
Dall’Adriatico allo Ionio, al Tirreno non si gettano reti
Il fermo pesca che aveva già bloccato le marinerie dell’alto Adriatico si estende al resto della Penisola. Dopo il tratto compreso tra Trieste ad Ancona, si sono fermate le flotte tra il sud delle Marche e la Puglia, da San Benedetto del Tronto a Bari e adesso, fino al 30 ottobre, la sospensione interesserà il resto d’Italia: dallo Ionio, al Tirreno fino alle isole. Il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste anticipando il periodo del fermo pesca, ha innescato una serie di proteste sebbene lo stop sia necessario per consentire il ripopolamento del mare.
Il Mediterraneo, ricorda il WWF, è il secondo mare più sovrasfruttato al mondo con il 58% di stock sovrapescati, contro il 37,7% a livello globale. La domanda europea di prodotti ittici è troppo alta: ogni europeo consuma in media 24 chili di pesce l’anno e gli italiani superano la media con 31,21 chili di pesce procapite l’anno.
Attenzione alla stagionalità del pesce
Nonostante il blocco temporaneo, il pesce fresco italiano continuerà ad arrivare ai consumatori grazie alla piccola pesca, alle draghe, all’acquacoltura e alle zone non soggette a fermo. Coldiretti Pesca raccomanda di controllare le etichette nei banchi di pescherie e supermercati per distinguere il prodotto nazionale da quello estero, ormai largamente presente sul mercato.

Negli ultimi 40 anni, la quota di pesce importato in Italia è passata dal 30% al 90%. Nel 2024 sono arrivati 840 milioni di chili di pesce dall’estero, a fronte di una produzione interna di soli 130 milioni di chili. Per il pesce fresco, la normativa impone di indicare la zona di cattura (per il Mediterraneo, “Fao 37”), tranne che per i prodotti di acquacoltura. Di qui l’invito a seguire la stagionalità del pesce per riconoscere il pescato locale.
In questo periodo, il mare italiano offre alici, sarde, sgombri, sugarelli, ricciole, cefali, triglie, gallinelle, scorfani, seppie, calamari e polpi. Più raro trovare merluzzi, naselli, sogliole e rombi che se sono nel banco molto probabilmente arrivano da altri mari. E non può che esserci allarme se è vero che quasi 8 pesci su 10 sono stranieri spesso senza che i consumatori lo sappiano, soprattutto a causa della mancanza dell’obbligo dell’indicazione di origine sui piatti consumati al ristorante che consente di spacciare per nostrani prodotti provenienti dall’estero che hanno meno garanzie rispetto a quello Made in Italy.
Il consiglio di Coldiretti Pesca Puglia è di verificare sul bancone l’etichetta, che per legge deve prevedere l’area di pesca (Gsa). Le provenienze da preferire sono dalle:
- Gsa 9 (Mar Ligure e Tirreno),
- 10 (Tirreno centro meridionale),
- 11 (mari di Sardegna),
- 16 (coste meridionali della Sicilia),
- 17 (Adriatico settentrionale),
- 18 (Adriatico meridionale),
- 19 (Jonio occidentale), oltre che dalle attigue 7 (Golfo del Leon), 8 (Corsica) e 15 (Malta).
Per quanto riguarda il pesce congelato c’è l’obbligo di indicare la data di congelamento e nel caso di prodotti ittici congelati prima della vendita e successivamente venduti decongelati, la denominazione dell’alimento è accompagnata dalla designazione “decongelato”.
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Le proteste e la crisi del comparto ittico
Il fermo pesca 2025 arriva in un momento critico: la proposta di bilancio della Commissione Von der Leyen prevede un taglio dei fondi destinati al settore ittico da 6,1 miliardi a poco più di 2 miliardi, con una riduzione del 67%.
Secondo Coldiretti Pesca, la Flotta Italia ha già perso un terzo delle barche e 18mila posti di lavoro, anche a causa delle scelte europee.
Il settore della pesca e dell’acquacoltura in Puglia vale 225 milioni di euro, secondo i dati Crea, con una flotta operante lungo le coste pugliesi costituita da 1.455 battelli che rappresenta il 12,3% del totale nazionale, il 10,5% del tonnellaggio e il 12% della potenza motore, con le aree vocate di Manfredonia, Molfetta, sud Barese, Salento, dove il pescato più importante è costituito da gamberi, scampi, merluzzi, oltre agli allevamenti in mare aperto di spigole, ombrine e orate.
La crisi quella del settore ittico si trascina da 30 anni in un mercato, quello del consumo del pesce, che aumenta, ma sempre più in mano alle importazioni. La produzione ittica derivante dall’attività della pesca è da anni in calo e quella dell’acquacoltura resta stabile, non riuscendo a compensare i vuoti di mercato creati dell’attività tradizionale di cattura.
Non è un caso cioè che siano state oltre 4000 le domande per accedere agli indennizzi per il fermo di pesca obbligatorio effettuato nel 2024. “Urge un sistema di ammortizzatori – ha detto Confcooperative Fedagripesca dopo la chiusura della proroga per presentare domande al Ministero del Lavoro – che permetta di tutelare il reddito in tempo reale e non un anno dopo. Il sistema attuale garantisce a fatica il 60% del reddito anziché l’80% come per il resto dei lavoratori, c’è bisogno di un cambio di passo”.
“L’anticipo del fermo pesca per l’area ionica – dice Massimiliano Stellato, consigliere regionale – rischia di assestare un duro colpo alle marinerie locali, oltre che alla filiera turistica e a quella della ristorazione. Serve prevedere misure di sostegno al comparto e accelerare le procedure per gli indennizzi. Lo stop di trenta giorni rischia di affossare definitivamente un settore già provato da crisi strutturali e ritardi nei ristori”. La pesca, a Taranto, dice il consigliere, rappresenta occupazione e fonte di reddito per centinaia di famiglie “ma, con l’adozione di un provvedimento che gli operatori hanno definito come ‘imposto senza consultazioni’, rischia di diventare un mestiere in via di estinzione”.
Di qui la proposta: “Per evitare di scaricare i costi di una misura, sia pur necessaria, su lavoratori e imprese è fondamentale che la Regione Puglia ascolti i pescatori attraverso i loro rappresentanti di categoria, per comprendere le reali necessità del settore e predisporre interventi mirati. L’obiettivo è ridurre i tempi burocratici e garantire un sostegno economico rapido a chi, per legge, deve fermarsi per favorire la riproduzione delle specie e il riposo biologico del mare”. Stellato propone anche tavoli e interventi ad hoc per il comparto ionico. “Sarebbe utile un tavolo permanente della pesca, da istituire presso la Regione con operatori, sindacati e istituzioni, per tutelare l’ambiente marino ma salvaguardando l’occupazione e l’economia connesse. Inoltre, sarebbe utile istituire un fondo regionale integrativo, per sostenere un marchio ‘pesce ionico di qualità’ con incentivi a chi investe in acquacoltura sostenibile e innovazione. È in gioco – conclude Stellato – la sopravvivenza del comparto ittico e il futuro del nostro mare”.
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Altra minaccia alla biodiversità e ai pescatori: il clima

Dal pesce scorpione al granchio blu, dal pesce pappagallo al carango, il riscaldamento dei mari ha un impatto potente sulla biodiversità e di riflesso sull’economia del mare. Se il cambio delle temperature espone all’estinzione specie locali come i ricci, la tropicalizzazione del mare costringe specie autoctone a spostarsi e a lasciare il posto alle specie invasive (si calcola che circa 130 specie ittiche aliene siano entrate nel Mediterraneo, causando riduzioni delle specie autoctone fino al 40% in alcune aree). Se il granchio blu devasta gli allevamenti di vongole e cozze soprattutto nell’alto Adriatico, è stato ritrovato nei mari di Gallipoli il pesce scorpione orientale, originario del Mar Rosso e dell’Oceano Pacifico, arrivato sulle coste pugliesi passando attraverso il Canale di Suez. È un vorace predatore. Si ciba di grandi quantitativi di pesce, ma ha pochi antagonisti predatori. Dopo il pesce pappagallo, che normalmente vive nelle barriere coralline tropicali, nei mari della Puglia è stato pescato il carango, che si ritrova in tutti i mari tropicali o subtropicali, un altro pesce carnivoro che si nutre principalmente di pesci, crostacei e molluschi.
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Il fermo pesca può cambiare?
E’ evidente che come le specie, rischiano di scomparire intere comunità legate alla pesca, con una perdita irreparabile per l’economia e l’occupazione. Gli effetti combinati dei cambiamenti climatici, delle importazioni selvagge di prodotto straniero, dell’aumento dei costi di gestione, del caro-carburante e della burocrazia impattano sulla sopravvivenza delle piccole marinerie.
In questo senso il ‘fermo pesca’ non deve essere solo una restrizione dei tempi di pesca ma deve avere come obiettivo quello di tutelare le risorse target nelle fasi biologiche più importanti quali la nascita e l’accrescimento dei giovanili, una tutela che non può essere disgiunta dall’attenzione alla sostenibilità economica delle imprese di pesca e dalla sostenibilità sociale nei territori costieri così come delle tante economie collegate alla produzione ittica quali il commercio, la ristorazione, il turismo, la cantieristica.
Di qui l’avvio del “fermo pesca flessibile” più adattabile alle esigenze operative dei pescherecci e alle variabili meteo-marine locali ma anche richieste “al passo con i tempi”. Come in passato, è prevista un’indennità giornaliera di 30 euro per i lavoratori fermi per il periodo di inattività obbligatoria. Ma questo compenso è ampiamente ritenuto insufficiente a coprire le perdite subite, in un contesto segnato da un forte aumento dei costi e dalla concorrenza straniera.
Il punto è che nell’ultimo decennio il comparto ha perso quasi il 20% dei pescatori imbarcati. Secondo Fedagripesca, sono solo 22mila, di cui 19mila a tempo pieno, a fronte dei 30mila di dieci anni fa mentre la flotta nazionale è scesa a circa 11.800 imbarcazioni, pari al 16% circa della flotta Ue, con una contrazione superiore al 20% in 10 anni. Di questo passo, nel 2030 oltre 9 prodotti ittici su 10 sulle tavole italiane potrebbe essere di importazione per mancanza di imprese e di lavoratori della pesca.


