
Un fronte attivo già da gennaio ha portato ad un’importante e pericolosa frana a Silvi in Abruzzo, che anche oggi è in allerta rossa
Ci risiamo col dire: “Non si sarebbe dovuto costruire in quelle zone”. Ancora troppo tardi arriva questo monito. Il bilancio parla per ora di otto edifici coinvolti, di cui tre crollati, tre lesionati e due sgomberati per precauzione.
Sono in tutto 32 le famiglie che hanno dovuto lasciare le case.

E non sembra essere finita qui purtroppo. L’allerta rossa per rischio idrogeologico di ieri ha fatto allargare il fronte della frana e, come conseguenza, lo sfollamento di altre 18 famiglie.
I tecnici della Protezione Civile – il cui intervento tempestivo ha permesso di mettere in sicurezza 11 nuclei familiari, evitando così vittime – ora dovranno monitorare eventuali nuovi movimenti lungo la strada provinciale, interessata da profondi cedimenti e fratture essendo localizzata nell’area di alimentazione della frana.
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Per motivi di precauzione, le scuole sono state chiuse fino al 1° aprile: nel frattempo, il paese si trova a rischio isolamento, dopo che un’altra frana in Contrada Valle Scura ha interrotto i collegamenti principali. La frana interessa un fronte da tempo sotto controllo e costantemente monitorato: l’accelerazione registrata ha però determinato un aggravamento del quadro, tanto che l’abitazione crollata non rientrava tra quelle considerate fino a quel momento tra le più esposte al rischio.
Se non è una nuova Niscemi ci manca davvero poco.
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Si chiede lo stato di calamità naturale
Il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, al termine dell’ultimo sopralluogo e della riunione svoltasi nella sala operativa della Protezione Civile regionale, ha chiesto di attivare lo stato di emergenza nazionale per il dissesto di Silvi ed estendere il modello commissariale già adottato per Chieti e Bucchianico, così da assicurare una gestione unitaria ed efficace degli interventi.

“Stiamo completando la documentazione da trasmettere al Dipartimento nazionale della Protezione Civile, che nella giornata di ieri ha effettuato un sopralluogo a Silvi con il professor Nicola Casagli, confermando la diagnosi del fenomeno franoso e la piena collaborazione con il professor Nicola Sciarra dell’Università di Chieti. Alla luce degli approfondimenti tecnici – ha aggiunto – chiederemo formalmente l’attivazione dello stato di emergenza e proporremo l’estensione del commissariamento già previsto per analoghi dissesti idrogeologici, così da garantire un coordinamento unico e tempi più rapidi negli interventi”.
Nicola Sciarra è socio fondatore dell’Associazione Italiana di Geologia Applicata, ingegnere, docente ordinario di Geologia Applicata presso l’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti. Due giorni fa è stato sul posto ed anche ieri ha partecipato ad un sopralluogo. “Lo studio del fenomeno sarà concentrato sulla messa in opera di un sistema di monitoraggio ad alta precisione per individuare eventuali deformazioni delle abitazioni presenti a monte del versante, tuttora sgomberate per ragioni di sicurezza e per individuare la reale estensione del movimento al fine soprattutto del ripristino della funzionalità della strada provinciale”.
Un fenomeno franoso attenzionato al momento dall’Agenzia Regionale di Protezione Civile della Regione Abruzzo, dalla Regione Abruzzo, dal Dipartimento Nazionale di Protezione Civile e dal Dipartimento di Scienze dell’Università di Chieti-Pescara.
Sul come e perché sia accaduto, il professor Sciarra ricostruisce la vicenda: “Il 25 gennaio lungo la strada provinciale 29b in loc. Santa Lucia del Comune di Silvi (TE) si è mobilizzato un movimento franoso che ha costretto l’evacuazione di alcuni fabbricati di civile abitazione. Immediatamente è stato messo in opera un sistema di monitoraggio inclinometrico e piezometrico per individuare la profondità del movimento e la presenza di superfici piezometriche anomale. Inizialmente il movimento aveva mobilizzato le porzioni più superficiali del versante costituite da sabbie limose, dilavate a causa di un flusso sotterraneo idraulico sovrabbondante. Le condizioni geologiche predisponenti risiedono nella presenza di una paleofrana la cui genesi è individuata nel crollo di porzioni di roccia – ha continuato Sciarra – e detriti della sovrastante Rupe di Silvi Alta. Le abbondanti precipitazioni meteoriche hanno accelerato il fenomeno fino a raggiungere nella giornata di sabato 28 marzo l’attuale configurazione. Sono state interamente distrutte 3 abitazioni con crolli repentini e dissestata la strada provinciale con spaccature di oltre 2.5 m di rigetto. Il movimento è tuttora attivo. Dalle letture inclinometriche eseguite nei giorni precedenti il collasso generalizzato era stato possibile individuare la profondità del movimento, nella porzione di monte, variabile tra i 7 ed i 9 metri profondità in corrispondenza di uno strato di conglomerati cementati ma fortemente fratturati. L’estensione areale del fenomeno è di circa un centinaio di metri in corrispondenza della corona superiore per una lunghezza di oltre 200 m verso valle”.
Una situazione nota da tempo, ma si è continuato a costruire

Da un punto di vista geologico, la vulnerabilità geomorfologica del rilievo collinare sul quale sorge Silvi Paese era già nota da tempo, come confermano le diverse relazioni geologiche realizzate nel corso degli anni.
Silvi Paese è situato a una quota di circa 230 metri, a solo 1 km in linea d’aria dalla costa: fa parte di un sistema di rilievi collinari che comprende Colle Pigno (250 m), Colle Finestre (283 m), Colle Terremoto (262 m) e Pianacce (230 m). Si tratta quindi di un centro abitato, collocato in posizione sommitale su un rilievo molto ripido e ravvicinato al mare.
Più nello specifico, dal punto di vista geomorfologico, il territorio è caratterizzato da dorsali sub-pianeggianti allungate in direzione ovest-est, separate da valli fortemente incise, con uno sviluppo verticale che dal livello del mare raggiunge i 286 m a Colle La Montagnola.
Silvi Paese sorge proprio su una di queste dorsali sommitali dove, come riportato nella relazione geologica del 2019, sono presenti depositi di frana appartenenti a corpi di frana di scorrimento rotazionale. Proprio queste zone in frana — con stato di attività attivo, quiescente o non attivo — rientrano tra le zone suscettibili di instabilità di versante sotto sollecitazione sismica.
Come dire: niente di improvvisamente nuovo visto che la situazione era nota da tempo. Proprio come a Niscemi.
Occorre ascoltare i geologi e la geologia applicata
Interviene anche Monica Papini, geologa, ordinario di Geologia Applicata presso il Politecnico di Milano e Presidente Nazionale dell’Associazione Italiana di Geologia Applicata, la prima donna che ottiene la presidenza dell’associazione. per affermare appunto il ruolo importante e strategico della Geologia applicata, soprattutto in situazioni come queste: “rappresenta una disciplina chiave per comprendere e gestire l’interazione tra l’uomo e l’ambiente geologico, contribuendo allo sviluppo di soluzioni efficaci per la mitigazione dei rischi geologici, idrogeologici e sismici. Il suo ambito di intervento include, inoltre, la progettazione di opere di ingegneria civile e la gestione sostenibile delle risorse idriche sotterranee”.
L’Associazione Italiana di Geologia Applicata e Ambientale (AIGA)affermato fondata nel 1999 e riconosciuta giuridicamente nel 2017, che riunisce ricercatori, accademici, professionisti e imprese impegnati nei settori della gestione delle georisorse, della protezione ambientale e della pianificazione territoriale, ha, tra gli obiettivi, il rafforzamento delle sinergie tra ricerca e applicazione, con l’intento di contribuire alla definizione di strategie innovative per la prevenzione e la gestione dei rischi naturali e antropici, nonché alla qualificazione professionale dei geologi.
Gli studi che l’Associazione ha compiuto evidenziano “l’ intensificazione dell’uso del territorio e delle risorse naturali, alimentata dalla spinta alla crescita economica, espone sempre di più le comunità ai rischi legati a fenomeni franosi e alluvionali, aggravati dagli effetti dei cambiamenti climatici. A questi si aggiungono i rischi sismici e vulcanici, amplificati dalla crescente urbanizzazione di aree ad alta pericolosità. Parallelamente, l’uso intensivo delle risorse idriche sotterranee sta determinando un progressivo depauperamento sia quantitativo sia qualitativo, a causa dello sfruttamento e dell’inquinamento degli acquiferi”.
Un panorama quindi fortemente a rischio per tantissime zone d’Italia che hanno continuato a sprecare risorse naturali e, soprattutto, a non prestare attenzione a dove si costruiva.
Le frane sono fenomeni “naturali” che, se lasciate libere di esprimersi, non dovrebbero coinvolgere case e strade.


