
Il rapporto tra obiettivi e risultati fa acqua da tutte le parti
Un ecosistema marino sano è fondamentale per la biodiversità, gli stock ittici e l’assorbimento delle emissioni di Co2 ma l’inquinamento mette tutto a rischio. Non solo si fatica a monitorare l’inquinamento marino e a risalire alla fonte degli agenti inquinanti ma anche i controlli sono inadeguati e le sanzioni, troppo blande, vengono comminate raramente.
Se navi e imbarcazioni continuano ad inquinare, l’ottavo programma di azione per l’ambiente dell’Ue, entrato in vigore nel 2022, ha tuttavia fissato l’obiettivo di un “inquinamento zero” per le acque marine entro il 2030.
Anche se la normativa mostra miglioramenti, dimostrandosi talvolta anche molto rigorosa, la sua applicazione da parte dei 22 Stati costieri è lungi dall’essere soddisfacente. Lo dice chiaramente la Corte dei conti europea: le azioni volte a prevenire, affrontare, monitorare e sanzionare i vari tipi di inquinamento provocato dalle navi non sono all’altezza del compito.
Tutto questo è messo nero su bianco nella Relazione speciale 06/2025 “Le azioni dell’UE volte a contrastare l’inquinamento marino causato dalle navi. Ancora in cattive acque” della Corte dei conti europea.
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L’inquinamento marino a livelli molto alti

L’inquinamento marino provocato dalle navi ha diverse cause, tra cui gli sversamenti di petrolio. Secondo le stime delle Nazioni Unite, per le normali attività delle navi finiscono in mare oltre un milione di tonnellate di petrolio, mentre altre 200 tonnellate sono rilasciate a seguito di incidenti in tutto il mondo. Le navi mercantili, le navi da crociera, i traghetti passeggeri, le navi da pesca e le imbarcazioni da diporto sono poi notevoli fonti di inquinamento, responsabili di sversamenti di idrocarburi, scarico di sostanze chimiche, smaltimento scorretto dei rifiuti, emissioni di gas, perdita di container. Le imbarcazioni disperdono inoltre liquami, sostanze pericolose o tossiche, plastica e altri inquinanti. Anche l’attrezzatura da pesca abbandonata, persa o dismessa ha un forte impatto ambientale.
“L’inquinamento marino provocato dalle navi rimane un grave problema e, nonostante una serie di miglioramenti negli ultimi anni, l’azione dell’Ue non è realmente in grado di tirarci fuori dalle cattive acque”, ha detto Nikolaos Milionis, il membro della Corte responsabile dell’audit. “In realtà, si stima che più di tre quarti dei mari europei abbiano un problema di inquinamento e, dunque, l’ambizioso obiettivo di raggiungere un inquinamento zero per proteggere la salute delle persone, la biodiversità e gli stock ittici non è ancora in vista”.
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La Corte europea e la relazione speciale
A livello mondiale, le Nazioni Unite, attraverso l’Organizzazione marittima internazionale, hanno elaborato convenzioni per la sicurezza delle navi e la prevenzione dell’inquinamento. L’Ue, che si è impegnata a conseguire l’obiettivo di sviluppo sostenibile n. 14.1 delle Nazioni Unite, per prevenire e ridurre in modo significativo l’inquinamento marino di tutti i tipi entro il 2025, ha attivato l’ottavo programma di azione per l’ambiente dell’UE e fissato l’obiettivo di un “inquinamento zero” per le acque entro il 2030. Ha inoltre finanziato progetti volti a contrastare l’inquinamento provocato dalle navi stanziando oltre 216 milioni di euro nel periodo 2014-2023, principalmente per migliorare gli impianti di raccolta dei rifiuti portuali, ma anche per la raccolta delle reti da pesca e la ricerca.
Nella relazione speciale 06/2025 “Le azioni dell’UE volte a contrastare l’inquinamento marino causato dalle navi. Ancora in cattive acque” della Corte dei conti europea vengono valutate le azioni di contrasto all’inquinamento nel periodo compreso tra gennaio 2014 e settembre 2024.

Tra le attività di audit, le visite in Francia e Germania, per coprire due sottoregioni marine (il grande Mare del Nord ed il Mar Baltico) costituenti la seconda via di navigazione più trafficata al mondo e due dei terminali merci europei più trafficati (porti di Amburgo e Le Havre).
Scopo del report è contribuire alla revisione della direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino e al miglioramento dei controlli e dei dati sull’inquinamento marittimo. La Corte ha verificato se le azioni per contrastare l’inquinamento provocato dalle navi fossero ben concepite, attuate, applicate e monitorate. Il risultato? “L’attuazione e l’applicazione delle norme dell’Ue in materia di controllo e prevenzione dell’inquinamento causato dalle navi presentano ancora carenze”.
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I limiti della normativa: è facile inquinare e restare impuniti
Le norme europee ci sono e in alcuni casi prevedono requisiti ancora più rigorosi delle norme internazionali che fanno proprie, in settori quali l’inquinamento da idrocarburi, i relitti delle navi e le emissioni di zolfo. Ma l’Ue deve colmare alcune lacune in termini di prevenzione, specie per quel che riguarda i rischi.
Ad esempio, dice la relazione, è ancora possibile per gli armatori eludere l’obbligo di riciclo dei materiali delle navi scegliendo una bandiera di uno Stato non-Ue prima di procedere con lo smantellamento. I dati parlano da soli: nel 2022 una nave su sette nel mondo batteva bandiera di uno Stato dell’Ue, ma tale cifra scendeva del 50 % per il parco navi a fine ciclo di vita. Analogamente, le norme Ue sui container persi in mare sono tutt’altro che a tenuta stagna. In primo luogo, non vi è garanzia che tutte le perdite siano dichiarate; in secondo luogo, vengono recuperati pochissimi container.
La Corte osserva inoltre che i Paesi dell’Ue sottoutilizzano strumenti forniti dall’Agenzia europea per la sicurezza marittima (Emsa) quali ad esempio una rete di navi pronte a intervenire in caso di sversamenti di idrocarburi oppure il rilevamento tramite droni, dei quali l’Ue li ha dotati per aiutarli a combattere l’inquinamento provocato dalle navi. Un esempio lampante è il sistema europeo di sorveglianza satellitare per il rilevamento di chiazze di idrocarburi (CleanSeaNet), che consente la sorveglianza e il rilevamento precoce di possibili casi di inquinamento. Nel periodo 2022-2023, tale sistema ha individuato in totale 7.731 possibili sversamenti nei mari europei per lo più in Spagna (1462), Grecia (1367) e Italia (1.188). La Corte ha però constatato che gli Stati membri si sono attivati per meno della metà di queste segnalazioni, confermando l’inquinamento solo nel 7 % dei casi, anche a causa del tempo trascorso tra l’acquisizione dell’immagine satellitare e l’effettivo controllo dell’inquinamento.
La Corte ha inoltre rilevato che le autorità degli Stati membri non espletano sufficienti ispezioni preventive delle navi e che le sanzioni per gli inquinatori restano miti. Tra il 2012 e il 2022, “gli Stati membri non hanno raggiunto le percentuali-obiettivo di ispezione previste dalla direttiva sugli impianti portuali di raccolta e alcuni non hanno raggiunto l’impegno di ispezione annuale” disposto dalla direttiva sul controllo da parte dello Stato di approdo.
Coloro che scaricano illegalmente in mare sostanze inquinanti sono raramente soggetti a sanzioni efficaci o dissuasive e l’azione penale è rara. Analogamente, pochi Stati membri segnalano violazioni relative al recupero di attrezzatura da pesca abbandonata, persa o dismessa.
Nel complesso, la Corte conclude che né la Commissione né gli Stati membri monitorano appieno i fondi UE utilizzati per contrastare l’inquinamento delle acque marine. Non dispongono di una visione d’insieme dei risultati effettivamente ottenuti, né delle modalità con cui questi ultimi potrebbero essere replicati su scala più ampia. Al contempo, dall’audit è emerso che l’Ue ha difficoltà a monitorare l’inquinamento provocato dalle navi. L’effettivo ammontare di sversamenti di idrocarburi, di sostanze contaminanti e di rifiuti marini provenienti dalle navi resta sconosciuto, così come non si conosce l’identità di chi inquina.
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Quattro raccomandazioni: ma pochi anni riusciranno a invertire la rotta?

Se molto resta da fare, 4 sono le principali raccomandazioni della Corte dei Conti europea:
- Migliorare il funzionamento e l’efficacia degli strumenti di allerta anti-inquinamento dell’Emsa entro il 2027. La Commissione dovrebbe “fornire orientamenti agli Stati membri sulle azioni da intraprendere e sugli obblighi di comunicazione relativi alle segnalazioni di CleanSeaNet; sviluppare la tecnologia e la metodologia per le segnalazioni riguardanti inquinanti diversi dal petrolio; valutare l’attendibilità delle segnalazioni anti-inquinamento dell’Emsa e se le azioni degli Stati membri in risposta alle segnalazioni siano efficaci”
- Rafforzare il monitoraggio dei controlli che gli Stati membri sono tenuti ad effettuare a norma delle direttive dell’UE entro il 2028. La Commissione, con l’assistenza dell’Emsa, dovrebbe migliorare il modo in cui gli Stati riferiscono “come assolvono gli obblighi previsti dalle direttive europee di effettuare controlli e comminare sanzioni amministrative o penali”. Infatti, dice il report, “né la Commissione né gli Stati membri visitati dagli auditor della Corte erano in grado di individuare pienamente gli importi a carico del bilancio Ue utilizzati per contrastare l’inquinamento delle acque marine dell’Ue”.
- Dar seguito alle problematiche relative all’estensione dei progetti finanziati dall’UE entro il 2026. “Dall’audit espletato dalla Corte è emerso che il quadro di monitoraggio dell’inquinamento provocato dalle navi presenta limitazioni”. In particolari “raramente” è possibile collegare la contaminazione e i rifiuti marini alla rispettiva fonte. La Corte ha inoltre “riscontrato lacune e disallineamenti nelle piattaforme che comunicano dati sulla qualità delle acque marine, compromettendone l’affidabilità”
- Migliorare la rendicontazione e il monitoraggio sullo stato ecologico delle acque marine entro il 2027 per “avere accesso a dati di base comparabili per misurare meglio i progressi compiuti circa lo stato dell’ambiente marino”.


