
Il 21 marzo 1999 l’UNESCO istituiva la Giornata mondiale della Poesia. Cosa significa in questi giorni devastati dalla pandemia da coronavirus, parlare di poesia? Abbiamo bisogno anche di farmaci che curino la nostra anima ferita
Oggi è la Giornata mondiale della poesia. Bene apparentemente inutile in queste giornate così plumbee segnate dall’emergenza coronavirus (anche se è capitato che il sole splendesse beffardo giorni fa) e che sembrano non lasciare un minimo spiraglio alla speranza. Eppure, ostinatamente, la poesia resiste, anche se oggi le vengono dedicate poche righe sui giornali, poche parole dai TG-bollettini di guerra.
Poesia, un bene completamente inutile?

Perché allora parlare di poesia su una testata come Ambient&Ambienti? Perché dedicare spazio ad un argomento per molti di nicchia, quando non inutile? Perché sprecare spazio a scapito dell’informazione su quello che, per esempio stanno facendo i nostri medici, i nostri politici, i nostri sindaci?
La risposta, almeno per chi vi scrive, è chiara. Abbiamo bisogno della poesia, perché la poesia è la manifestazione, superando il tempo e lo spazio, del bello, di quel bello di cui abbiamo, oggi, tanto bisogno. Permette di guardare con uno sguardo più “alto” alle nostre angosce. Permette di elaborare il lutto di questa tragedia epocale e planetaria.
La poesia va celebrata, come anche quest’anno fa l’UNESCO, che ha istituito la Giornata a lei dedicata nel 1999. E viene celebrata con un fiorire di iniziative a tema (tutte in sordina, perché altri sono i pensieri), come quella, solo per portare un esempio, del Club per l’ UNESCO di Otranto, che per l’occasione ha realizzato un video che “veste” il bel componimento di Miranda Bibbò. Tanti piccoli segni che dicono come, forse, anche solo l’ascoltare, il leggere – o il provare a comporre – una poesia, può servire a metterci nella condizione di vincere la grande sfida che stiamo tutti affrontando.
Coronavirus tra diffidenza, stupidità e solidarietà
Sono giorni, quelli del coronavirus, che ci rendono guardinghi l’uno contro l’altro: al supermercato il commesso rimprovera il cliente che non provvede a proteggere bocca e naso; per strada ci si scansa; in ascensore si sale uno per volta e quanto a salutarci, un cenno con gli occhi. I fidanzati cercano di evitare il divieto del contatto abbracciandosi di nascosto; i ragazzi sono stanchi perché la loro vita è diventata una routine imposta (sveglia, colazione, videolezione, pranzo, studio, cena, letto, per poi ricominciare il giorno dopo alla stessa, identica, imposta maniera). Sono giorni che registrano certo la stupidità di chi non sa rinunciare alla corsetta quotidiana o di chi le studia tutte per uscire di casa. Ma sono giorni che ci fanno scoprire solidali l’un l’altro: le raccolte fondi, la gara di medici e infermieri che si offrono nelle “zone di guerra”, i flash mob (caciaroni? Ma che importa, il bisogno di sentirsi, nel vero senso del termine, è forte…), i palinsesti televisivi completamente curvati sulle esigenze della forzata clausura. Tante piccole cose, tanti piccoli gesti e segnali di bontà (Italiani popolo di poeti santi e navigatori…), ma che lasciano in fondo un po’ di amaro in bocca.
E poi, accade quello che il poeta Eugenio Montale chiamava il miracolo: un alunno che invia alla sua prof una poesia, un abbraccio virtuale via skype con una persona lontana migliaia di km. (il lato buono delle tecnologie, che possono aiutare a superare la solitudine forzata), un gesto affettuoso da un familiare che condivide lo stesso isolamento in casa, il piacere di gustare una pietanza che non si preparava da tempo, perché il tempo mancava. Piccole, povere cose, come piccola e povera cosa può sembrare la lettura di una poesia in questi giorni, ma capace di riscaldare il cuore ed evitare che si inaridisca nel dolore.
Il “miracolo” della poesia

Proprio come fa la poesia: si scopre così che quello che volevi dire è scritto nei versi di qualcuno che è stato capace di farlo. E’ Leopardi che guarda dritto negli occhi la Natura madre di parto e di voler matrigna, ma che invita gli uomini a stringersi in una social catena e a “porgere e darsi valida aita”. E’ Montale che nel grigiore e aridità della vita quotidiana e meschina scopre il profumo e il colore abbaglianti dei limoni, piante semplici ma che riempiono il cuore, e il gelo nel cuore si sfa perchè arrivano fino al cuore le trombe d’oro della solarità. E’ Dante, che nella sua Commedia incontra i suoi amici e li saluta con affetto (Casella mio…) ed esalta un valore fondamentale di questi tempi come l’amicizia. E’ Haruki Murakami (Su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento,/non sarai lo stesso che vi è entrato). E’ Mariangela Gualtieri, una voce dei nostri tempi (È portentoso quello che succede./E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano./Forse ci sono doni./Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.(…)/ Un comune destino/ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene./O tutti quanti o nessuno). E’ Kitty O’Meary che scrive versi così intensi da far emozionare milioni di persone su Facebook, dove la sua poesia è stata postata (E quando il pericolo finì/e la gente si ritrovò,/si addolorarono per i morti./E fecero nuove scelte./E sognarono nuove visioni./E crearono nuovi modi di vivere) salvo poi scoprire che si tratta di una grandiosa bufala, di una finta poesia. Ma tant’è.
La cura
Abbiamo bisogno di parole che sappiano accarezzarci, che sappiano donare la speranza. Anche una finta poesia può fare il miracolo. E se una finta poesia ci può insegnare a sperare, perché non dovrebbe poterlo fare la vera poesia? E poi, che differenza può esserci tra la vera Poesia e una poesia vera? Se questa distinzione degna di competentissimi filologi non intacca la nostra capacità di emozionarci, vuol dire che della poesia abbiamo bisogno davvero. Come di una medicina. Per guarire dal dolore e dalla paura. Buona giornata della poesia a tutti.


