Non è tutto verde quel che luccica

Verde sporco. Come il dollaro e non più il verde acceso (che è il colore di questa copertina), baluardo di una radiosa Green Economy. Sporcato dai soliti loschi traffici di chi fa del profitto una religione, a scapito del benessere, di quello sviluppo che, in un gioco di parole, alcuni analisti stranieri chiamano develop-men (e non più development), senza una “t” e con l’uomo al centro. Perchè può esistere e in parte già prolifera, un’economia green asservita al mercato oligopolista, quello della concorrenza non proprio democratica, da “bieca logica degli extra-profitti” com’è qui chiamata. E su questo mette in guardia in queste pagine propriol ‘autore collettivo di questo Non è tutto verde quel che luccica, cioè  l’Associazione Re:Common, che ha sede a Roma dove da anni sviluppa la propria attività per – scrive – “sottrarre al mercato e alle istituzioni finanziarie private e pubbliche, come Banca Mondiale e Banca Europea degli investimenti, il controllo delle risorse naturali, restituendone l’accesso e la gestione diretta ai cittadini tramite politiche di partecipazione attiva”.

Il business c’è. Lo testimoniano le cifre. “Nel 2008, 173 miliardi di dollari sono andati in tecnologie energetiche sostenibili” e ancora, si parla di investimenti pianificati per “630 milioni di dollari fino al 2030”. Ma, dicono gli autori, “scavando nel nuovo mantra dell’economia verde si scopre che quello di tante attività promosse è un colore opinabile” (e qui vedi citato anche il greenwashing per ripulirsi la facciata). Questo libro punta invece alla promozione dei beni comuni, com’è spiegato nel capitolo conclusivo dall’eloquente titolo “Fare comunella per riappropriarsi dei beni comuni”. Un ritorno alla parola “resistenza” che ingaggia la lotta all’interesse privato, contro le privatizzazioni e il dilapidamento del patrimonio collettivo, il neocapitalismo e le concentrazioni di potere. Portando ad esempio anche esperienze come la Rete Artemide per il recupero di alcuni casali abbandonati in Umbria o la gestione partecipata dai cittadini, dell’azienda elettrica di Prato allo Stelvio in Alto Adige. Per passare dal comunitarismo all’ipotesi di una transizione ad un altro ruolo per lo Stato.

Parola d’ordine, “definanziarizzare”. Come monito ad un nuovo dominio della società non più basato sull’interesse privato, ma pubblico, nella gestione dei beni comuni e delle risorse naturali, al di fuori dalle logiche di mercato. Puntando il dito ad esperienze come quella della EcoPlanet Bamboo (12 milioni di “bamboo bond” sul mercato per finanziare una piantagione di bamboo in Nicaragua) e sulle frodi nel mercato dei permessi di emissioni, così come sulla (ir) responsabilità di impresa di Eternit o della BP nel Golfo del Messico.

Per tutelare il Capitale Naturale – ossia suolo, aria, flora e fauna – la strada da tracciare non è dunque quella delle corporation e dei futures, bensì quella della comunità e di un futuro, concreto e sostenibile.

Re:Common, Non è tutto verde quel che luccica, Altreconomia Edizioni, pp. 158, euro 9

 

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