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Dieta mediterranea: la biodiversità “nel piatto”

Obiettivo primario della Dieta Mediterranea è promuovere uno stile di vita alimentare sano, qualitativamente elevato, sostenibile e che contrasti i moderni sistemi alimentari, causa principale di malnutrizione e fame nel mondo e di sovrappeso e obesità nei Paesi industrializzati. Regola aurea: il consumo prevalente di cereali, frutta, verdura, olio e il recupero di tutti quei prodotti tipici e tradizionali di un territorio per rilanciarli e restituirli alla nostra tavola.

La Dieta Mediterranea è stata anche oggetto di dibattito, proprio per il ruolo che ricopre in termini di tutela e valorizzazione della biodiversità, al IX Simposio Nazionale sulla Biodiversità, svoltosi recentemente allo IAMB di Valenzano (BA). Essa, infatti, promuove la conservazione della diversità genetica delle specie vegetali e animali locali, a rischio di erosione o estinzione e l’utilizzo di esse come risorse alimentari alternative, ripristinandole, in tutta la loro fruibilità, nelle nostre abitudini alimentari. A questo proposito, anche Dario Stefano, assessore alle Risorse Agroalimentari della Puglia, durante l’inaugurazione di Agrimed, il salone della Fiera del Levante dedicato all’agricoltura pugliese, ha sottolineato l’importanza della Dieta Mediterranea per la conservazione della biodiversità locale, ricordando che col PSR (programma di sviluppo rurale) sono stati stanziati 20mln di euro per tutelare le colture e le razze animali a rischio estinzione.

Roberto Capone

Ma perché si parla di sostenibilità? Al riguardo Roberto Capone, Amministratore Principale CHIEAM-IAMB afferma: «L’industrializzazione dell’agricoltura e i trasporti su lunghe distanze hanno contribuito a far sì che la dieta sia ricca di carne, prodotti caseari, grassi e zuccheri. Ma produrre carne ha un impatto ambientale molto più alto rispetto a quello dei vegetali. Dunque il regime alimentare che noi tutti seguiamo ha inevitabili conseguenze sulle risorse naturali in termini di consumi idrici, emissioni di CO2, perdita di biodiversità, consumo di terra ecc.».

Invece la dieta mediterranea è sostenibile perché utilizza risorse alternative, sfruttando gli ecosistemi alimentari e le biodiversità locali, incentiva il consumo di prodotti del territorio che richiedono tecniche produttive, specialmente agricole, poco industrializzate e favorisce il principio della “filiera corta”, a vantaggio di una più elevata qualità e salubrità del cibo.

Ma c’è di più. A livello internazionale (si pensi alla FAO), sono stati individuati i criteri essenziali delle “diete sostenibili”: lo sono quelle diete rispettose delle biodiversità e degli ecosistemi, culturalmente accettabili, accessibili economicamente e nutrizionalmente adeguate e sicure. La dieta mediterranea rispetta appieno detti requisiti. E soprattutto, continua Capone, «rappresenta un modello di dieta economicamente equo». Per di più essa è stata riconosciuta dall’UNESCO patrimonio immateriale dell’Umanità, perché riflette le tradizioni e la cultura comune dei popoli che abitano e “vivono” il Mediterraneo.

Purtroppo, però, quanto emerso dagli studi più recenti testimonia che la pressione dell’economia globalizzata e la crescente industrializzazione stanno erodendo la dieta mediterranea e, di conseguenza, la diffusione della dieta sostenibile. Infatti, Capone spiega che «l’allarmante rapidità con cui la biodiversità agricola si sta riducendo e con cui gli ecosistemi si stanno deteriorando, richiede imprescindibilmente un riesame dei sistemi alimentari e delle diete. E’ necessario promuovere e diffondere il concetto di dieta sostenibile sia nei Paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo». Per farlo occorrono programmi tesi a rilanciare le risorse agricole e rendere più competitivi i sistemi agroalimentari (ad es. il progetto NOVAGRIMED) In pratica, ci vuole la biodiversità “nel piatto”!

 

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