L’oasi Palude La Vela: a Taranto un gioiello naturalistico da difendere e valorizzare

L’Oasi “Palude La Vela” è una zona protetta con un’estensione di circa 7 ettari e situata nel secondo seno del Mar Piccolo, a 7-8 km da Taranto, fra il promontorio conosciuto come “Il Fronte” e l’estremità del canale naturale Capo D’Ayala. L’Oasi comprende un’area paludosa salmastra e la pineta di “Fucarino”, costituita da Pini d’Aleppo e piantata circa mezzo secolo fa per ragioni militari.

Di proprietà demaniale e per molto tempo lasciata in stato di abbandono, dal 1996 la palude è divenuta rifugio del WWF, che ne cura la gestione e la conservazione ambientale, svolgendo attività di promozione, monitoraggio e anti-bracconaggio. Dal 2006 è diventata Riserva Regionale Orientata per la tutela della biodiversità. In questo ambiente prevalentemente di tipo palustre, canneti, macchia mediterranea, ampi acquitrini accolgono una ricca flora di specie interessanti, tra cui le belle orchidee spontanee e diverse piante adatte a vivere negli ambienti salmastri. La vera e sorprendente ricchezza è però costituita da un numero elevato di specie di uccelli, sia stanziali che migratori: aironi, garzette, spatole, tuffetti, piro-piro, chiurli, volpoche, fenicotteri, avocette e falchi pescatori, nonché il rarissimo Cavaliere d’Italia.

Uno scrigno naturale tra la zona militare e l’oleodotto – «La Palude La Vela rappresenta un tesoro ancora poco conosciuto per il patrimonio naturalistico della città di Taranto. Questa zona è uno scrigno di meraviglie naturali- dice Fabio Millarte, presidente WWF Taranto- ma molto delicato, poiché incardinato in un’area produttiva soggetta a forte antropizzazione». Il WWF cerca di rimediare alle diverse problematiche della Palude, che necessita di continua attenzione ed interventi. «Ad esempio – spiega ancora il presidente – la pineta che circonda la palude è soggetta al fenomeno detto del drunk tree: gli alberi oscillano e cadono perché le radici non hanno sufficiente presa nel terreno. Ciò potrebbe costituire pericolo, da arginare con un monitoraggio continuo. Poi ci sono questioni più difficili da risolvere: il sito si trova all’interno di una base militare che si è allargata nel 1991, durante la Guerra del Golfo, mangiando un pezzo importante dell’Oasi. Terminato ormai il conflitto, il WWF ha più volte chiesto alle forze militari di ritornare alla situazione precedente, o almeno di avere accesso, perché l’attuale configurazione impedisce agli studiosi di raggiungere alcuni punti di osservazione, più vicini alle attività ed alle zone di insediamento degli uccelli. Altro nodo problematico è rappresentato dalla presenza ravvicinata di una condotta di approvvigionamento di carburante della minipetroliera, con il connesso rischio di incidenti di sversamento di petrolio. Negli anni precedenti è stato trovato infatti del catrame galleggiante in Mar Piccolo».

I Progetti per la tutela e la valorizzazione – Francesca Catucci è una studentessa in scienze ambientali, con indirizzo in gestione delle risorse del mare e delle coste. Per studio e per passione da alcuni anni è attivista del WWF e vuole fare di questa esperienza un mestiere. «Come tutte le zone naturali lasciate per lungo tempo all’incuria, è fondamentale impegnarsi per contrastare il degrado e mantenere l’Oasi fruibile, per farla conoscere al maggior numero possibile di persone. Noi attivisti insegniamo ai visitatori a fare birdwatching, cioè a conoscere e osservare senza spaventare gli uccelli della palude, usando un abbigliamento adeguato e restando silenziosi nelle capannine. Poi organizziamo eventi di animazione e sensibilizzazione rivolti a tutti gli amanti della natura e visite guidate per le scuole. Con l’università leccese di scienze botaniche, grazie alla banca dei semi si tenta di reinserire alcune piante distrutte ai tempi delle bonifiche. Inoltre è in fase di completamento la redazione di una lista delle specie, commissionata dalla Regione Puglia, un lavoro lungo e impegnativo perché qui arrivano tre tipi di uccelli: svernanti, nidificanti e migratori».

Anche Lilia Candida, altra appassionata guida naturalistica del WWF, si impegna da tempo per divulgare la conoscenza e la ricchezza della Palude La Vela. Il suo sogno? «Con il lavoro e la presenza costante nell’Oasi, vogliamo conservare dei corridoi ecologici fruibili in mezzo all’urbanizzazione. Ma non solo: l’ambizione maggiore è creare un indotto economico con lo stile delle oasi del WWF in Abruzzo, che richiamano migliaia di visitatori dando posti di lavoro “puliti”. Per raggiungere questi obiettivi però bisogna lavorare ancora molto, perché manca il coinvolgimento sia della politica che della cittadinanza, che deve riscoprire l’amore per la natura. Per questa ragione è già in corso un progetto di educazione ambientale rivolto a tutte le scuole. Ma anche in questo caso, le istituzioni potrebbero fare di più. A Taranto, per esempio, non esiste ancora l’albo di accompagnatori e guide turistiche, che faciliterebbe nuovi posti di lavoro riconosciuti».

Oltre all’impegno degli attivisti del WWF, che è in attesa dal 2006 di un rinnovo per la gestione dei servizi della Palude La Vela, servirebbe dunque l’intervento più deciso dell’amministrazione pubblica, per avviare un progetto serio di riqualificazione integrata.

(Galleria fotografica a cura di Lilia Candida e Michele Massafra).

Guarda lo spot dell’Oasi la Vela del WWF Taranto :

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