Le 9 lame (quasi tutte dimenticate) di Bari e il rischio allagamenti

Il sottosuolo urbano di Bari è carsico e questo significa che la città convive naturalmente con la presenza di acque sotterranee i cui movimenti, per quanto ignoti e trascurati, permangono

Perché è importante salvaguardare le 9 lame che attraversano Bari? Il discorso ruota attorno al territorio, alla geologia, all’idrogeologia ma soprattutto alla sicurezza di tutti

 

I lunghi giorni di pioggia di questa tardiva primavera e i conseguenti ma “abituali” allagamenti di alcune strade baresi, hanno nuovamente messo in evidenza un problema idraulico della città. La colpa non è del manto stradale ma di quello che l’urbanizzazione ha coperto.

Bari sorge su 9 lame. Da Nord-Ovest a Sud-Est sono: Balice, Lamasinata, Villa Lamberti, Picone, Fitta, Valenzano, San Marco, San Giorgio, Giotta.

Tre sono ben note ma anche ben visibili: Lama Balice che dal 2007 è un’area naturale protetta, Lama Lamasinata che attraversa la zona urbana ed è importante per il deflusso delle acque piovane e Lama Picone, vicino a zone dove sono stati trovati resti di insediamenti molto antichi. Tra le più grandi del territorio, quest’ultima nasce dalla confluenza di due diversi torrenti che percorrono le campagne di Sannicandro e Adelfia e si incontrano all’altezza di Loseto per proseguire in direzione di Ceglie e costeggiare Carbonara lungo il versante occidentale dell’abitato. A nord-ovest di Carbonara, il torrente lambiva importanti insediamenti rupestri presso Santa Candida e la Caravella, terminando più a nord, in mare, nei pressi di località Marisabella. E’ la lama che sottende buona parte della città.

Il sottosuolo urbano è carsico e questo significa che la città convive naturalmente con la presenza di acque sotterranee i cui movimenti, per quanto ignoti e trascurati, permangono.

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Riscoprire il territorio per proteggerlo

Le piogge di questi giorni hanno nuovamente messo in evidenza un problema idraulico di Bari. La colpa non è del manto stradale ma di quello che l’urbanizzazione ha coperto (Ph B.Minafra)

Gli antichi fiumi che dall’alta Murgia confluivano a ventaglio nella conca di Bari prima di sfociare nel mare Adriatico, nei millenni hanno tagliato la roccia. Le lame sono proprio i tracciati scavati dall’acqua piovana nel terreno carsico, letti asciutti che durante forti piogge possono riempirsi e convogliare l’acqua verso il mare. Le lame sono parte dell’identità geografica barese e ne caratterizzano fortemente il territorio. Fin dall’antichità, le popolazioni si sono stabilite vicino alle lame perché lì era più facile trovare acqua e terreni fertili. Non è un caso quindi, che molti siti archeologici e chiese rupestri si trovino proprio lungo queste incisioni naturali e che oggi siano ancora corridoi ecologici perché ospitano piante e animali tipici della macchia mediterranea in una concentrazione unica. Funzionano come canali naturali di drenaggio: raccolgono e trasportano l’acqua piovana, riducendo il rischio di allagamenti nelle aree urbane. Ciò significa che quando vengono cementificate o ostruite, possono diventare pericolose: l’acqua non scorre più correttamente e aumenta il rischio di allagamento. Gli antichi fiumi oggi riconoscibili dalle lame non sono scomparsi: sono solamente invisibili ai più.

Spesso le lame sono in stato di abbandono, piene di rifiuti o impropriamente coltivate. “Sono trascurate perché sono sostanzialmente sconosciute”. A dircelo è Pasquale Guastamacchia, presidente dell’associazione Lame Nove che il 24 aprile metterà a confronto sul tema della rinaturalizzazione del territorio di Bari e della tutela delle lame il rettore del Politecnico di Bari Umberto Fratino e il direttore del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Bari Giuseppe Mastronuzzi, in un evento al quale è stato invitato il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro. Si parlerà del ruolo che hanno dal punto di vista idraulico per il territorio di Bari.

Per quanto siano state realizzate durante gli anni ‘30 delle opere di mitigazione, i canali deviatori, le lame rappresentano ancora una “minaccia” perché la città non è stata costruita rispettando le aree a rischio idraulico: quando ci sono piogge intense e prolungate, il terreno non riesce a drenare l’acqua, le lame si riempiono come gli antichi fiumi e la città rischia di allagarsi.

Guastamacchia: “Guardare alla sicurezza idraulica e idrogeologica”

Ing. Guastamacchia, si citano le alluvioni del 1905, 1915 e 1926 ma è successo anche in tempi recenti…

Nell’ottobre 2005 c’è stata un’alluvione che ha riempito molte lame. Durante un violento nubifragio che colpì la provincia di Bari, in poche ore le forti piogge superarono i 160 mm. Lama Lamasinata si riempì praticamente fino all’orlo. Se avesse piovuto ancora qualche giorno alcuni quartieri sarebbero andati sott’acqua. La pioggia torrenziale fece esondare il torrente Picone: fango e detriti proveniente da Cassano (dove crollò un ponte travolgendo un’auto e provocando 6 vittime) e Acquaviva innondò le strade di Ceglie, Carbonara e il quartiere Santa Rita. Solo il canalone del 1926 evitò danni peggiori nei quartieri Poggiofranco, Picone e Libertà convogliando le acque del torrente Picone in mare. La causa non era solo l’abbondanza delle piogge ma l’urbanizzazione di alcune aree e l’utilizzo per l’agricoltura degli alvei del torrente Picone.

Quindi non c’è solo il tema della difesa del paesaggio ma quello molto attuale della sicurezza idraulica e idrogeologica?

Quando ci sono piogge intense e prolungate, il terreno non riesce a drenare l’acqua, le lame si riempiono come gli antichi fiumi e la città rischia di allagarsi

Assolutamente. Basta ripensare alle strade impraticabili a piedi dopo forti piogge. Via Scipione l’Africano, per esempio, in piena città. E’ un ex tratto della lama Picone che passava davanti al Policlinico e poi girava appunto verso Viale Salandra. La strada è sottomessa e corrisponde a un tratto di lama che è stato urbanizzato.

Quindi lì è tutto cementificato e la lama passa dentro la città?

Sì, ma attraversa anche tutto il quartiere Libertà. L’ex Manifattura Tabacchi è stata costruita tombando un pezzo della lama Picone. Anche tutti gli edifici pubblici che stanno nel quartiere Libertà, il Tribunale di piazza de Nicola, il Tribunale di via Nazarianz, le case popolari dell’Arca, alcuni edifici che stanno sul lungomare, sono su lama Picone. Tant’è vero che in quella zona, quando piove, c’è sempre un disastro.

Perchè è scomparsa lama Picone?

Come mai Lama Picone è scomparsa in quella zona?

A metà Ottocento, a nord-ovest, da piazza Garibaldi andando verso nord, la città terminava perché lì passava la lama che sfociava sull’ansa di Marisabella. Poi ci fu una grande alluvione che praticamente riempì di fango tutta quella zona. Allora si decise, anche perchè si rischiava un’emergenza sanitaria dato che il fango, l’acqua, la fogna avevano reso insalubre tutta l’area, di fare un’ordinanza sindacale che abbiamo trovato all’Archivio di Stato per vietare ai costruttori di Bari di scaricare nelle cave gli scarti edilizi in modo che li si utilizzassero tutti per riempire quel tratto di Lama Picone, oggi quartiere Libertà. Tutti i detriti edili furono usati per stabilizzare la zona. In pratica, fu spianato tutto e si iniziò a costruire espandendo la città in una zona prossima al centro che però era il letto di una lama. Nel mentre fu rafforzato il canale deviatore per impedire alle acque di defluire in quella zona. Tuttavia, sotto la città e il quartiere Libertà scorre ancora l’acqua. Infatti, quando hanno scavato per il cantiere del Bosco Verticale, previsto proprio in corrispondenza di lama Picone, hanno trovato acqua che defluiva dal sottosuolo.

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Come mai?

Questo succede perché in un territorio carsico come quello di Bari, l’acqua scorre in superficie e in subalveo: l’acqua penetra attraverso le fratture della roccia e scende a ripristinare lo scorrimento di un fiume sotterraneo. E’ lo stesso motivo per cui ci sono grossi dubbi idraulici sulla galleria inizialmente prevista nel progetto del Parco del Castello Svevo. La galleria diventerebbe un argine al deflusso dell’acqua che a quel punto potrebbe risalire e inondare le strade e allagare la Cattedrale. Accade perché c’è uno scorrimento in subalveo di acqua che arriva da monte per cui se costruisco quel viadotto, che funzionerebbe come una diga, non farò altro che bloccare l’afflusso idrico e quindi far risalire l’acqua in superficie. Sono solo esempi di come costruire senza conoscere l’assetto idrogeologico del territorio causa danni…poi succede che la natura chiede il conto.

Per questo nasce la vostra associazione?

Ci chiamiamo Lame Nove perché nove sono le lame di Bari, perché nove significa anche nuove perché vorremmo rinaturalizzare il territorio, e lame in senso di fendenti perchè vorremmo creare una discontinuità rispetto al passato, per cambiare la gestione del territorio e il rapporto  tra uomo e territorio.

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