Giudizio Universale, pubblicata la sentenza del primo contenzioso climatico contro lo Stato Italiano

Ph Giudizio Universale

“Causa inammissibile per difetto di giurisdizione”.

 

Si è chiuso così, dopo più di due anni e mezzo di udienze e migliaia di pagine di documentazione prodotta, il primo grado di giudizio nella causa climatica intentata nel 2021 contro lo Stato italiano da 203 attori tra cui 24 associazioni e 179 individui.

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Con la causa si chiedeva al tribunale – considerata l’esistenza di un preciso dovere dello Stato nell’agire efficacemente per rispettare gli impegni assunti in ambito climatico e tutelare i diritti fondamentali minacciati dagli stravolgimenti climatici – di riconoscere che l’insufficienza delle politiche climatiche in campo minaccia il godimento dei diritti fondamentali e, di conseguenza, di imporre allo Stato di rivedere al rialzo gli obiettivi di riduzione delle emissioni.

Secondo il team legale che ha seguito la causa, composto da avvocati e giuristi appartenenti alla Rete Legalità per il clima: “La sentenza, per un verso, si pone palesemente in contrasto con la Carta dei Diritti fondamentali dell’Ue e con la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, strumenti di tutela che non contemplano limiti di accesso al giudice nelle questioni climatiche, come già riconosciuto dalla giurisprudenza di numerosi Stati europei. Per altro verso, è anche contraddittoria, perché, da un lato, riconosce la gravità e urgenza letale dell’emergenza climatica, dall’ altro, però, statuisce che in Italia non esisterebbe la possibilità di rivolgersi a un giudice per ottenere tutela preventiva contro questa situazione, nonostante siffatta tutela sia stata riconosciuta dalla Corte costituzionale. Pertanto, sussistono tutti i presupposti per impugnarla”.

Il team, sottolinea che la “scelta stride particolarmente con l’oggetto stesso della causa, che riguarda l’urgenza di un’azione efficace contro i cambiamenti climatici, la cui accelerazione rappresenta una minaccia per il godimento di tutti i diritti umani riconosciuti e tutelati dal nostro ordinamento. Nella scarna sentenza si afferma, in sostanza, che il tribunale adito non ha competenza per esprimersi. O meglio: che in Italia non esistono tribunali in grado di decidere su questo tipo di domanda, segnando una distanza siderale rispetto ad altri Stati Europei in cui cause analoghe, con analoghi costrutti, basate su simili istituti giuridici di diritto civile, si sono concluse con importanti sentenze di accoglimento”.

Di Pierri (A Sud): ‘Con questa battaglia siamo dalla parte giusta della storia’

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“Si tratta di una occasione persa per le istanze sociali ed ambientali nel nostro paese” spiega Marica Di Pierri, portavoce di A Sud e co-coordinatrice della campagna Giudizio Universale.

“La volontà di non esprimersi del tribunale di Roma non comporta che non ci siano i presupposti per una condanna dello Stato. Secondo il tribunale – spiega – nessun giudice italiano può tutelare i diritti fondamentali minacciati dall’inefficienza delle politiche climatiche dello Stato, come avvenuto in molti Paesi europei. È una scelta di retroguardia. Non possiamo negare di essere delusi dall’esito del processo ed è certo che impugneremo la decisione”.

“Teniamo in conto che la strada per ottenere giustizia in tribunale può essere lunga, basti pensare al cammino che hanno dovuto percorrere le cause contro l’amianto. Siamo forti del fatto di aver contribuito a mettere in moto un movimento globale di persone che si rivolgono alla giustizia per proteggere il loro diritto a un clima stabile.  Soprattutto – continua Di Pierri – siamo dalla parte giusta della storia. Siamo dalla parte della scienza, dalla parte dei diritti. E non ci fermeremo: continueremo a batterci per vedere le nostre istanze accolte e il diritto al clima riconosciuto”.

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Mercalli (Società Meteorologica Italiana): ‘L’Italia ha perso un’occasione e tempo prezioso’

Tra i ricorrenti dell’azione legale Luca Mercalli, climatologo e divulgatore, presidente della Smi, Società Meteorologica Italiana, ha dichiarato: “Che l’Italia non stia facendo abbastanza per ridurre le emissioni è sotto gli occhi di tutti; che la politica non ascolta la scienza né i cittadini anche. In molti Paesi i tribunali hanno fatto la differenza, peccato che in Italia si sia persa questa importante occasione e tempo prezioso. Però l’emergenza climatica non aspetta e si manifesta con particolare severità proprio sul Mediterraneo: di certo l’impegno della società civile non si ferma qui, sia dentro che fuori le aule di giustizia”.

A commentare la sentenza anche organizzazioni che hanno promosso azioni simili in altri paesi. Così Marjan Minnesma, direttrice di Urgenda, la fondazione olandese protagonista del celebre caso che ha portato alla storica condanna dell’Olanda: “C’è un divario crescente tra le promesse dei nostri governi e le azioni che intraprendono nell’affrontare l’emergenza climatica. La sentenza Urgenda nei Paesi Bassi ha dimostrato che i tribunali hanno un ruolo cruciale nell’esaminare se i governi stiano facendo abbastanza per ridurre le emissioni di gas serra e quindi salvaguardare i diritti fondamentali dei loro cittadini. Numerosi tribunali in tutto il mondo hanno seguito questo precedente, rafforzando così le politiche climatiche e la tutela dei diritti umani nei loro Paesi. Mentre gli impatti climatici estremi continuano a devastare tutti i continenti, i tribunali italiani non dovrebbero sottrarsi al loro dovere costituzionale: dovrebbero seguire le orme di quei tribunali che già hanno indicato la strada, assicurando che i governi rispettino i loro obblighi giuridici e mantengano gli impegni presi per affrontare l’emergenza climatica”.

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Non esprimersi sugli impatti della crisi climatica, si legge in una nota delle associazioni ricorrenti, “vuol dire in definitiva disattendere le richieste di giustizia e le istanze di protezione di diritti fondamentali, compromessi dalle inadempienze istituzionali. In questi anni i contenziosi climatici hanno fornito strumenti utili alla cittadinanza e anche alla politica. Le indicazioni che sono arrivate dai tribunali grazie ai contenziosi climatici hanno prodotto spesso leggi migliori in materia. Che il tribunale italiano abbia scelto di sottrarsi, come afferma Urgenda, al suo dovere costituzionale, rifiutando di assicurarsi che lo Stato rispetti i suoi obblighi è una scelta che denunciamo pubblicamente e contro cui daremo battaglia nelle sedi opportune”.

Le contraddizioni della sentenza

Ecco di seguito alcuni punti che i ricorrenti della causa Giudizio Universale contro lo Stato evidenziano rispetto alla sentenza:

  • Tra le contraddizioni che emergono nella decisione: la giudice ha fatto riferimento alla centralità delle analisi dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale Ispra. Tuttavia, la sentenza ignora quanto segnalato dai ricorrenti – proprio su questo punto – negli ultimi atti depositati. Nel 2023 proprio Ispra ha affermato che l’aumento delle emissioni registrato in Italia negli ultimi anni è un trend destinato a essere confermato, segnalando scenari di riduzione delle emissioni al 2030 “poco promettenti” e già ad oggi incompatibili con i target europei di contrasto al cambiamento climatico.
  • La giudice afferma, nel dispositivo, che “non dispone delle informazioni necessarie per l’accertamento della correttezza” in merito alle “valutazioni prognostiche di parte attrice” ma al contempo ha rifiutato la nomina d’ufficio di un esperto tecnico che potesse confermare o meno i dati portati alla sua attenzione, come richiesto dai ricorrenti.
  • Dinanzi alla Corte Europea dei Diritti umani, chiamato a difendersi nell’ambito del caso Duarte, lo Stato italiano ha ribadito alla Corte che è consapevole di dovere fare la propria parte per proteggere i diritti umani dal cambiamento climatico e contenere il riscaldamento globale entro la soglia di 1,5°C. Dinanzi alla più alta giurisdizione europea, lo Stato ha riconosciuto la legittimità della nostra azione legale, affermando che la causa Giudizio Universale rappresenta «una via concreta per valutare gli sforzi di mitigazione dello Stato per affrontare il cambiamento climatico”. Peccato che a livello nazionale lo Stato ha invece di fatto invocato l’immunità delle proprie scelte davanti al tribunale civile di Roma, chiedendo di dichiarare la domanda inammissibile.
  • Dall’avvio della causa climatica, nel giugno 2021, lo Stato italiano ha continuato a promuovere politiche climatiche ed energetiche in aperto contrasto con gli impegni assunti. Il tal senso il report “Inerzia al potere” che analizza gli anni 2022-2023, pubblicato da A Sud a febbraio, quale aggiornamento a sostegno delle richieste dei ricorrenti.

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