Caldo africano e siccità, cosa dobbiamo aspettarci?

 Il climatologo Massimiliano Fazzini: “Caldo intenso, con valori di 4-6°C oltre le medie del periodo ma non particolarmente afoso” . Il caso del fiume Paglia passato in 4 mesi da una piena alla siccità. Nel mondo i fiumi che rischiano di scomparire

L’ondata di caldo intenso di questi giorni, che sta portando a picchi di oltre 40° anche in Puglia (oggi registrati 43° a Foggia)   è di matrice subtropicale subcontinentale (un mix di condizioni azzorriane e subsahariane)  vede un aumento di 4-6° rispetto alle medie del periodo degli anni passati ma, contrariamente a quanto percepiamo, non è particolarmente afoso. A dirlo è Massimiliano Fazzini, geologo, climatologo, Coordinatore del Team sul Rischio climatico della Società Italiana di Geologia Ambientale (Sigea) e docente dell’Università di Camerino.

Ma attenzione, avverte Fazzini: «Se dobbiamo definire statisticamente eccezionali questi valori possiamo localmente farlo, in quanto eguagliano o localmente persino superano i valori massimi ivi registrati per la terza decade di giugno ma è altresì evidente che nell’ultimo ventennio, numerose sono state le avvezioni di caldo “africano” foriere di valori termici ben al di sopra delle medie se non da record». Il che, detto in parole povere, significa che ci sono stati altre giornate ben più calde. Ciò che invece deve far pensare è la sempre maggior frequenza con cui questi eventi si verificano. Segno che il clima sta cambiando e che dobbiamo correre ai ripari.

«Che il clima sia più “estremo” lo possiamo realmente osservare tutti; siamo passati da una primavera instabile e lenta a declinare verso l’estate a temperature decisamente elevate – continua Fazzini – Se un certo valore di qualunque parametro meteorologico si propone molto raramente, esso statisticamente viene inquadrato come evento raro  e non dipende direttamente dal cambiamento climatico in atto ma se si verifica una ripetitività più o meno costante, ad esempio una o più volte ad estate o ogni anno, allora è molto probabile che il valore  sia il risultato del riscaldamento globale in atto”.

Perché fa sempre più spesso tanto caldo?

Fazzini è chiaro nello spiegare i rischi del riscaldamento globale. «Certo è che il connubio tra punte di calore estreme e maggiore frequenza delle ondate di calore (almeno 5 giorni con temperatura massima maggiori di 34°C) e l’irregolarità delle precipitazioni (sempre meno frequenti ma più intense) sta favorendo una maggiore evaporazione e soprattutto il depauperamento naturale delle risorse idriche di qualità. La mancanza di acqua di qualità diverrà di certo una delle problematiche più “bollenti” da affrontare, anche in Italia già nel prossimo decennio»

Gli esperti avvisano: “E’ tempo di agire”

La famosa soglia degli 1,5°C in più rispetto all’era pre-industriale stabilita al COP 21 è oramai sempre più vicina e gli effetti sull’ambiente fisico e sugli ecosistemi potrebbero davvero rivelarsi drammatici, forse irreversibili come ha appena affermato l’ONU. Solo che, come ricordano approfonditi studi biometeorologici e medici, l’uomo ha la memoria corta quando deve ricordare eventi meteorologici intensi per cui ad ogni evento meteo significativo ci si trova sempre ad affermare che è quello “più forte” che si sia mai vissuto, anche se non è così.

«Sono anni ormai che questi disastri – spiega Endro Martini, geologo e Presidente di Italy Water Forum –  richiamano l’attenzione degli scienziati e dei decisori sulla necessità di un “cambiamento”, di un nuovo atteggiamento nei confronti del nostro territorio e del nostro costruito da tempo ormai riconosciuto ad assodato e conclamato rischio da frane, alluvioni e anche da terremoti. E sono molti ormai quelli che sostengono che questi disastri si potrebbero attenuare o addirittura evitare se si attuasse una vera prevenzione e una capillare manutenzione e cura del territorio. Ciò, oltre ad evitare perdite di vite umane, eviterebbe anche un enorme dispendio di risorse economiche necessarie alle successive e sempre più frequenti opere di riparazione e di ricostruzione, riducendo quindi il costo complessivo che la comunità nazionale paga ogni anno per ripristinare strutture ed infrastrutture e per proteggere la popolazione».

In Italia l’alternanza sempre più frequente esondazioni/siccità produce situazioni drammatiche, come quella che riguarda il Paglia, un corso d’acqua affluente del Tevere, che, insieme al suo tributario Chinai nei pressi di Orvieto, dall’essere ricco di acque oggi rischia di scomparire.

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Il caso del fiume Paglia

«Nel luglio del 2012 –continua Martini – il Paglia era in una situazione di emergenza per siccità, ma nel novembre dello stesso anno ha avuto una piena che ha causato poi un fenomeno alluvionale. Oggi il Paglia è nuovamente in secca, passando dunque da uno stato di abbondanza ad uno di insufficienza». Quando nell’arco di appena quattro mesi dello stesso anno (2012) in un bacino idrografico come quello del Fiume Paglia si passa dallo stato di emergenza per siccità ad uno stato di emergenza per rischio esondazione, e poi nuovamente al rischio siccità, è necessario farsi qualche domanda. E le domande diventano più urgenti se essi pensa che in prossimità del Paglia, oggi praticamente non più navigabile, c’era praticamente un vero e proprio interporto dell’antichità.

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Anche il delta del Colorado negli Stati Uniti è a rischio siccità (foto Brigitte da Pixabay)

Il sito archeologico di Porto Pagliano alla confluenza del Tevere con il Paglia – ancora visibile con le sue murature – era un grande insediamento la cui importanza era giustificata dal fatto che smistava verso sud i traffici con Roma ed il Lazio; e, verso nord, con l’Etruria e l’Umbria fino a Tuder, Perusia e Tifernum Tiberinum (l’attuale Città di Castello). Da Porto Pagliano passavano sia barche con pescaggio ridotto, in grado di navigare sui bassi fondali del Paglia e del Chiani, sia natanti di maggior mole; lì confluivano via terra,  merci che non avevano avuto la possibilità di essere imbarcate direttamente.

I fiumi che rischiano di scomparire

Dunque un tempo proprio i fiumi erano autostrade di collegamento molto importanti. Ora invece sono tanti i corsi d’acqua in secca, quando non praticamente scomparsi, nel mondo: il Musselshell  nel Montana, l’Ipswich nel Massachusetts, il corso dell’Amu Darya nell’Asia centrale, Il Murray-Darling in Australia il Cunene, tra Namibia e Angola. Il Rio Grande tra Messico e Usa è in grande crisi ed ugualmente l’Indo in Pakistan alla diga di Kotri a Jamshoro. Ancora più drammatica la situazione del delta del Colorado, negli Stati Uniti, che è quasi scomparso e spesso va in secca anche il nostro  Po, mentre il fiume Gan, in Cina è praticamente scomparso come l’area del Poyang ancora in Cina.

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