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Una cultura di protezione del territorio

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Sarebbe desiderabile che lo Stato, finalmente, secondo i dettami di una nuova e autentica visione ecologica e strategica, attuasse efficacemente e pragmaticamente il piano nazionale della prevenzione nato nel 2009

Il giornalista ambientalista Giuseppe Milano condivide con Ambient&Ambienti la sua proposta per una cultura della prevenzione e per la protezione del territorio, alla luce delle conseguenze del terremoto dello scorso 24 agosto nel centro Italia

Tanti, credo, vorrebbero che la realtà fosse diversa e che il progresso scientifico raggiunto avesse quel carattere profetico, per evitare di continuare a piangere vittime innocenti. Fino a prova contraria e ad oggi, però, i terremoti non si possono prevedere. In un’ottica di prevenzione, se ne può, tuttavia, mitigare l’impatto letale attraverso l’adozione di una pluralità di pratiche che soggiacciano ad una visione integrata e strategica. Nel fine della sicurezza dei cittadini. Fino ad oggi, purtroppo, così non è stato. Almeno non sempre. E a raccontare il paradosso di un Paese, senza memoria, che, da Nord a Sud, è fortemente sismico (soprattutto lungo tutta la dorsale appenninica), ci sono, dolentemente e inesorabilmente, i numeri.

Amatrice (Foto Piero Cruciatti / LaPresse)
Amatrice (Foto Piero Cruciatti / LaPresse)

Dal terremoto del Belice del 1968 a quello dell’Aquila del 2009, gli eventi sismici, in tutto il Paese, sono stati tantissimi e per le ricostruzioni sono state stanziate (e ancora non totalmente impiegate) risorse per circa 150 miliardi di euro. Solo poche centinaia di milioni, invece, per opere di prevenzione. Addirittura, solo dopo il terremoto che ha sconvolto L’Aquila, come ha rilevato su “Il Manifesto” la presidente nazionale di Legambiente Rossella Muroni, “il Piano nazionale per la prevenzione del rischio sismico – previsto dall’articolo 11 della legge 77/2009 – ha destinato 965 milioni di euro in 7 anni: meno dell’1% del fabbisogno totale che servirebbe per un serio e completo intervento di adeguamento a livello nazionale”.

Non è umanamente accettabile. In attesa di avere, forse tra qualche settimana il doloroso bilancio finale delle vittime di questa ultima tragedia, dal 1968 al 2009 le vittime sono state oltre 4500. Numeri da guerra. Di una guerra non pronunciata, ma praticata contro il paesaggio italiano. Contro il territorio, indicato anche nell’art. 9 della Costituzione come bene da salvaguardare, perpetrata dai “soldati della speculazione” – politici ed imprenditori – che vi hanno marciato sopra senza alcuna dignità e responsabilità. Per arginarne l’impeto e non potendo più perdere tempo, è fondamentale comprendere che oggi la prima e più importante “Grande Opera” di cui ha bisogno il nostro Paese è la cura del territorio. La sua messa in sicurezza.

La prevenzione, peraltro, sarebbe anche economicamente un “affare”. Come hanno documentato in queste ore, per l’ennesima volta, diversi geologi e geofisici, “ricostruire costa più che mettere in sicurezza: ogni euro speso in prevenzione ne fa risparmiare 3-5 in interventi post-sisma”. Secondo il direttore della struttura di missione di Palazzo Chigi #italiasicura contro il dissesto idrogeologico, Mauro Grassi, per mettere in sicurezza il territorio, anche dal pericolo del dissesto idrogeologico, potrebbero bastare 4 miliardi di euro all’anno per 20 anni. Un piano strutturale importante per una missione etica importante: salvare l’Italia e gli italiani.

Prima che economica, tuttavia, la sfida che ci attende è culturale. E coinvolge non solo politici, imprenditori o ingegneri, ma anche e soprattutto i cittadini. Il loro ruolo, anzi, è e sarebbe fondamentale. Come ha affermato il docente di Geofisica Applicata all’Università di Siena, Dario Albarello, “ogni cittadino dovrebbe informarsi sulle caratteristiche del territorio in cui vive e della propria abitazione”.

Sia se ne sta acquistando una nuova sia se medita di ristrutturare quella in cui risiede. Soprattutto nel secondo caso, dopo aver fatto realizzare da un tecnico competente un «seismic audit», ossia una ricognizione statica-sismica, in caso di bisogno si dovrebbe e potrebbe procedere con il «seismic retrofit», ossia l’adeguamento sismico. Si tratta, in pratica, di un insieme di tecniche per intervenire sui vecchi edifici esistenti e renderli più sicuri contro i terremoti. Con una spesa non elevatissima. Nello specifico, potrebbero essere previsti i risarcimenti delle murature o applicati isolatori o cuscinetti antisismici da disporre alla base degli edifici; la fibra di carbonio da impiegarsi attorno ai pilastri per ridurre notevolmente il rischio di fratture; controventi dissipativi tra un piano e l’altro per ammortizzare le scosse. Queste soluzioni sono facilmente adottabili e potrebbero proteggere efficacemente, almeno temporaneamente, tutti quei siti orograficamente instabili nei quali sono presenti, nella stragrande maggioranza dei casi, costruzioni in muratura edificate tra gli anni ’70 e ’80 quando la normativa antisismica era diversa da quella attualmente vigente.

Sarebbe desiderabile che lo Stato, finalmente, secondo i dettami di una nuova e autentica visione ecologica e strategica, attuasse efficacemente e pragmaticamente il piano nazionale della prevenzione nato nel 2009
Sarebbe desiderabile che lo Stato, finalmente, secondo i dettami di una nuova e autentica visione ecologica e strategica, attuasse efficacemente e pragmaticamente il piano nazionale della prevenzione nato nel 2009

Ne consegue, quindi, che se da un lato possono esserci ipotesi valide ed economicamente sostenibili, anche da parte dei privati, per interventi rapidi per mettere in sicurezza puntualmente il patrimonio edilizio posto in aree ad elevato rischio sismico, nel quale vivono secondo le stime dei geologi almeno 4 milioni di italiani; dall’altro sarebbe desiderabile che lo Stato, finalmente, secondo i dettami di una nuova e autentica visione ecologica e strategica, attuasse efficacemente e pragmaticamente il piano nazionale della prevenzione nato nel 2009 con la giusta dotazione finanziaria, con uno snellimento delle procedure e che attraverso i membri del Governo individui i soggetti preposti ad un virtuoso coordinamento per l’adozione degli interventi necessari da realizzare trasparentemente e velocemente.

Perché, alla fine, non c’è miglior rispetto per le vittime innocenti che aiutare i sopravvissuti a riprendere quanto prima una esistenza normale. Perché quello che è successo, fin troppe volte negli ultimi decenni, finalmente non accada più. Perché la paura non vinca sulla speranza e sul diritto alla vita.

 

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