Pozzi radioattivi, paura in Molise

Nei pozzi scavati dall’Eni negli anni ’60 in contrada Capoiaccio di Cercemaggiore, ad una ventina di chilometri da Campobasso è presente materiale radioattivo

“L’Italia è un paese pieno di cavuti, ma i cavuti che ci stanno a Cercemaggiore sono i più pericolosi”. Tradotto dal linguaggio pittoresco, un misto di dialetto e italiano di Antonio Di Pietro, ex magistrato del pool Mani Pulite, e già presidente dell’Italia dei Valori significa che l’Italia è piena di pozzi, ma quelli che sono in Molise e a Cercemaggiore in particolare sono i più pericolosi. Perché si tratta di pozzi radioattivi. Una radioattività dieci volte superiore ai valori di fondo e attestata dai rilievi condotti dai tecnici dell’Ispra, l’Istituto superiore per la ricerca ambientale.

A preoccupare i cittadini di Cercemaggiore è soprattutto il numero di morti per tumore negli ultimi anni nella zona

Una storia lunga cinquant’anni –  Nei pozzi scavati dall’Eni nei primissimi anni ’60 in contrada Capoiaccio di Cercemaggiore, ad una ventina di chilometri da Campobasso è presente materiale radioattivo; si esclude però che si tratti di scorie industriali. I rilievi comunque hanno confermato la presenza di benzene e diclorometano nel terreno circostante. A dicembre scorso, Di Pietro presentò un esposto in cui chiedeva di conoscere cosa era realmente accaduto in contrada Capoiaccio dai primi anni ’60 fino al 1970, quando da quei pozzi profondi tre chilometri prima la Montedison e poi la Selm estrassero petrolio. E cosa è stato versato negli anni successivi, fino al 1989, quando l’apertura dei pozzi fu sigillata con una colata di cemento. A preoccupare i cittadini di Cercemaggiore, riuniti in assemblea nella sala del Comune, è soprattutto il numero di morti per tumore avvenuti negli ultimi anni nella zona. Cosa nascondono dunque i pozzi di Capoiaccio? E soprattutto cosa è stato versato in quei pozzi da camion che giungevano di notte? Scene che sono state viste e ricordate da Salvatore Ciocca, consigliere regionale e presidente della Commissione Ambiente alla Regione. Ricordi nitidi di mezzi “ che arrivavano soprattutto al tramonto e scaricavano qualcosa”. Secondo alcuni rapporti quei mezzi arrivavano anche da Porto Marghera. Un mistero che attende da cinquant’anni di essere risolto.

Nel dicembre 2013 il senatore Antonio Di Pietro presentò un esposto in cui chiedeva di conoscere cosa era realmente accaduto in contrada Capoiaccio

Di Pietro alza la voce – «Ora e soltanto dopo il mio esposto gli organismi competenti si stanno “spintaneamente” interessando». Calca la voce sul termine che ha coniato Di Pietro e raccoglie il consenso dell’assemblea. «Ho presentato l’esposto perché ci sono stati i morti, quattro dei sei che lavoravano per l’azienda petrolifera nella zona. Le indagini ora devono andare avanti perché bisogna capire quali sostanze mettono in pericolo la salute del territorio. L’ipotesi di reato è quella di disastro ambientale con aggravante di morti e disastro del territorio. Il disastro ambientale – sottolinea Di Pietro – è un reato con effetto permanente e per questo tipo di criminali sono previsti 15 anni di reclusione». Raccoglie gli applausi dell’assemblea Di Pietro. Ad ascoltarlo nella sala strapiena di gente c’è anche Nicola Felice, uno dei promotori del comitato di cittadini. Sua madre è morta a causa di un tumore. « Nella zona dei pozzi io ci ho giocato con gli amici per anni – dice – si sapeva che era contaminata, ma evidentemente non si capiva bene il rischio a cui eravamo sottoposti. Una volta mamma ha anche portato pomodori e patate a far analizzare, ma è risultato tutto in regola». L’episodio fa rivivere una scena di Gomorra. Peccato però che questo non è un film.

 

 

 

 

 

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