Rapporto ISPRA sui rifiuti speciali: sprechiamo ancora tantissimo

Aumenta la produzione dei rifiuti speciali (anche se non su tutto il territorio italiano) ma si continua a soffrire lo smaltimento

 

L’ultimo Rapporto ISPRA sui rifiuti speciali, giunto alla sua venticinquesima edizione, è il frutto di una complessa attività di raccolta, analisi ed elaborazione di dati da parte del Centro Nazionale dei Rifiuti e dell’Economia Circolare dell’ISPRA, realizzata con il contributo delle Agenzie regionali e provinciali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA/APPA) e in attuazione dell’art.189 del d.lgs. n. 152/2000.

Alcuni rifiuti speciali

Fornisce un quadro informativo oggettivo e costantemente aggiornato di supporto che dovrebbe e potrebbe orientare le politiche ambientali, monitorarne l’efficacia e introdurre eventuali misure correttive: é un sistema che continua a produrre valore ma che, troppo spesso, lo lascia partire oltre confine.
Per Maria Alessandra Gallone, presidente di ISPRA e SNPA, i dati confermano “la solidità del percorso intrapreso dal nostro Paese verso un modello di economia sempre più circolare”, pur segnalando le criticità legate all’elevata produzione e alla distribuzione non uniforme del sistema impiantistico.

Problema del ciclo di recupero: non implementiamo investimenti e occupazione e lasciamo andare verso altri Paesi

PolieCo, il Consorzio nazionale del riciclo dei rifiuti dei beni in polietilene, commenta i dati sulle esportazioni contenuti nel Rapporto Rifiuti Speciali – Edizione 2026 di ISPRA, riferiti all’anno 2024: “Continuiamo a spedire all’estero materiali che potrebbero alimentare le nostre filiere industriali, creando occupazione, investimenti e maggiore autonomia nell’approvvigionamento delle materie prime”, afferma la direttrice generale di PolieCo, Claudia Salvestrini.

la direttrice generale di PolieCo, Claudia Salvestrini.

Nel 2024 sono state esportate circa 3,3 milioni di tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi. Di queste, circa 2,5 milioni di tonnellate, pari al 74,3% del totale, sono costituite da rifiuti prodotti dagli impianti di trattamento, classificati prevalentemente con le voci del sub-capitolo 1912 dell’Elenco europeo dei rifiuti. Il 66,3% dei rifiuti non pericolosi esportati, oltre 2,2 milioni di tonnellate, secondo Ispra, è destinato al recupero di materia.

“Questo dato – sottolinea Salvestrini – dimostra che il problema non è soltanto la raccolta dei rifiuti, ma la capacità del sistema nazionale di completare il ciclo del recupero. L’Italia rischia di diventare un grande hub logistico dei rifiuti invece che un hub industriale del riciclo: raccoglie, seleziona, tratta e prepara i materiali, ma poi demanda ad altri Paesi la loro valorizzazione finale. Il valore industriale esiste, ma viene creato fuori dall’Italia perché il nostro Paese continua a scontare un deficit impiantistico, tecnologico e autorizzativo che denunciamo da anni. Il problema non sono i rifiuti, ma la nostra incapacità di trattenerne il valore. Da tempo chiediamo un’accelerazione delle procedure autorizzative, regole più chiare e uniformi e investimenti negli impianti di riciclo. L’economia circolare si realizza quando il rifiuto torna a essere materia e viene reimpiegato nel sistema produttivo. Oggi, invece, stiamo costruendo una filiera che, in molti casi, prepara i materiali per il riciclo degli altri. Se non invertiamo questa tendenza – sostiene Salvestrini – continueremo a perdere competitività, investimenti e indipendenza nell’approvvigionamento delle materie prime. L’Italia deve smettere di essere un Paese che prepara rifiuti da esportare e tornare a essere un Paese capace di trasformarli in risorsa per la propria industria”.

La situazione a livello regionale

La distribuzione geografica conferma il predominio del Nord, che concentra 96,4 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, pari al 56% della produzione nazionale. Seguono Sud con 44,3 milioni di tonnellate (25,8%) e Centro con 31,3 milioni di tonnellate (18,2%). A livello regionale emerge che la Lombardia ne produce 36,4 milioni (il 21,2% del dato italiano), seguita da Veneto (18 milioni), Emilia— Romagna (15 milioni) e Piemonte (13,9 milioni). Nel Centro Italia i valori maggiori si registrano in Toscana (11,5 milioni) e Lazio (11,2 milioni). Nel Sud Italia se ne producono 44,3 milioni di tonnellate (25,8% del totale); la Campania è la regione con la produzione più alta dell’area con 11,7 milioni di tonnellate, seguita da Sicilia (10,1 milioni) e Puglia (9,3 milioni).
Questi dati sono sì lo specchio dell’economia del Paese ma anche una triste conferma che spesso si evita di fare ricorso alle discariche e a servizi di recupero di rifiuti speciali, preferendo di gran lunga l’abbandono di questi rifiuti nei campi o, peggio ancora, nei boschi o lungo le coste.

Quali sono i rifiuti speciali e quali settori li producono maggiormente

Il settore dell’edilizia ha generato maggiori quantitativi di rifiuti da costruzione e demolizione, risente ancora degli incentivi disposti dal Governo, anche per il 2024, per la ristrutturazione degli immobili mirati alla riqualificazione energetica degli edifici, sostenuti anche dai finanziamenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Dopo il comparto edilizio, i maggiori produttori sono l’attività di trattamento dei rifiuti e risanamento ambientale: 39,8 milioni di tonnellate (23,1%) e il settore manifatturiero, con 27,4 milioni di tonnellate (15,9%). Tra i comparti industriali, è però il settore manifatturiero a rappresentare il principale produttore di rifiuti pericolosi, con circa il 37% del totale nazionale.

Siamo costretti ad esportare i rifiuti tossici

I rifiuti non pericolosi, che rappresentano il 93,7% del totale dei rifiuti prodotti, presentano un aumento di quasi 7 milioni di tonnellate (+4,5%), quelli pericolosi di 612 mila tonnellate (+6,0%), particolarmente significativo è l’aumento dei veicoli fuori uso, arrivati a oltre 1,3 milioni di tonnellate, con una crescita del 18,7% rispetto al 2023.
Va segnalato che il dato di produzione può essere influenzato in modo non trascurabile dalla possibilità di immettere flussi di materia nei cicli industriali e di utilizzare i residui di produzione come sottoprodotti in una filiera produttiva anche diversa da quella di provenienza, incentivando la simbiosi industriale e la creazione dei cosiddetti “distretti circolari”.

In conclusione, il rapporto ISPRA evidenzia un sistema produttivo ancora fortemente dipendente dalla generazione di rifiuti, soprattutto nel settore delle costruzioni.
Se da un lato cresce il recupero e si consolidano le pratiche di economia circolare, dall’altro la quantità complessiva di rifiuti continua ad aumentare più rapidamente dell’economia nazionale.

La sfida dei prossimi anni sarà quindi non solo gestire meglio i rifiuti prodotti, ma soprattutto riuscire a ridurne la generazione all’origine, obiettivo fondamentale per una transizione realmente sostenibile.

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