
Amnesty International fa luce su quanto sta avvenendo da anni nella Repubblica Democratica del Congo. Il Paese fornisce la maggior parte del rame e del cobalto utilizzati nelle batterie agli ioni di litio. Queste batterie alimentano i nostri smartphone, laptop, auto e biciclette elettriche e svolgono un ruolo importante nella transizione energetica. Come denuncia l’organizzazione, però, nella corsa globale per assicurarsi i minerali, le aziende e i governi stanno ancora una volta anteponendo il profitto ai diritti umani. Migliaia di persone hanno perso la casa, le scuole, gli ospedali a causa dell’espansione delle miniere di rame e cobalto, in particolare a Kolwezi
Hanno appreso che le loro abitazioni sarebbero state demolite solo dopo che alcune croci rosse erano comparse sulle loro proprietà. “Non ci è stato chiesto di trasferirci, l’azienda e il governo sono venuti a dirci: ‘Ci sono dei minerali qui’”. Non c’è stato bisogno di dire altro. Edmond Musans, 62 anni, ha capito: sarebbe stato costretto a demolire la propria casa e andarsene.
Un destino che sta colpendo centinaia di famiglie di residenti nel cuore della città di Kolwezi, nella Repubblica Democratica del Congo. Qui antiche comunità sono state distrutte dopo la riapertura di una vasta miniera a cielo aperto di rame e cobalto nel 2015. Il progetto è gestito dalla Compagnie Minière de Musonoie Global SAS (Commus), una joint venture tra l’azienda cinese Zijin Mining Group Ltd e la Générale des Carrières et des Mines SA (Gécamines), l’azienda mineraria statale della Repubblica Democratica del Congo.
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Gli sgomberi
Il quartiere colpito di Cité Gécamines ospita circa 39mila persone. Le case sono tipicamente composte da più stanze e si trovano in complessi recintati con acqua corrente ed elettricità. Ci sono scuole e ospedali nelle vicinanze. Da quando le attività minerarie sono riprese, centinaia di residenti sono stati costretti a evacuare o avevano già dovuto lasciare le proprie abitazioni precedentemente. Le comunità locali non sono state adeguatamente consultate e i piani di espansione della miniera non sono stati resi pubblici.
Qualche (vano, finora) tentativo è stato fatto. Musans, ad esempio, ha contribuito alla formazione di un comitato di rappresentanza per gestire gli interessi di oltre 200 famiglie a rischio di sfratto, chiedendo alla società Commus un risarcimento più elevato di quello che veniva loro offerto. Il comitato ha condiviso le proprie lamentele con le autorità provinciali, ma senza successo.
“Avevo una grande casa – spiega una ex residente -, con elettricità, acqua. Ora ne ho una piccola, che è tutto ciò che potevo permettermi con il risarcimento. Dobbiamo bere acqua da pozzi, quasi nessuna elettricità…”.
Il report

A raccogliere la sua, come tante altre voci, sono stati dei ricercatori di Amnesty International, che agli sgomberi forzati hanno dedicato particolare attenzione e una petizione. Oltre alla pubblicazione di un rapporto: “Stimolare il cambiamento o continuare come sempre?”. Per realizzarlo, Amnesty International e l’Iniziativa per il buon governo e i diritti umani hanno intervistato più di 130 persone in sei progetti minerari diversi nella città di Kolwezi e nelle zone circostanti, nella provincia meridionale di Lualaba, durante due visite separate nel 2022.
I ricercatori hanno esaminato documenti, corrispondenza, fotografie, video, immagini satellitari e le risposte ottenute. Nel rapporto sono inclusi i risultati emersi in quattro siti minerari. Hanno potuto così raccontare le violazioni dei diritti umani, relative agli sgomberi forzati, in tre di questi siti. Per quanto riguarda il quarto, quello di Kamoa-Kakula, il rapporto ha evidenziato prove di una ricollocazione inadeguata.
Soldati e feriti
Le testimonianze parlano anche di case bruciate e residenti feriti. Nei pressi del sito minerario del progetto Mutoshi, gestito dalla Chemicals of Africa SA (Chemaf), una filiale della Chemal Resources Lts. che ha sede a Dubai, gli intervistati hanno descritto come i soldati abbiano bruciato completamente un insediamento chiamato Mukumbi. Ernest Miji, il capo locale, ha raccontato che nel 2015, dopo che la Chemaf aveva ottenuto la concessione, tre rappresentanti della società, accompagnati da due poliziotti, sono andati da lui per dirgli che era ora che i residenti di Mukumbi se ne andassero via. I rappresentati sono tornati ben quattro volte.
Ricordando una delle visite, Kanini Maska, un ex residente di Mukumbi di 57 anni, ha raccontato: “Un rappresentante della Chemaf ci ha detto: ‘Dovete lasciare il villaggio immediatamente’. Abbiamo chiesto lui dove altro saremmo potuti andare visto che lì era dove avevamo cresciuto i nostri figli, dove erano i nostri terreni agricoli e dove i nostri figli erano registrati per poter andare a scuola”. A quel punto, stando ai racconti, un giorno la Guardia repubblicana, un corpo militare di élite, è arrivata e ha iniziato a bruciare case e a picchiare coloro che provavano a fermarli.
“Non abbiamo avuto la possibilità di recuperare nulla”, ha spiegato Kanini Maska, “Non avevamo niente per sopravvivere e abbiamo passato diverse notti nella foresta”.
Le immagini satellitari confermano che Mukumbi – che originariamente era composta dal 400 edifici tra scuole, strutture sanitarie e una chiesa – risultava completamente distrutto il 7 novembre 2016.
Risarcimenti farsa e violenze sessuali
A seguito delle proteste, nel 2019 la Chemaf ha acconsentito al risarcimento, tramite l’autorità locale, di 1,5 milioni di dollari (circa 1,4 milioni di euro). Alcuni degli ex residenti hanno però ricevuto poco meno di 300 dollari (circa 200 euro).
Inoltre ventuno contadini, parte di un collettivo che coltiva ai margini della concessione vicino al villaggio di Tshamundenda, hanno raccontato che a febbraio 2020, senza nessuna consultazione significativa o notifica di sfratto, un distaccamento di soldati, alcuni con i cani, hanno occupato la zona e demolito i campi che loro avevano coltivato. E non sono mancati episodi legati a violenza sessuale.
L’appello al Presidente
Da qui l’appello e la petizione di Amnesty International, che ha dato rilevanza internazionale al caso. Nell’appello al presidente Felix-Antoine Tshisekedi Tshilombo viene evidenziato come nel 2021 avesse promesso che “sotto la Sua amministrazione le cose sarebbero andate diversamente e che le ricche risorse minerarie della Repubblica Democratica del Congo avrebbero giovato innanzitutto alla popolazione”.
Tuttavia, la ricerca di Amnesty International e dell’Iniziativa per il buon governo e i diritti umani racconta una storia diversa. Le comunità in prima linea che vivono a Kolwezi e nei dintorni vengono sgomberate con la forza dalle loro case e dai terreni agricoli per aprire la strada all’estrazione industriale di cobalto e rame, spesso senza un’adeguata consultazione né un giusto ed equo compenso.
I risultati mostrano anche che le opzioni di reinsediamento sono scarse e che gli alloggi alternativi mancano di servizi di base e di infrastrutture sociali come scuole, centri sanitari o luoghi ricreativi.
Alla luce di questi risultati allarmanti e dell’importanza del cobalto e del rame per il Suo Paese, per una giusta transizione energetica – l’invito di Amnesty rivolto al presidente è di porre una moratoria su ulteriori sgomberi di massa nel settore minerario. Ma non solo: attuare urgentemente procedure e leggi per proteggere i diritti delle comunità minerarie in prima linea tra cui consultazioni significative, trasparenza nella condivisione delle informazioni, adeguato preavviso, equa compensazione finanziaria e altre forme di rimedio efficace. Infine, il Capo della Repubblica Democratica del Congo viene esortato a “lavorare in collaborazione con le comunità, la società civile e le autorità provinciali della Repubblica Democratica del Congo per porre fine agli sgomberi forzati nei siti minerari. In questo modo, dimostrerà che il Suo Paese è pronto a guidare il mondo in una transizione energetica giusta che non lasci indietro nessuno”.


