Lama Balice, il grande parco dimenticato di Bari

Parco di Lama Balice (Ph B.Minafra)

Bari ha un grande parco urbano ma sembra non accorgersene

 

Un’architettura rurale, un tesoro geologico e paleontologico che racconta la Puglia preistorica, un pezzo di macchia mediterranea fondamentale per preservare la biodiversità autoctona, un habitat tipico della fascia climatica eco-adriatica e una sintesi morfologica di una città tagliata e attraversata dalle lame.

Il Parco Naturale Regionale Lama Balice, circa 500 ettari tra i comuni di Bari, Modugno e Bitonto è area protetta dal 2007 anche se negli anni una serie di incendi hanno distrutto numerose porzioni e le discariche a cielo aperto che lo punteggiano non raccontano certo di una diffusa coscienza ambientalista.

Parco di Lama Balice (Ph B.Minafra)

In continuità naturale con il ben più ampio Parco Nazionale dell’Alta Murgia, salvaguarda un territorio che è un mosaico di ecosistemi che si susseguono in una delle più lunghe lame della città metropolitana che attraversa la Murgia barese partendo dal territorio di Ruvo di Puglia e arrivando fino al mare Adriatico. Lungo i 37,2 km in cui scorreva l’antico Fiume Tifris, le cui acque dolci spiegano perché l’area è sempre stata abitata in epoca antica, vive una moltitudine di specie, molte anche di rilevante interesse protezionistico.

“Ripensare la gestione del Parco di Lama Balice può offrirci un approccio paradigmatico rispetto a tutta la zona rurale di Bari che ha un’importante estensione di territorio agricolo” spiega l’agroecologo Gianluigi Cesari. “Rigenerare e sottrarre all’emarginazione le aree rurali comunali, che spesso sono completamente abbandonate, potrebbe partire proprio dal rilancio e dalla rivitalizzazione di Lama Balice che, con grande rammarico, non è mai diventato quello che avrebbe potuto e già da tempo dovuto essere un grande parco urbano”.

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Geosito trascurato: non sono bastati neanche i dinosauri

Nel paesaggio di Lama Balice meritano attenzione le architetture a secco realizzate con chianche di pietra calcarea che disegnano casedde, pagghiare e muretti di confine ma ovviamente spiccano le tracce archeologiche che restituiscono insediamenti di un ricco passato che va dal Neolitico Antico alla prima età del Ferro.

Il Dipartimento di Scienze della Terra e GeoAmbientali dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, già nel 2019, aveva invece documentato (qui lo studio), sul fondo di una cava abbandonata in prossimità della strada provinciale 156 Bitonto-Aeroporto di Palese, la presenza di paleoambienti cretacici riscontrando la presenza di impronte di dinosauro.

Una convenzione stipulata tra l’Ente Parco, l’Università degli studi di Bari e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana aveva consentito l’accesso e l’analisi stratigrafica delle rocce che compongono la lama e la raccolta di campioni. Lo studio in situ e i dati elaborati digitalmente avevano svelato una ventina di impronte di dinosauri di taglia medio-piccola che hanno permesso di riconoscere il passaggio di Teropodi, Anchilosauri e probabilmente Sauropodi. Parliamo di un’epoca lontanissima che va dalla fine del Giurassico a tutto il periodo Cretaceo, dai 180 ai 65 milioni di anni fa.

Nonostante questo, non sono state finanziate altre campagne di scavo e, nei fatti, è stata finora accantonata l’ipotesi, al di là del valore scientifico (ancora tutto da indagare) dell’area, di tracciare un percorso naturalistico che da un lato evidenzierebbe un geosito di rilevanza nazionale ma che dall’altro potrebbe diventare un importante attrattore turistico e culturale, punto di partenza di un viaggio alla scoperta di quella “Puglia preistorica” che trova l’altro capolinea ad Altamura, nella spettacolare Cava dei Dinosauri. Ma anche lì, il tesoro più antico che conserva la piattaforma carbonatica della Murgia, il patrimonio paleontologico sopravvive a fatica in uno stato di incredibile (e inaccettabile) abbandono.

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Area naturale preziosa ma sempre minacciata dagli incendi

Parco di Lama Balice (Ph B.Minafra)

Orchidee spontanee delle specie Ophrys e Anacamptis e l’Upupa, che è anche nel logo del parco, sono appena due della miriade di piante e animali che popolano l’area protetta alle porte di Bari. Dai carrubi monumentali ai pini ai lecci, dal lentisco al corbezzolo agli abbondanti ulivi e mandorli. Ma l’elenco è lungo: alloro, alaterno, quercia spinosa, caprifoglio, biancospino, ginestrella e ovviamente arbusti e tutta quella bassa vegetazione spontanea che include cappero o asparago selvatico.

Nella parte finale verso il mare, in corrispondenza allo sbocco della lama nei pressi di Fesca-San Girolamo, poco prima dei resti di posidonia sulla riva si riscontrano formazioni tipiche degli ambienti umidi con la presenza di canne di palude. In primavera è un trionfo di fiori, profumi e importantissimi insetti impollinatori che volano tra crochi, ciclamini, acetosella e calendula.

Una fortunata passeggiata rivela una quantità sorprendente di animali: piccoli come i ricci e grandi come le volpi, le donnole e le faine; volatili sia stagionali che stanziali fra cui gallinelle d’acqua, aironi, cavalieri d’Italia, martin pescatori, germani reali, usignoli di fiume, nibbi dalla coda forcuta, tordi, cinciallegre, capinere, ma anche rapaci come gheppi e poiane e uccelli notturni come gufi e civette, senza dimenticare i pipistrelli.

Ma ancora lepidotteri (almeno una quarantina le farfalle segnalate), anfibi come il tritone italico o il rospo smeraldino e rettili come la biscia dal collare, il biacco, il colubro leopardino, il cervone, il geco comune e il ramarro.

Quest’estate è stata lanciata una campagna civica per la protezione dai roghi e dagli incendi dolosi ma negli anni più volte il fuoco ha rovinosamente attraversato e devastato l’area protetta.

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Opportunità finora sprecata

Parco di Lama Balice (Ph B.Minafra)

La lama è considerata una delle aree più interessanti della Puglia per le particolari specie vegetali e faunistiche scomparse altrove e tipiche invece delle gravine.

Ci sono le essenze tipiche della macchia mediterranea e anche tratti coltivati. Uliveti, vigneti e orti vegetano facilmente, merito di terre rosse particolarmente fertili. Sono terreni ricchi di minerali argillosi derivanti dall’alterazione delle rocce calcaree e dall’erosione provocata dalle acque piovane che scendono dalle Murge.

Nella lama, la presenza umana è attestata a partire dal Neolitico. Lo testimoniano insediamenti di comunità rupestri organizzate e dedite all’agricoltura, alla pastorizia e a forme elementari di commercio. Dai Romani agli insediamenti medioevali, tutta la storia a seguire che si è sviluppata lì, e sino all’antropizzazione odierna, per non parlare dei sedimenti che rendono l’area un museo geologico a cielo aperto, sono tutti elementi che non sono riusciti a convogliare la necessaria attenzione né risorse sulle potenzialità del parco regionale.

Gli sforzi di protezione e valorizzazione dell’ente parco e dei gruppi di volontariato ambientalista poi, si spengono inesorabilmente davanti all’inciviltà dei cumuli di laterizi e immondizia domestica che deturpano in più punti un’area che dovrebbe essere meglio protetta.

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