Punta Perotti, la “Saracinesca” non si è ancora chiusa. Comune e Regione dovranno risarcire i costruttori

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L'abbattimento della "saracinesca" di Punta Perotti (Foto Alfca - Wikipedia)

Non si è ancora chiusa la “Saracinesca” su Punta Perotti

 

A 16 anni dall’abbattimento del complesso edilizio realizzato dai gruppi imprenditoriali Andidero, Matarrese e Quistelli, una sentenza sta ora scrivendo un nuovo capitolo giudiziario.

Ministero della Cultura, Regione Puglia e Comune di Bari dovranno versare quasi 8 milioni e 700mila euro alla Sudfondi degli imprenditori Matarrese come risarcimento del danno patrimoniale subito dall’abbattimento dei palazzi di Punta Perotti, avvenuto nel 2006 sul lungomare di Bari.

I giudici della Corte d’Appello di Bari hanno parzialmente accolto il ricorso della società contro la sentenza di primo grado che nel 2014 aveva rigettato la domanda dei costruttori. L’illegittimità della confisca del complesso immobiliare era già stata dichiarata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con il riconoscimento di un risarcimento complessivo di 49 milioni di euro. La sentenza ha accertato la responsabilità delle amministrazioni che avevano rilasciato le concessioni edilizie e le autorizzazioni che avevano dato il via libera ai cantieri, e ha disposto un nuovo ristoro.

Leggi Punta Perotti: perché l’Italia pagherà 49milioni di euro (Parte I) (Parte II)

L’ecomostro tra inchieste e risarcimenti

Nel gennaio 1995 iniziarono i lavori di edificazione ma all’impatto ambientale della gigantesca “Saracinesca” sul lungomare, seguirono indagini per appurare la regolarità delle concessioni.

Nel marzo 1997 la Procura di Bari ordinò la confisca dell’edificio e tra dissequestri, confische, revoche, richieste di risarcimento, pignoramenti, danni d’immagine e tentativi di concordati, si arrivò alla demolizione. Nell’aprile 2006 i fabbricati che sorgevano dove oggi c’è il Parco Perotti, vennero abbattuti con cariche esplosive. Nel frattempo gli imprenditori furono tutti assolti (2001) perché avevano ottenuto una regolare autorizzazione edilizia.

La battaglia legale però è proseguita arrivando alla Corte europea dei diritti dell’uomo che nel 2009 dichiarò che confisca era avvenuta in violazione del diritto della protezione della proprietà privata e della Convenzione dei diritti dell’uomo e poi, nel maggio 2012 una nuova sentenza condannò lo Stato italiano a pagare 49 milioni di euro alle imprese costruttrici, per il mancato godimento dei suoli negli anni della confisca, dal 2001 al 2010.

L’ultima, ma solo in ordine di tempo, è la sentenza della Corte d’Appello di Bari.

Riconosce che il risarcimento, riguardando unicamente la illegittimità della confisca e non l’accertamento della responsabilità in capo alle amministrazioni che avevano rilasciato le concessioni edilizie e le autorizzazioni ai cantieri, non ha coperto tutti i danni. L’ulteriore ristoro andrebbe a coprire le spese sostenute per progettazione, costi pubblicitari, pagamenti di Ici e oneri di urbanizzazione, oneri finanziari e parte dei costi di esecuzione dei lavori.

Le reazioni: ‘Nessun dubbio sulla demolizione’ e richieste ‘ridimensionate’

Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che era sindaco di Bari al momento dell’abbattimento, ha detto: “Nessun dubbio sulla demolizione di Punta Perotti. La sentenza della Corte d’Appello di Bari ha condannato gli Enti convenuti in giudizio (Comune, Regione e Ministero) per aver consentito agli inizi degli anni ’90 la realizzazione di Punta Perotti e non certo per aver disposto l’abbattimento.

parco punta Perotti_foto facebook
Oggi al posto di un complesso di abitazioni, a Punta Perotti c’è un parco (foto Facebook)

Quindi parliamo di responsabilità amministrative risalenti nel tempo. Infatti, la Corte territoriale ha ritenuto che all’epoca della adozione (1990) e della approvazione (1992) delle due lottizzazioni e relativo rilascio della concessione edilizia (1994), il Comune non potesse farlo, perché lì non si poteva costruire, per la presenza dei vincoli di inedificabilità previsti dalla normativa regionale e statale vigente. Quindi i piani di lottizzazione non erano legittimi, perché privi della necessaria autorizzazione paesaggistica.

La Corte d’Appello ha ritenuto responsabili anche la Soprintendenza per i beni culturali ed ambientali (organo periferico del Ministero) e la Regione, per aver consentito il rilascio della concessione edilizia. Finalmente una parola chiara e, spero, definitiva sulle responsabilità politiche e amministrative di questa vicenda”.

Sulla sentenza della Corte d’Appello di Bari nel giudizio di secondo grado proposto dalla SudFondi, è intervenuto anche il Comune di Bari: “La sentenza, molto articolata e corposa, è in fase di esame da parte del collegio difensivo del Comune di Bari. Preme tuttavia far presente che la Corte d’Appello ha enormemente ridimensionato la richiesta della società costruttrice che ammontava a circa 540 milioni di euro. La Corte ha, inoltre, respinto la maggioranza delle richieste avanzate dalla SudFondi, accogliendo solo una parte della domanda, limitando il danno risarcibile a poco più di 8 milioni euro, oltre interessi.

La condanna – così limitata – è nei confronti in solido del Ministero dei Beni Culturali, della Regione Puglia e del Comune per atti amministrativi, adottati agli inizi degli anni ’90. All’esito dell’esame della sentenza, il Comune valuterà l’eventuale impugnazione del provvedimento, il cui limitato esito negativo è ampiamente coperto dai fondi rischi appostati da questa amministrazione nel proprio bilancio”.

“Nella fattispecie – spiega il sindaco Antonio Decaro – è bene chiarire che il Comune di Bari oggi è chiamato a farsi carico di responsabilità ascrivibili all’epoca in cui vennero rilasciati i titoli edilizi, risalenti agli anni ’90. La sentenza chiarisce però inequivocabilmente che le richieste esorbitanti proposte dalla società costruttrice erano infondate per il 98%. Sarebbero infatti dovuti solo 8 milioni rispetto ai 540 milioni richiesti”.

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