Processo amianto Bridgestone, Gup ordina nuove indagini

Il Giudice dell’udienza preliminare della Procura della Repubblica di Bari Giulia Romanazzi, a proposito dei casi di patologie asbesto correlate che hanno colpito i dipendenti della Bridgestone di Bari-Modugno, ha disposto che il PM esegua ulteriori indagini e che “si acquisisca, per i lavoratori affetti da patologia, tutta la documentazione sanitaria, per una compiuta analisi delle rispettive vicende cliniche, precisando con esattezza le epoche di aggravamento della patologia in atto e il decesso dei lavoratori in conseguenza della protratta esposizione alle microfibre cancerogene”. Romanazzi ha infine ordinato che si stabilisca “la sussistenza del nesso di causalità tra l’omessa adozione da parte del datore di lavoro di idonee misure di protezione”.

L’ordinanza è stata emessa nell’ambito del procedimento penale nel confronti di Raul Bernardo Bluhn, direttore generale della Bridgestone Italia Spa ex Firestone Brema e di Antonio Mazzei responsabile della sicurezza (indagati ex art. 589 co. l, 2 e 4 c.p.; 590 co. 3 c.p.- omicidio colposo e lesioni personali colpose), difesi dall’avvocato Francesco Paolo Sisto.

L’avvocato Ezio Bonanni, in qualità di presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, esprime soddisfazione per tutte le vittime. Bonanni, difensore di parte civile insieme con la collega Emanuela Sborgia, si riserva la facoltà di chiamare la Bridgestone come responsabile civile per la condotta dei suoi dirigenti e sta valutando la possibilità di chiedere il sequestro conservativo della fabbrica, finalizzato a mantenere la garanzia dei crediti delle vittime (che non vuol dire bloccarne l’attività produttiva), giustificata dalla decisione della multinazionale di voler lasciare il sito di Bari-Modugno.

Alla luce del provvedimento odierno del Gup Romanazzi, «la Bridgestone – ha dichiarato Bonanni – non si può divincolare dallo stabilimento e deve chiarire le sue posizioni. La pendenza di indagini giudiziarie per la morte di diversi lavoratori impedisce all’azienda giapponese di divincolarsi dal sito produttivo».

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