Rischio Idrogeocementizio, per l’AIPIN non si parla più di rischio idrogeologico

La piana di campi Bisenzio allagata il 4 novembre scorso

  Dalle prime stime si parla di 300 milioni di danni solo a campi Bisenzio su un’area di 800 ettari, a fronte dei 500 milioni in Toscana

 

Dal Dissesto Idrogeologico al rischio idrogeocementizio”. L’Associazione Italiana di Ingegneria Naturalistica conia, da oggi, questo nuovo termine, e il motivo sta nella situazione a Campi Bisenzio, in Toscana, dove il corso d’acqua si è ritrovato ristretto e rettificato da argini che proteggono importanti infrastrutture produttive e che ne hanno causato l’esondazione.

“Campi Bisenzio è un comune della Piana Firenze-Prato-Pistoia, la zona più urbanizzata della Toscana secondo il rapporto ISPRA sul Consumo di Suolo. Il nome del paese sta sicuramente a significare “campi coltivati attraversati dal fiume Bisenzio”, ma oggi abbiamo un corso d’acqua ristretto e rettificato da argini che proteggono importanti infrastrutture produttive (i ben noti capannoni)” afferma Federico Preti, Presidente Nazionale dell’Associazione Italiana Ingegneria Naturalistica, Docente di idraulica, esperto di difesa del territorio dell’Università di Firenze.

Preti (AIPIN): “Un danno pari a circa 400 euro al metro quadro edificato”

Federico Preti (foto Il giornale di Sicilia)

Intanto è in corso la conta dei danni. Dalle prime stime si parla di 300 milioni di danni in quel comune su un’area di 800 ettari, a fronte dei 500 milioni in Toscana. “Se avessimo ancora avuto il Bisenzio libero di scorrere fra campi coltivati – continua Preti -, avremmo avuto 10 o 100 volte meno danni. Ma lo sviluppo ha portato infrastrutture che valgono di più di un ettaro di terreno o un mancato raccolto. Si tratta quindi di un danno pari a circa 400 euro al metro quadro edificato, quasi la metà di quanto speso per costruire, persi in un colpo solo. Ma in realtà ci sono anche la automobili da buttare, le materie prime e la merce danneggiate nei magazzini, le foto di famiglia che galleggiavano negli scantinati, e tanto altro”.

 Preti rivolge agli esperti e alle istituzioni alcune domande: “È arrivata tanta acqua, ma da dove e quanta? Le piogge avevano un tempo di ritorno stimato in un centinaio di anni (secondo dichiarazioni del Lamma), ma localmente dovrebbe essere stato superato, visto che le opere idrauliche sono progettate per piene duecentennali. Il fatto è che a parità di pioggia l’acqua sarebbe arrivata in minor quantità e in più tempo se fosse stata trattenuta a monte (calcolato in circa il 10%: quanto ora dobbiamo  stoccare nelle casse di espansione a valle). Questo significa che la stessa quantità di acqua ora arriverebbe ogni 70 anni, mentre ogni 100 anni ne arriva un altro quasi 10% in più”.

I conti sono presto fatti: la pericolosità è così aumentata del 50%  e questo ha significato che con le opportune opere i danni sarebbero ammontati non a 300 milioni di euro, bensì a 200 milioni.

“Quanto sopra è un esempio pratico della valutazione del rischio, data dalla moltiplicazione fra il valore economico dei beni esposti vulnerabili e della pericolosità. Sempre ISPRA, pubblica ogni anno il rapporto sul Dissesto Idrogeologico in cui si elencano Comuni colpiti e purtroppo vittime. In realtà erosione, frane, piene e esondazioni sarebbero fenomeni naturali – conclude Preti –ma creano danni se si costruisce e vive in zone a rischio. I due rapporti sul Consumo di Suolo e sul Dissesto Idrogeologico dovrebbero allora, insieme, costituire un unico rapporto, quello sul rischio idrogeocementizio. Coniamo questo termine, meglio di “idrogeoedilizio” (non addossiamo la colpa a chi si è costruito la sua casetta, autorizzata da qualche “Ente preposto”, magari in virtù di opere idrauliche che, purtroppo, a volta inducono a sentirsi più sicuri). Meglio anche di “idrogeoantropico”, anche siamo ormai nell’Antropocene”.

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