Non c’è sviluppo senza cultura

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

«Non c’è sviluppo senza cultura, come non ci può essere nuova crescita del Paese senza il Mezzogiorno». Il richiamo al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ieri 29 ottobre 2013, a Bari, è di Roberto Grossi, presidente di Federculture, nell’ambito del convegno “Cultura e Mezzogiorno” che si è tenuto nell’Aula Magna dell’Ateneo di Bari.

Grossi ha ringraziato Napolitano «per il suo impegno e il suo autorevole, continuo richiamo alla necessità di compiere finalmente le scelte necessarie per riaffermare il ruolo strategico della cultura per la vita e lo sviluppo del nostro Paese».

Secondo Grossi il filo rosso che lega la cultura al benessere e al progresso, definitivamente spezzato, ha creato un cortocircuito con la storia dello sviluppo della civiltà nel Mediterraneo. Eppure le idee, le energie creative, le capacità ci sono. Uscire dal tunnel è possibile, sostiene il presidente di Federculture. Avviando una vera rivoluzione culturale che possa cambiare mentalità e comportamenti individuali e collettivi, si può creare un nuovo equilibrio tra bellezza, conoscenza, ricchezza economica e qualità della vita.

Roberto Grossi

Al centro dell’intervento di Roberto Grossi alla presenza, tra gli altri, del magnifico rettore dell’Università di Bari Corrado Petrocelli, del presidente di Confindustria Meridione Alessandro Laterza e del ministro per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo Massimo Bray, le possibili nuove vie di sviluppo per il Mezzogiorno attraverso la cultura, settore dalle grandi potenzialità di crescita.

Nel Mezzogiorno, ricorda Grossi, è presente il 48% dei musei, monumenti e aree archeologiche statali e il 30% dei siti Unesco italiani e oltre 3.600 biblioteche pubbliche, tuttavia, a causa di un grave problema di gestione, secondo Federculture , il numero di visitatori dei siti culturali statali del Sud è limitatissimo: nel 2012 appena 7,4 milioni – solo il 20% del totale nazionale – per un incasso di 28 milioni di euro, di cui il 75% deriva da Pompei, dalla reggia di Caserta e da Ercolano. Un esempio virtuoso con tanto di nuovi posti di lavoro, per quanto riguarda la Puglia, viene per esempio dal Consorzio del Teatro Pubblico Pugliese.

I nostri luoghi d’arte sono frequentati soprattutto da turisti stranieri. Nella foto Pompei

Secondo la Federazione delle Aziende e degli Enti di gestione di cultura, occorrerebbe perseguire anche strade diverse dalla gestione diretta da parte dello Stato e delle altre istituzioni pubbliche, puntando su quei modelli che nel resto d’Italia e in Europa hanno garantito in modo efficace la funzione di servizio pubblico, in un rapporto più fecondo con i privati e il territorio.

Pertanto, è necessario modificare l’art. 15 della Legge di Stabilità, in questo periodo in discussione in Parlamento, che «pone ulteriori e inaccettabili limiti anche al funzionamento delle aziende culturali, addirittura azzerando ogni capacità d’intervento nel campo del lavoro e dell’occupazione».

«A cosa serve avere teatri o musei se rimangono vuoti – si chiede Grossi – o, tutt’al più, vengono frequentati da turisti stranieri? E come possiamo accettare che proprio in Italia l’insegnamento della storia dell’arte e della musica siano quasi spariti dai programmi scolastici?».

Al Sud si rischia di cadere in una vera depressione dei consumi, spiega il presidente di Federculture. Qui l’ultimo dato sulla spesa delle famiglie italiane in cultura e ricreazione mostra una situazione di arretramento: solo il 5,7% della spesa totale è destinato a questa fascia di consumi, rispetto a una media nazionale del 7,3% e ad una europea dell’8,9. Serve una politica fiscale che incentivi gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie – arringa Grossi -, che pensa a far introdurre la detrazione fiscale delle spese culturali e per la formazione.

L’industria culturale e creativa può rappresentare una prospettiva straordinaria e irrinunciabile di nuova occupazione qualificata e di sviluppo sostenibile del territorio. Nel Sud le imprese di questo comparto producono 12,6miliardi di euro l’anno di fatturato, il 16% del valore aggiunto complessivo del settore. È un contributo molto rilevante per l’economia del Mezzogiorno, con enormi margini di crescita, anche rispetto ad altri comparti industriali ormai saturi, ma ancora marginale nelle politiche per lo sviluppo.

Il Consorzio del Teatro Pubblico Pugliese è un esempio virtuoso in Puglia. Nella foto il Teatro Petruzzelli

Grossi sottolinea l’esempio della Puglia che ha posto la cultura alla base di una nuova visione dello sviluppo e immagina un piano per il Mezzogiorno che favorisca la nascita di reti e incubatori di imprese creative, artistiche e culturali.

Un piano che deve trarre insegnamento dalle difficoltà di spesa dei fondi comunitari nel Mezzogiorno; infatti, secondo i dati forniti dal ministro per la Coesione territoriale, l’Italia ha dovuto restituire a Bruxelles oltre 33milioni di euro di risorse del “Programma attrattori culturali 2007-2013”, inutilizzate! Per Federculture è imprescindibile la cooperazione tra i vari livelli istituzionali, a partire da quella tra Stato, Regioni ed Enti locali; i progetti, inoltre, dovrebbero prevedere sempre un modello gestionale sostenibile nel tempo.

Per questo, Federculture – conclude Grossi – «ha recentemente proposto che, a partire dal prossimo ciclo di programmazione comunitaria, venga istituito un “Fondo per la progettualità culturale” che destini specifiche risorse alla progettualità integrata e partecipata. È in questa logica che dovremo saper cogliere anche le opportunità derivanti dal Programma per la “Capitale Europea della Cultura 2019”», cui Bari è candidata.

In allegato (clicca qui per scaricare il documento) un ampio report di dati e analisi su consumi, spesa, turismo, formazione e istruzione, industrie culturali nelle regioni del Sud in confronto con il resto del Paese, che Federculture ha presentato.
“Chi ha cari i valori della cultura non può non essere pacifista”

(Albert Einstein)

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