Regioni, futuro incerto

Si sta parlando molto di regioni in questi giorni: ennesima riforma, ennesima beffa, ennesimo esercizio burocratico che costa, oppure apertura verso il futuro? La proposta è quella di accorpamento in 11 regioni, oltre al Distretto di Roma Capitale.

Delle Regioni attuali rimangono solo la Lombardia, la Sicilia e la Sardegna, mentre si dovrebbe procedere agli accorpamenti tra Piemonte, Val d’Aosta e Liguria (molto razionale in considerazione delle  caratteristiche territoriali) e che confluiscono nella nuova regione Alpina, come anche si parla della fusione tra Veneto, Friuli e Trentino (benché Trento e Bolzano vivano ora la propria autonomia) che confluiscono nel Triveneto. Si parla anche della nuova Emilia, in cui far confluire le attuali provincie emiliane e quella di Pesaro, lasciando separate le altre provincie marchigiane che si uniscono con quelle abruzzesi e Rieti, per dare origine alla nuova regione Adriatica. Ad ovest di quest’ultima sì snoderà la nuova regione Appenninica, (in cui confluiscono la Toscana, l’Umbria e la provincia di Viterbo), separata dal resto d’Italia dalla cerniera del Distretto di Roma, su cui si articola la nuova regione Tirrenica: questa nascerà dall’accorpamento alla Campania del basso Lazio e della provincia di Isernia, ora nel Molise che include anche Campobasso. A sua volta Campobasso, insieme a Matera, si unirebbe alla Puglia per originare la regione Levante, che conserva così il ruolo di faro verso Est. Chiude la penisola la nuova regione di Ponente, con confluenza nella Calabria della provincia di Potenza. Si confermano, come già detto, le presenze autonome di Sardegna e Sicilia.

L’accorpamento è proposto in un disegno di legge dei parlamentari democratici Morassut e Ranucci (rispettivamente deputato e senatore), che hanno presentato nei giorni scorsi la proposta di disegno di legge costituzionale presso la Camera dei Deputati.  Se negli anni ’70 le regioni hanno consentito di ben rappresentare le diverse identità territoriali, recentemente si sono trasformate in centri di potere. Spesso bravi funzionari tecnici statali si sono ritrovati nelle regioni, rimanendone poi delusi ed evidenziando la scomparsa di indipendenza tecnica, trasformata nella discrezionalità politica di un potere che ha raggiunto, quasi sempre, livelli di corruzione elevatissimi, con scadimenti dei fondamentali valori morali: lo testimoniano le indagini a carico di ben 15 regioni, nonché di quasi 500 consiglieri regionali. E’ evidente lo scadimento dei valori morali, con la presidente della Regione Lazio che si ribella ai festini e manda tutti a casa, con la Lombardia che si trasforma in un bazar di acquisto di meschinità, addirittura con il Piemonte che paga con fondi pubblici, sottratti alla gente che ha bisogno,  le mutande verdi. Non è un fenomeno localizzato solo nel nord: questo si spinge infatti anche al Sud, con sgomento delle persone perbene che stentano ad organizzarsi per una levata di scudi che cacci l’incompetenza e riacquisti la capacità di guardare alla costruzione del futuro.

Ma ridurre le regioni, forse fino a 5, serve a moralizzare la vita pubblica e far riacquistare competitività al tessuto produttivo italiano? E come sono state delineati i nuovi confini? Ci sono motivazioni economiche, tecniche, geografiche, fisiche, sociali? Il Presidente del Friuli Serracchiani pensa sia fondamentale pensare alla buona amministrazione, solo dopo ai contenitori, mentre il presidente veneto Zaia guarda alle regioni secondo una logica federalista e non centralista, mentre quello del Lazio Zingaretti auspica meno regioni, come anche il neo presidente piemontese Chiamparino, che guarda ad una riduzione del numero e al taglio delle stesse funzioni. Del numero e delle funzioni da attribuire, ovvero da lasciare, si discuterà nel nuovo anno con la riforma della Costituzione, forse soprattutto per trovare soluzione ai problemi economici, più che per dare risposta a reali necessità di organizzazione ed efficienza, come accaduto in Francia e Germania, dove Régions e Laender sono in riduzione.

Un grande supporto scientifico avrebbe potuto offrirlo la Società Geografica Italiana (SGI), che con un recente studio (http://www.meteoweb.eu/wp-content/uploads/2013/12/riordino_territoriale.pdf ) fornito al Sottosegretariato di Stato agli Affari Regionali e alle Autonomie, ha affrontato il tema della riorganizzazione delle regioni. La proposta della SGI suddivideva l’Italia in 36 regioni: proposta discutibile ma che aveva un suo fondamento scientifico basato sull’accorpamento per attitudini politico-territoriali. Una proposta, va ricordato, che sottoposta al vaglio della politica è stata poi fortemente ridimensionata con la creazione di sole 12 regioni al posto delle 36 previste.

Forse è giusto ma verrebbe da chiedersi: quale è il supporto scientifico alla base del disegno di legge dei deputati democratici Morassut e Ranucci? O si tratta solo di una scelta per nascondere il fallimento delle Regioni attuali? Sbaglia la SGI o sbagliano i politici? Perché non partire dallo studio SGI e provare a ridefinire i confini delle regioni con accorpamenti e secondo criteri slegati dalla vecchia politica?

 

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