra le 10 e le 18 volte tanto quanto hanno versato finora i paesi più industrializzati.

Ma se i leader del pianeta sembrano voler mettere mano al portafoglio e contribuire a una maggiore equità tra paesi, cosa ne pensa le gente comune? La sesta edizione dell’Indagine sul Clima realizzata dalla Banca europea per gli investimenti (BEI) fa sapere che in Italia, Il 64% degli intervistati (con una percentuale di 4 punti superiore alla media UE e di 6 punti superiore a quella tedesca, ad esempio), condivide l’idea che il proprio paese debba risarcire finanziariamente i paesi colpiti per aiutarli nella lotta contro i cambiamenti climatici. Una buona notizia.

La banca mondiale è l’interlocutrice giusta?

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L’Africa è in prima linea nella crisi climatica ed è altamente vulnerabile alle sue conseguenze

Si pone comunque un altro problema: da chi e come verranno gestiti questi soldi?  A farlo sarà la Banca Mondiale, ma non tutti sono d’accordo. “Le condizioni accettate dalla Banca Mondiale per ospitare il Fondo dimostrano che la Banca non è un’istituzione adatta allo scopo. Tuttavia, ora che la Banca Mondiale è diventata l’ospite concordato – nonostante le stridenti obiezioni della società civile – deve dimostrare rapidamente di essere in grado di soddisfare queste condizioni, molte delle quali potrebbero richiedere significativi cambiamenti di policy all’interno della sua cospicua burocrazia. Vigileremo con molta attenzione per assicurare che le riforme necessarie avvengano rapidamente. In caso contrario, il Fondo deve essere trasferito immediatamente fuori dalla Banca Mondiale”, osserva Brandon Wu, direttore delle politiche e delle campagne di ActionAid USA e osservatore della società civile alle riunioni del Comitato transitorio per le perdite e i danni.

Guterrez: “La terra brucia”

Oggi, intanto, Il segretario generale dell’ONU Guterres ha lanciato ancora una volta il suo grido d’Allarme: “La Terra brucia, dobbiamo eliminare le fonti fossili”. Parole consapevoli di come possa essere dirompente un dibattito che ha già visto ieri il sultano Al-Jaber (presidente della COP28 ma anche amministratore di un’azienda petrolifera e al tempo stesso persona di rilievo nella gestione delle rinnovabili, dunque in evidente conflitto di interessi), farsi abilmente portavoce di una discussione comune che includa i carburanti fossili nella gestione della transizione ecologica. Ha parlato oggi anche Carlo III, il sovrano dall’inequivocabile anima ambientalista. “Prego con tutto il cuore che la Cop28 sia un altro punto di svolta critico verso un’autentica azione di trasformazione. I pericoli non sono più rischi lontani. – ha detto – Se non ripariamo e ripristiniamo rapidamente l’economia unica della natura, la nostra stessa economia e la nostra sopravvivenza saranno in pericolo”.

Nei prossimi giorni verranno affrontati gli altri temi caldi di COP28. Ne ricordiamo alcuni: domani si parlerà di alimentazione; il 3 di salute; venerdì 8 dicembre di bambini, istruzione e competenze. Il mondo si interroga sul futuro che il riscaldamento globale ci sta preparando e che dobbiamo essere in grado di cambiare, se solo lo vogliamo.

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