Consumo di suolo e sostenibilità ambientale: quale sfida?

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Secondo l’ultimo report Ispra, la Puglia è tra le regioni peggiori d’Italia in termini di consumo di suolo, con l’8,1% rispetto alla media nazionale del 7%

L’agricoltura ha plasmato il paesaggio rurale e dato vita a un repertorio di saperi. Il consumo di suolo ne mette a rischio l’esistenza. Viaggio tra le leggi e le esperienze pilota

Una delle sfide del futuro è la promozione della rigenerazione, della riconversione energetica, della riqualificazione e/o il riuso degli spazi antropizzati ed agricoli in un’ottica di limitazione e contenimento del consumo di suolo. Il suolo costituisce la base della produzione di cibo, foraggio, carburante e fibre, componente chiave delle risorse fondiarie dello sviluppo agricolo e della sostenibilità ecologica, quindi risorsa da contenere nella sua integrità.

Consumo di suolo = distruzione del paesaggio

Il consumo di suolo è nel dettaglio un fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale. Il suolo appare sempre meno disponibile, da un lato a causa dell’aumento della propria copertura materiale per edificazione, dall’altro a causa dei sempre più incisivi “fenomeni” di sfruttamento agricolo intensivo uniti all’uso di prodotti chimici inquinanti, che rendono il territorio inutilizzabile ed a forte rischio idrogeologico.

L’impermeabilizzazione del suolo, risultando causa di accrescimento del rischio di inondazioni, di minaccia per la biodiversità, di perdita di terreni agricoli fertili ed aree naturali e seminaturali contribuisce, insieme alla diffusione urbana, alla progressiva e sistematica distruzione del paesaggio, soprattutto rurale, crea un’alterazione irreversibile delle caratteristiche ambientali delle originarie superfici verdi ed una sottrazione della superficie agricola.

Puglia: sparito il 26% di superficie coltivata

Negli ultimi 10 anni solo in Puglia è ‘sparito’ il 26% della terra coltivata a causa di cementificazione ed abbandono. Il dato emerge da un’analisi di Coldiretti Puglia divulgata in occasione del cinquantesimo anniversario della Giornata mondiale della terra del 22 aprile con l’emergenza Coronavirus, che ha fatto emergere la centralità dell’agricoltura per garantire le forniture alimentari alle popolazioni nonché l’importanza delle aree naturali di prossimità ovvero entro i 300 metri dalle proprie abitazioni. Il Nord presenta valori importanti sul punto, ma spicca la Puglia come terza regione dopo Veneto e Lombardia con +626 ettari di suolo consumato mentre la Basilicata è quella con minore consumo incremento, di +90 ettari.

Il fenomeno della crescente urbanizzazione delle aree urbane, con la costruzione di nuovi edifici, fabbricati ed insediamenti, con l’espansione delle città e l’abbandono delle campagne, nonché con l’utilizzo delle tecnologie meccaniche applicate agli usi del territorio, prima impensabili, ha determinato nel tempo il realizzarsi di un consumo di suolo allarmante.

Il consumo di suolo nella strategia europea

La Comunità europea già a partire dal 1972 con la Carta europea del suolo, (e soprattutto dal 2000 in poi), aveva focalizzato l’attenzione direttamente sul tema del suolo inteso come risorsa scarsa e non rinnovabile, caratterizzata da velocità di degrado e processi di formazione e rigenerazione estremamente lenti. L’obiettivo dell’azzeramento del consumo di suolo è stato definito a livello europeo già con la Strategia tematica per la protezione del suolo del 2006, che ha sottolineato la necessità di porre in essere buone pratiche per ridurre gli effetti negativi del consumo di suolo e, in particolare, della sua forma più evidente e irreversibile dell’impermeabilizzazione.

 L’Europa e le Nazioni Unite chiedono entro il 2050 di azzerare il consumo di suolo netto allineandolo alla crescita demografica e non aumentando il degrado del territorio entro il 2030. Obiettivo rafforzato recentemente dal Parlamento Europeo con l’approvazione del Settimo Programma di Azione Ambientale. Nel 2012, sono state pubblicate le linee guida per il contenimento del consumo del suolo e dei suoi impatti attraverso l’attuazione di politiche e azioni finalizzate, nell’ordine, a limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo, da definire dettagliatamente negli Stati membri. A livello nazionale lo strumento per la messa a sistema dell’attuazione dell’Agenda 2030 è rappresentato dalla Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile (SNSvS), presentata dal Ministero dell’ambiente al Consiglio dei ministri il 2 ottobre 2017 e approvata dal CIPE il 22 dicembre 2017.

Quali interventi per ridurre il consumo di suolo?

In primo luogo è necessario operare ponendo in sicurezza il territorio (dal dissesto idrogeologico e sismico), proteggendo gli usi agricoli, valorizzando e tutelando le risorse territoriali e culturali, nonché attuando politiche di incentivazione ad un’edilizia efficiente tesa alla riduzione dei consumi energetici attraverso un maggiore uso delle risorse ambientali.

Dal punto di vista giuridico-urbanistico, una governance territoriale sostenibile tende ad essere realizzata attraverso istituti integrativi ai Piani regolatori generali ovvero attraverso nuovi regolamenti edilizi, regolamenti del verde, piani del traffico, piani casa e città, attraverso attuazioni di procedure di valutazioni ambientali strategiche, nonché percorsi di urbanistica contrattata (programmi integrati e complessi, accordi), anche attraverso l’adesione a progetti di ispirazione europea (P.S.R.).

Quali leggi per contrastare il consumo di suolo?

Mentre dal punto di vista giuridico-legislativo, ciò deve avvenire con l’introduzione di leggi (anche locali) ispirate ad una politica di riduzione del consumo di suolo, alla priorità del nuovo uso o riuso dell’esistente ovvero tese ad una minore dissipazione delle risorse e trasformazione della materia specie alla luce del passato abbandono delle campagne in favore delle città. Il P.N.R.R. invero, introduce una spinta decisiva rivolta agli Stati “beneficiari” per emanare una legge specifica sul consumo di suolo.

Si assiste ormai da tempo alla progressiva erosione della linea di confine tra città, campagna, borghi minori e natura. Per tale ragione, anche la relazione fra territorio rurale, città e sviluppo locale è oggi ambito in cui politiche pubbliche ed azioni di governo dovrebbero esercitare un ruolo di guida ed orientamento. Stando al contenuto del rapporto dell’ISPRA nell’ultimo anno, le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 56,7 km quadrati, ovvero, in media, più di 15 ettari al giorno. Un incremento in linea con i risultati degli anni passati che determina la perdita di quasi 2 metri quadrati di suolo ogni secondo, quindi di aree naturali e agricole.  Il consumo di suolo in Italia continua a trasformare il territorio nazionale con velocità elevate. E neppure l’aumento dell’indice di boscosità del territorio deve far ben sperare, in quanto dovuto solo al progressivo abbandono dei terreni agricoli.

Ci vuole un seme, insieme ad un sogno

Le città moderne sono chiamate ad interagire con un sistema “intelligente” ovvero tecnologicamente avanzato, senza dimenticare la necessità di operare una continuità tra i centri storici, le periferie e le campagne, volgendo uno sguardo attento verso la valorizzazione del patrimonio culturale rurale esistente. Ma l’affermazione di una cultura agricola ed ambientale come parte integrante di una pianificazione urbana non può prescindere dalla messa in sicurezza del territorio dalle più gravi conseguenze di un fenomeno di ipercementificazione sulle risorse naturali non rinnovabili, ovvero sul suolo.

L’arresto del consumo di suolo deve anche avere come obiettivo la tutela dell’identità di un territorio in chiave di contenimento alla trasformazione di un territorio a rischio di mutare la propria essenza. Limitare il consumo di suolo vuol dire metter in sicurezza il territorio anche mediante la valorizzazione dell’esistente, perché attraverso il riuso e la riqualificazione dell’esistente si può giungere a conservare il suolo evitando l’utilizzo di nuove aree. E ciò anche tutelando la qualità paesaggistica che esprime il territorio. Perché il paesaggio è espressione della cultura ed identità di un territorio contribuendo al percorso rigenerativo dello stesso attraverso riuso e salvaguardia del patrimonio rurale e dello spazio agricolo.

Rigenerare, riqualificare non vuol dire per forza trasformare, potendo invece tradursi nella salvaguardia / preservazione / riuso di quanto già esistente nell’ottica di una minore dissipazione delle risorse e trasformazione della materia.

Il nuovo ruolo dell’agricoltura: difesa del paesaggio, tutela della biodiversità, produzione di alimenti di qualità

Attraverso una più moderna interpretazione dell’art. 44 della Costituzione la dottrina e la giurisprudenza hanno aperto la strada verso una nuova visione del territorio non solo economica ma anche storica, identitaria di valori, biologico/naturale, meritevole di tutela e valorizzazione. Per quanto alle aree a vocazione agricola vi è che da un lato, il riconoscimento e la valorizzazione del patrimonio culturale rurale, da parte di chi intraprende iniziative di agricoltura urbana può apportare un valore aggiunto in termini di conoscenza delle specificità dei luoghi; dall’altro vi è che l’agricoltura urbana può farsi a sua volta portatrice di iniziative di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio rurale esistente attraverso il recupero dell’edificato rurale e dello spazio agricolo, in continuità con il legame storico che unisce città e campagna ed in risposta alle esigenze della popolazione cittadina contemporanea di recupero delle origini e tradizioni.

Molte imprese agricole possiedono oltre ad un valore economico ex sé anche un valore aggiunto intrinseco legato alle loro radici storiche uniche, individuabili spesso nei loro archivi aziendali, nei luoghi delle loro produzioni e nelle tradizioni produttive ed artigianali; un patrimonio importante culturalmente ed economicamente, che necessita di valorizzazione, da non far scomparire nel tempo.

Si va estendendo la coscienza del nuovo ruolo della campagna, quello di riserva di risorse territoriali sempre più scarse e di produzione di valori ambientali. Unica tentazione, è il ricorrere ad un’agricoltura di produzione condizionata da fattori economici e di mercato, distinta dall’altrettanta di protezione, più vicina per ispirazione al tema del consumo di suolo ed alla tutela dei prodotti biologici. Esemplificativo il grande patrimonio di cui alle produzioni agricole di qualità che hanno uno stretto legame con il territorio, la sua storia e la sua identità. Perché l’agricoltura ha plasmato il paesaggio rurale e dato origine a tecniche di coltivazione e prodotti che hanno sviluppato un importante repertorio di saperi immateriali (tradizioni, abitudini, leggende…) e materiali (architetture, strumenti d’uso), favorendo la riconduzione anche dell’agricoltura nell’alveo del patrimonio culturale di un territorio. Basti pensare all’esperienza di un comune Trentino nella Val di Non- Cavareno- premiato per la valorizzazione della mela come frutticultura storica non intensiva.

A riguardo significativo è il riconoscimento del programma “Spighe Verdi” premio della sostenibilità dei comuni con l’obiettivo di guidare gli stessi a valorizzare e investire sul proprio patrimonio rurale migliorando le pratiche ambientali. Nel 2021 sono stati premiati 6 comuni pugliesi (Andria, Bisceglie, Castellaneta, Carovigno, Ostuni, Troia), che ben rappresentano la varietà morfologica e produttiva dell’intero territorio, in virtù del percorso di miglioramento attuato dall’amministrazione ma anche attraverso la partecipazione della comunità e delle imprese agricole, verso un corretto uso del suolo e della tutela delle produzioni agricole tipiche in un’ottica di innovazione sostenibile.

(Alma L. Tarantino, Avvocato Cassazionista, esperto in diritto amministrativo e tematiche rigenerative, Dottore di ricerca in Istituzioni e politiche comparate Uniba, Docente in master di I e II liv univ.)

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