Tra clima estremo e crisi umanitarie, si fa strada lo status di rifugiato climatico

In aumento i migranti climatici

Tra crisi ambientali e conflitti migratori la strada è sempre più stretta

 

Secondo il Global Report on Internal Displacement 2024,  i disastri naturali nel 2023 hanno causato circa 26,4 milioni di spostamenti forzati entro i confini nazionali. Inoltre, tra i 45 Paesi che hanno conosciuto sfollamenti dovuti a conflitti, hanno registrato (tutti tranne tre) migrazioni causate anche da disastri naturali, a dimostrazione che chi fugge ha una biografia in cui si sovrappongono sempre più violentemente guerre e sconvolgimenti ambientali.

Detto altrimenti: può considerarsi “sicuro” un Paese con disastri naturali?

La questione è dirimente quando questo prerequisito decide le sorti dei migranti. In particolare, il Dossier Statistico Immigrazione 2024 di Idos denuncia l’esclusione delle migrazioni climatiche nella valutazione delle domande di asilo. “Oggi più che mai i fattori climatico-ambientali dovrebbero avere un ruolo determinante nella valutazione della vulnerabilità di chi cerca protezione, così come nella valutazione dei governi dei cosiddetti Paesi di origine “sicuri”. Una valutazione che non può non tener conto del nesso tra povertà cronica, debiti, violazione dei diritti umani e conflitti connessi alla crisi climatica”, afferma Laura Greco di A Sud, organizzazione ecologista indipendente che si occupa di giustizia climatica e conflitti ambientali.

La crisi climatica è già un’emergenza umanitaria e continuerà a costringere alla fuga milioni di persone. Attualmente, oltre il 40% della popolazione mondiale – circa tre miliardi e mezzo di persone – vive in contesti di estrema vulnerabilità agli shock climatici.

Deve essere un diritto riconosciuto chiedere protezione anche a causa di fattori climatico-ambientali, nella prospettiva di arrivare al riconoscimento dello status di rifugiato climatico a livello internazionale (Foto di Mamadou Traore da Pixabay)

Le previsioni future sono allarmanti: si stima che tra 250 milioni fino a 1 miliardo di persone saranno costrette a spostarsi, sia all’interno dei loro Paesi sia oltre i confini nazionali, a causa degli eventi climatici estremi. È in questo scenario che “i governi hanno il dovere di prendere atto che la mobilità umana forzata è strettamente legata alla crisi climatica che stiamo alimentando. Così come deve essere un diritto riconosciuto chiedere protezione anche a causa di fattori climatico-ambientali, nella prospettiva di arrivare al riconoscimento dello status di rifugiato climatico a livello internazionale”, dichiara Luca di Sciullo, presidente di Idos, il cui centro Studi e Ricerche cura dal 1991 il Dossier Statistico Immigrazione, il rapporto di carattere socio-statistico sull’immigrazione in Italia.

L’assenza dei rischi associati a fattori climatico-ambientali nella valutazione della vulnerabilità di chi cerca protezione fuori dal proprio Stato, in un apparato di gestione delle migrazioni che, anche alla luce del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, tende a restringere l’accesso all’asilo è uno dei temi analizzati nel Dossier Statistico Immigrazione 2024. Un lavoro corale curato dal Centro Studi e Ricerche Idos, al quale ha partecipato anche l’Associazione A Sud, con il contributo di Maria Marano (che ha curato i tre Report di A Sud su “Crisi ambientale e migrazioni forzate”).

Il caso dei migranti trasferiti in Albania

La denuncia parte dal caso studio del trasporto in Albania, nelle strutture costruite dal governo italiano, di 16 uomini, 10 provenienti da Bangladesh e 6 dall’Egitto sbarcati sull’isola siciliana di Lampedusa lo scorso 16 ottobre.

Ben circa 1,8 milioni di bangladesi sono stati costretti a migrare internamente a causa di eventi meteorologici estremi solo nel 2023, posizionando così il Paese tra i cinque con più sfollamenti interni a causa del clima (Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

Il caso, che sta avendo ripercussioni a livello europeo, viene descritto così in una nota di Idos e A Sud: “I primi sedici migranti che, loro malgrado, stanno sperimentando le procedure accelerate di frontiera in un Paese terzo, come previsto dal protocollo Italia-Albania in materia di migrazione, sono arrivati presso l’hotspot di Schengjin, a bordo di una nave militare italiana, per essere poi trasferiti a Gjader. Tra loro, i più fortunati avranno la possibilità di accedere al centro di prima accoglienza per presentare domanda d’asilo, mentre per i meno fortunati si apriranno le porte del Cpr, il centro di permanenza per il rimpatrio. I migranti, tutti maschi e identificati come adulti, non vulnerabili e provenienti da Paesi “sicuri” (nel caso specifico Egitto e Bangladesh), hanno già messo in luce le criticità delle nuove procedure. Infatti, quattro di loro sono stati trasferiti in Italia poche ore dopo l’arrivo: due perché minorenni, due perché con problemi di salute, quindi vulnerabili, evidenziando così le lacune del sistema di valutazione sommaria delle condizioni dei migranti. Ciò mostra ancora una volta, come annunciato da tempo dalle organizzazioni che si occupano dei diritti umani, che questo protocollo, sebbene rivendicato come un successo dal governo Meloni, produce effetti dannosi sul piano umanitario, politico ed economico. Ciò rende ancora più urgente superare un approccio burocratico alle vulnerabilità, che esclude tutti coloro che non rientrano nei parametri discutibili stabiliti dal governo italiano e albanese”.

La questione ha suscitato echi internazionali e aperto complicate questioni giuridiche posto che il ministero dell’Interno ha dato mandato all’avvocatura dello Stato di ricorrere contro la sentenza del Tribunale di Roma che ha bocciato il  trattenimento dei migranti in Albania, sulla base dell’impossibilità di riconoscere come ‘Paesi sicuri’ gli Stati di provenienza delle persone trattenute, alla luce di una sentenza della Corte di giustizia.

Per Idos e A Sud, il tema climatico è tutt’altro che secondario nella questione.

“La stessa lista dei cosiddetti ‘Paesi d’origine sicuri’ redatta dal governo italiano – scrivono in una nota – per i cui richiedenti asilo è prevista una procedura accelerata già preorientata al diniego e che non consente di valutare adeguatamente la sussistenza di ragioni gravi per l’asilo, è oggetto di controversia: tra di essi, infatti, figurano l’Egitto, nonostante le segnalazioni di violazioni dei diritti umani, limitazioni delle libertà e altre pratiche repressive che vi vengono perpetrate, e il Bangladesh, Paese di origine di dieci dei migranti trasferiti in Albania, del quale non viene adeguatamente considerata la vulnerabilità ambientale dovuta ai cambiamenti climatici. Ben circa 1,8 milioni di bangladesi – continuano Idos e A Sud – sono stati costretti a migrare internamente a causa di eventi meteorologici estremi solo nel 2023, posizionando così il Paese tra i cinque con più sfollamenti interni a causa del clima, divenuto per loro una vera e propria minaccia esistenziale”.

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La vulnerabilità ambientale del Bangladesh

Il Bangladesh ha registrato negli ultimi anni un’escalation della frequenza e dell’intensità delle calamità ambientali. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, l’organizzazione internazionale non governativa che monitora la situazione globale delle migrazioni interne, il Bangladesh è il terzo Paese al mondo con più alto rischio di sfollamento per alluvione.

L’innalzamento del livello del mare sommergerà circa il 17% delle terre costiere del Bangladesh e porterà allo sfollamento di circa 20 milioni di persone entro il 2050 (Foto di Dean Moriarty da Pixabay)

“Ogni anno in Bangladesh – scrive l’ong ActionAid – migliaia di persone e famiglie vulnerabili sono costrette ad abbandonare la propria terra d’origine soprattutto a causa di disastri ambientali: inondazioni, cicloni, maremoti, ma anche eventi a lenta insorgenza come l’innalzamento del livello del mare e la salinizzazione delle acque dolci. Il numero degli sfollati interni, cioè persone che migrano verso altre città all’interno del proprio Paese, è in costante aumento. Solo nel 2022 il fenomeno ha riguardato 7,1 milioni di bengalesi”.

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Secondo l’Unicef, sono oltre 2 milioni i bambini a rischio sui 5,6 milioni di persone colpite dalle inondazioni che lo scorso agosto hanno travolto case, scuole e villaggi nel Bangladesh orientale, le peggiori degli ultimi 34 anni.  I principali fiumi del sud-est sono straripati a causa di piogge monsoniche senza precedenti.

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Le previsioni sono anche peggiori. L’innalzamento del livello del mare sommergerà circa il 17% delle terre costiere del Bangladesh e porterà allo sfollamento di circa 20 milioni di persone entro il 2050. Secondo i modelli migratori del Groundswell report della Banca Mondiale, il riscaldamento globale porterà 216 milioni di persone a migrare all’interno dei propri Paesi.  

Secondo l’Indice globale di rischio climatico (Cri 2021), il Bangladesh è al settimo posto tra i Paesi che hanno subito maggiormente l’impatto del cambiamento climatico con un costo di 3,72 miliardi di dollari. La Banca Mondiale inoltre stima che entro il 2050 il Bangladesh potrebbe avere quasi 20 milioni di migranti climatici interni, circa il 12% della popolazione in larga parte residente sulle coste già compromesse dall’innalzamento del livello del mare.

“Nessun Paese è immune allo sfollamento dovuto a calamità”, ha detto Alexandra Bilak, direttrice di Idmc-Internal Displacement Monitoring Center. “Ma possiamo vedere una differenza nel modo in cui lo sfollamento colpisce le persone nei Paesi che si preparano e pianificano i suoi impatti e in quelli che non lo fanno. Se la cavano molto meglio quelli che esaminano i dati e creano piani di prevenzione, di risposta e sviluppo a lungo termine”.

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