Rapporto SNPA: clima sempre più caldo

Esce il rapporto sul clima globale italiano nel 2025, una calda fotografia di una realtà che scotta ma verso la quale non riusciamo a trovare soluzioni

 

Si chiama “SNPA, Il clima in Italia nel 2025, Report ambientali SNPA, n. 48/2026” ed è una fotografia di quello che è stato l’anno 2025 dal punto di vista climatico. Un Rapporto sul clima in Italia del Sistema Nazionale per la Protezione Ambientale (SNPA) che illustra lo stato e le variazioni del clima in Italia negli ultimi decenni, anche nel contesto climatico globale ed europeo, e analizza i valori medi e i trend delle principali variabili idro-meteo-climatiche e i loro valori estremi.

Che cosa é e quale è il ruolo del sistema SNPA

Il Sistema Nazionale a rete per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) è operativo dal 14 gennaio 2017, data di entrata in vigore della legge 28 giugno 2016, n. 132 di “Istituzione del Sistema Nazionale a rete per la Protezione dell’Ambiente e disciplina dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale” (ISPRA). Il SNPA è composto dall’ISPRA, ente pubblico nazionale di ricerca che ne coordina le attività, e dalle agenzie per la protezione dell’ambiente delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano. Il Sistema lavora per raggiungere prestazioni tecniche ambientali uniformi sull’intero territorio nazionale, a vantaggio della tutela dell’ambiente e a beneficio della popolazione, dell’attività delle imprese e del sistema pubblico in generale.

Monitoraggio del clima come strumento per comprendere i cambiamenti

Eventi estremi che si sono verificati a livello globale

Il monitoraggio del clima e della sua evoluzione rappresenta uno degli elementi fondamentali nel contesto dell’attuale crisi climatica.
Perché se da un lato la stima dell’andamento del clima su larga scala è necessaria per monitorare l’andamento del riscaldamento globale e confrontarlo con l’obiettivo dell’Accordo di Parigi, ossia mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C in più rispetto ai livelli preindustriali e proseguire gli sforzi per limitarlo a 1.5 °C. Dall’altro lato l’analisi dello stato del clima e delle sue variazioni, dalla scala nazionale alla scala regionale e locale, costituisce una base necessaria sia per la valutazione degli impatti dei cambiamenti climatici che per scopi di adattamento e pianificazione del territorio.

I dati presi in esame si concentrano su eventi significativi come Siccità e severità idrica, Anomalie di temperatura e onde di calore, Eventi idro-meteo-climatici e meteo-marini.

Capitolo temperatura: il 2025 non è stato l’anno più caldo (anche se lo abbiamo molto sofferto)

Temperature medie italiane nel 2025

A livello globale, il 2025 è stato il terzo anno più caldo dopo il 2024 e il 2023, almeno considerando le temperature medie globali (oceani e terre emerse).

Se invece si considerano le sole temperature medie delle terre emerse, allora è stato il secondo più caldo dopo il 2024. In ogni caso sempre molto caldo é stato.

In Italia il 2025 è stato il quarto anno più caldo della serie dal 1961, ma il dodicesimo anno consecutivo con un’anomalia positiva rispetto alla norma. Il 2025 si colloca al quarto posto della serie anche per l’anomalia della temperatura massima (+1.01 °C) e al terzo posto per l’anomalia di temperatura minima (+1.05 °C). In ogni caso, comunque si studino le temperature, quello che ne esce è che gli ultimi quattro anni sono stati i più caldi per tutte e tre le serie temperature (media, minima e massima). E di questo ce ne eravamo accorti.

L’analisi per macroaree geografiche: per la temperatura media, il 2025 è stato il terzo anno più caldo al Sud e Isole, mentre al Nord e al Centro si colloca al quarto posto fra i più caldi della serie dal 1961.

Tutte le stagioni sono state più calde della media. All’anomalia positiva della temperatura media annuale del 2025 ha contribuito in maniera più marcata l’estate, che, con il valore di +1.46 °C sopra la media 1991-2020, si colloca al quarto posto fra le più calde della serie dal 1961, seguita dall’inverno (+1.21 °C), al settimo posto fra i più caldi, e dalla primavera (+0.86 °C), al quarto posto della rispettiva serie; l’autunno ha segnato un’anomalia più contenuta (+0.16 °C).

Un chiaro segnale di riscaldamento con numero medio di notti tropicali all’ottavo posto tra i più alti della serie (+10.1 giorni), al settimo posto per il numero medio di giorni estivi (+8.4 giorni) e al sesto posto per il numero medio di giorni torridi (+7.0 giorni).

La temperatura superficiale media annuale dei mari italiani è stata superiore alla media climatologica 1991-2020 e colloca il 2025 al secondo posto fra gli anni più caldi della serie dal 1982, con un’anomalia di +1.18 °C rispetto alla media climatologica 1991-2020 dopo il record dello scorso 2024.

Precipitazioni e siccità prolungata dividono la penisola italiana in due e la Puglia è una delle regioni con più giorni asciutti

Le precipitazioni cumulate annuali in Italia nel 2025 sono state complessivamente prossime alla media climatologica (+1%). I mesi relativamente più secchi sono stati giugno (-51%), novembre (-25%) e ottobre (-24%), mentre i mesi relativamente più piovosi sono stati marzo (+58%) e agosto (+50%).

L’analisi per macroaree geografiche indica che l’anomalia di precipitazione è stata negativa al Sud e Isole (-5%), positiva al Nord (+7%), e prossima alla media al Centro.

La stagione relativamente più piovosa è stata la primavera (+23%), che si colloca al nono posto tra le più piovose, seguita dall’inverno (+6%).

I valori più elevati di precipitazione giornaliera, oltre 250 mm, sono stati registrati nelle Apli nord- occidentali tra Piemonte e Valle d’Aosta, in occasione dell’evento del 15-17 aprile, con picchi che hanno superato localmente i 330 mm.

Riguardo agli indici climatici rappresentativi delle condizioni di siccità, il 2025 ha fatto registrare i valori più alti di giorni asciutti su Puglia, su gran parte delle aree costiere, e sulle Isole, dove si registrano localmente i valori più elevati, con picchi oltre i 310 giorni asciutti. I valori più bassi (fino a circa 210 giorni asciutti) si registrano su Alpi e Prealpi e sulla dorsale appenninica settentrionale.

L’indice di siccità CDD-Consecutive Dry Days, che rappresenta il numero massimo di giorni asciutti consecutivi nell’anno, ha fatto registrare valori abbastanza contenuti su gran parte del territorio nazionale. Valori elevati si osservano invece sulla costa ionica della Calabria (fino a 121 giorni secchi consecutivi), sulla quasi totalità della Sardegna (fino a 118 giorni secchi consecutivi), su gran parte della Sicilia (fino a 116 giorni secchi consecutivi), sulla restante parte di costa ionica e sulla Puglia centro-meridionale. La durata minima registrata dei periodi di siccità in termini dell’indice CD.

Quali sono le conseguenze di queste temperature?

“I dati del monitoraggio del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente confermano che il cambiamento climatico non è più una sfida del futuro, ma una realtà con cui siamo già chiamati a confrontarci” spiega Maria Alessandra Gallone, presidente di Ispra ed Snpa.

Condizioni che hanno favorito l’avvezione di masse d’aria particolarmente calda e umida provenienti dal Mediterraneo o dall’Oceano Atlantico, valori di umidità più alti del solito, favoriti dalle anomalie termiche di Mediterraneo e Atlantico che possono aver contribuito ad aumentare temporaneamente l’effetto serra, rinforzando le anomalie termiche notturne.

Altro grave problema riguarda il fatto che, nel 2025, in Italia, sono stati rilevati 612 incendi boschivi, un dato superiore a quello della media annua del periodo 2003-2025, ma comunque inferiore al dato rilevato in anni siccitosi come il 2017 o il 2021; la superficie bruciata, 84348 ha, corrisponde a circa il 50% in più del valore medio 2003-2025, come riportato dallo European Forest Fire Information System di Copernicus 9.

Questi dati sono confermati all’interno del focus che mette in evidenza come gran parte degli incendi si siano sviluppati nelle regioni centro-meridionali e che, nonostante le condizioni meteorologiche estive fossero del tutto simili a quelle del 2024, la stima dell’area bruciata nel 2025 sia circa pari a tre volte quella stimata nell’anno precedente.
Da evidenziare però il fatto che gli incendi non si sviluppano solitamente per le alte temperature, ma per incuria e spesso per dolo , il che significa che c’è uno “starter” umano che accende il fuoco e poi le alte temperature, il vento caldo e le erbe incolte e secche fanno il resto.

Non ci si aspetta che il 2026 sia un anno migliore dal punto di vista delle temperature, lo abbiamo appena constatato in questi giorni quando le temperature si sono terribilmente innalzate, quello che ci aspettiamo sono passi concreti verso un piano per il clima che avrebbe dovuto già essere operativo all’inizio del 2026.

E che invece stiamo ancora subendo (il clima) come le richieste di adattamento.

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