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Rapporto Cave 2011: bilancio dell’attività estrattiva in Italia

Ridurre le cave puntando sul riciclo degli inerti. Questa, in sintesi, la necessità emersa dall’ultimo rapporto di Legambiente in merito all’attività estrattiva in Italia, che spesso va ad infliggere gravi ferite al paesaggio.

Ad oggi il Bel Paese ha in conto un dispendio di cemento pari ad oltre 34 milioni di tonnellate, con una media di 565 kg per ogni cittadino. Nel 2010 dalle 5.736 mila cave attive sono stati estratti quasi 90 milioni di metri cubi di inerti di cui circa la metà – ovvero 43 milioni di metri cubi – in Lombardia, Lazio e Piemonte, con 2.240 Comuni coinvolti. Un vero e proprio primato nel consumo di cemento che l’Italia continua a detenere in ambito europeo e che va a contribuire nell’intaccare il paesaggio assieme ad altri aspetti degeneri a cui ancora non si trova il giusto rimedio.

Attività estrattiva in Puglia

Tra questi spicca il problema delle cave dismesse: se ne contano ben 13mila nelle regioni in cui esiste un monitoraggio, che vanno a toccar quota 15mila sommando quelle abbandonate di Calabria, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia. Una situazione che va a costituire terreno fertile per alimentare la presenza di attività illegali, laddove troppo spesso le cave diventano per le Ecomafie luoghi ideali nei quali conferire rifiuti di ogni sorta.

Un circolo vizioso che può essere spezzato partendo da uno stato di chiarezza nella normativa. Come sottolinea appunto il Rapporto Cave 2011 di Legambiente, nel nostro Paese sono ben 9 le regioni prive di un Piano Cave: in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Calabria, Basilicata, Campania, Friuli Venezia Giulia e Piemonte non esistono norme che vadano a disciplinare l’attività estrattiva. Una mancanza «grave perché, in pratica, si lascia tutto il potere su dove, come e quanto cavare, in mano a chi concede l’autorizzazione», sottolinea l’associazione ambientalista in una nota.

«L’innovazione è fondamentale – tiene a chiarire Edoardo Zanchini, responsabile Urbanistica di Legambiente – a maggior ragione quando può avvenire in modo sostenibile come in questo settore dove il recupero degli inerti provenienti dalle demolizioni in edilizia può sostituire quelli di cava, come sta avvenendo in molti Paesi europei e che consente di avere molti più occupati e di risparmiare il paesaggio». Si segnalano, dunque, le grandi potenzialità, volàno per la green economy, che potrebbero arrivare con l’obbligo di utilizzare materiali provenienti dal riciclo degli inerti edili. Quest’ultimi andrebbero impiegati al posto di quelli provenienti da cava per infrastrutture e costruzioni, mantenendo le medesime prestazioni e rendendo l’Italia più avanzata e competitiva rispetto ai vicini europei. «Basti dire che – ricorda Legambiente – mentre da noi siamo ancora al 10% di materiali riciclati provenienti dall’edilizia, in Germania si arriva all’86,3 % (erano al 17 nel 1999), in Olanda al 90%, in Belgio all’87% e la Francia in 10 anni è passata dal 15% al 62,3%».

Ma come mai, finora, questo tipo di strategia è rimasta ai margini e si è continuato ad estrarre senza remore? Senz’altro complice è stata una disciplina assai vetusta – in Italia le regole per l’attività estrattiva sono contenute in un Regio Decreto del 1927 – ma il gap sussiste in primis nel fatto che le Regioni, alle quali sono stati trasferiti i poteri in materia nel 1977, non prestano al settore sufficiente attenzione e poi che le entrate degli enti pubblici dovute all’applicazione dei canoni restano ridicole in confronto al volume d’affari del settore. Infatti, solo dalla vendita di sabbia e ghiaia (i materiali di minor pregio) i cavatori ricavano circa 1 miliardo e 115 milioni di euro l’anno che però fruttano alle Regioni neanche 36 milioni di euro di canoni di concessione. In media, infatti, nelle Regioni italiane si paga il 4% del prezzo di vendita degli inerti e in alcune – come Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna – si cava addirittura gratis.

Cava sequestrata a Lamezia Terme (Cz)

«Dopo 85 anni serve finalmente una riforma del settore che ripristini regole, controlli e sanzioni – precisa Zanchini – e che adegui i vergognosi canoni, visto l’impatto che le cave hanno sui territori. Un ritorno alla legalità che vale in particolare nelle regioni del Mezzogiorno dove l’attività di cava è assurdamente gratuita e dove il peso delle Ecomafie nell’intero ciclo del cemento è decisamente inquietante». Legambiente chiede quindi di adeguare, in tutte le regioni, il canone al prezzo medio che si paga oggi nel Regno Unito per l’attività di cava, ossia il 20%. In questo modo, solo considerando sabbia e ghiaia, si potrebbero ottenere risorse pari a quasi 268milioni di Euro, rispetto agli attuali 36 milioni di Euro. In Lombardia si passerebbe da 7milioni di Euro a 48, nel Lazio da 4,7 a 47, in Piemonte da 5 a 33, mentre in Puglia si avrebbero nuove entrate per 22milioni di Euro, in Sardegna per quasi 17milioni. «L’enorme numero di cave in Italia dipende dal fatto che si paga poco o niente per cavare – conclude il responsabile Urbanistica di Legambiente – Perché Tremonti e le Regioni non guardano a questo settore per recuperare risorse invece di toglierle alle fonti rinnovabili o agli Enti Locali?».

Rapporto Cave 2011 Legambiente

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