Materiali a contatto con gli alimenti, quanto sono pericolosi per la salute?

Cosa mangiamo oltre i cibi contenuti nelle vaschette?

Due recentissimi studi prendono in esame i materiali usati per confezionare alimenti e bevande con risultati preoccupanti. Le segnalazioni di EFSA

 

I nostri alimenti e le nostre bevande sono spesso contenuti o confezionati in recipienti. Si tratta dei cosiddetti materiali a contatto con gli alimenti (MOCA) come imballaggi e contenitori, attrezzi da cucina, posate e stoviglie. I MOCA possono essere fatti di sostanze varie, ad esempio plastica, gomma, carta e metallo.
La legislazione europea che disciplina i MOCA riguarda anche i materiali a contatto con l’acqua destinata al consumo umano, le bottiglie ad esempio. La sicurezza dei MOCA viene valutata in quanto tracce di sostanze chimiche possono migrare dai materiali negli alimenti e nelle bevande che consumiamo.

Plastificanti negli alimenti confezionati

Il primo studio su alimenti e bevande è di Consumer Reports. L’associazione ambientalista statunitense, che da 25 anni si occupa, tra le altre cose, di plastiche e di plastificanti, ha reso noto che i ricercatori hanno verificato la presenza di due classi di plastificanti più comuni, gli ftalati e i bisfenoli (quello A, ma anche altri), in 67 bibite e cibi venduti nei supermercati e in 18 prodotti di fast food.

Gli autori dello studio hanno analizzato alimenti quali paste e ravioli, pollo e pesce, carne, yogurt, pizza, bibite dolci e gassate, tè freddi, frutta e verdura in scatola, salse, formaggi, gelati, pane, riso, cereali da colazione e alimenti per l’infanzia, verdure biologiche e non, tonno e sardine in scatola, e altro ancora, trovando che il 79% dei prodotti analizzati conteneva bisfenolo A, anche se i valori erano mediamente inferiori rispetto a quelli dell’indagine precedente, risalente al 2009.

Il Bisfenolo A è presente, ad esempio, nei contenitori di plastica, nelle lattine e nei tappi

Il bisfenolo A (BPA) è una sostanza chimica usata prevalentemente in associazione con altre sostanze per produrre alcune plastiche e resine.  Il BPA è contenuto ad esempio nel policarbonato, un tipo di plastica trasparente e rigida utilizzata per produrre erogatori di acqua, contenitori da stoccaggio e bottiglie riutilizzabili per bevande. La sostanza viene utilizzata anche per produrre resine epossidiche usate in pellicole/rivestimenti di lattine e in contenitori per bibite e alimenti. 

Gli esperti scientifici dell’EFSA in una recente valutazione, hanno segnalato alla Commissione Europea che l’esposizione al bisfenolo A (BPA) tramite gli alimenti costituisce una preoccupazione per la salute dei consumatori di tutte le fasce d’età. Dopo un’accurata valutazione delle evidenze scientifiche e alla luce dei contributi ricevuti da una pubblica consultazione, gli esperti hanno riscontrato possibili effetti nocivi a carico del sistema immunitario.

Per quanto riguarda gli ftalati, invece, sono stati trovati praticamente in tutti i campioni analizzati(ciascuno dei quali è stato controllato almeno due/tre volte), anche se quelli per i quali sono state fissate soglie erano in concentrazioni inferiori ai limiti di legge.
Gli ftalati sono sostanze chimiche utilizzate per plastificare alcuni materiali di uso comune nei settori industriali. Tra questi anche diversi materiali e oggetti destinati al contatto con gli alimenti, come il PVC. La Commissione europea ha chiesto all’EFSA di rivalutare i rischi per la salute pubblica connessi alla presenza di plastificanti come i ftalati, sostanze strutturalmente simili e sostanze sostitutive, a seguito della migrazione dai materiali a contatto con gli alimenti (FCM). Il protocollo, uscito nel 2022, è tutt’ora oggetto di analisi e consultazione per identificare meglio i pericoli per la salute derivanti da contatto e migrazione delle sostanze plasticanti negli alimenti.

Gli ftalati vengono usati per confezionare gli alimenti

Il problema, però, con gli ftalati, è che ne esistono decine, e solo per alcuni esistono valori soglia. Lo stesso, sia pure in misura minore, vale per i bisfenoli: solo il tipo A è controllato, di solito, e solo esso è stato bandito da alcuni prodotti (come del resto gli ftalati), ma gli altri come il B sono presenti, e spesso senza che neppure si sappia.

Come possiamo tutelarci?

Evitando, per quanto sia possibile, qualsiasi alimento confezionato in contenitori di plastica, prediligendo l’acquisto di frutta e verdura direttamente dall’agricoltore e nei mercati contadini che sempre più spesso sono presenti nelle città.
Utilizzando sempre meno plastiche, avremo meno rifiuti e, poco alla volta, riusciremo a immettere sempre meno plastiche nei nostri mari e fiumi.
Acquistando cibi confezionati nel vetro, unico contenitore che, al momento, offre garanzia sia di non essere intaccato da plastiche, che in termini visivi: possiamo vedere cosa stiamo comprando e lo stato di conservazione.

Nano e micro plastiche nell’acqua in bottiglia

Quando beviamo acqua da una bottiglietta in plastica non sospetteremmo mai che, oltre all’acqua, stiamo anche bevendo centinaia di migliaia di microscopici pezzi di plastica.

È stato recentemente pubblicato su PNAS (la prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences) dai ricercatori della Columbia e della Rutgers University di New York, uno studio che mostra chiaramente (e drammaticamente) come le bottiglie di plastica possono contenere molte più nano e microplastiche di quanto era stato ipotizzato finora.
I nuovi dosaggi sono il risultato di una tecnica di spettroscopia Raman, messa a punto presso la Columbia University che permette, grazie a due laser incrociati, di identificare particelle nanometriche di sette polimeri, e quindi di studiare nanoplastiche che, finora, erano sempre sfuggite alle analisi più sofisticate, a causa delle loro dimensioni (un nanometro è un miliardesimo di metro). Analizzando infatti cinque campioni di tre comuni marche di acqua in bottiglia hanno rilevato una copiosissima presenza di nanoplastica che va da 110mila a 400mila pezzi per litro, con una media di circa 240mila: da dieci a cento volte superiore rispetto a quella stimata fino a oggi.

Ma queste particelle fanno male alla nostra salute?

Le bottiglie di plastica, anche se riciclate, rilasciano ftalati

Questo fatto è attualmente in fase di revisione. Esattamente nessuno sa quanto possano essere pericolose. Sanno che entrano nei tessuti (dei mammiferi, comprese le persone) e la ricerca attuale sta esaminando cosa fanno nelle cellule. Ovviamente in gran parte si tratta di PET (polietilentereftalato), la plastica con la quale sono realizzate quasi tutte le bottiglie, ma il primo, quantitativamente, è risultato essere la poliammide che, secondo gli autori, paradossalmente, potrebbe provenire dai filtri utilizzati nelle aziende prima dell’imbottigliamento, proprio per cercare di eliminare le nano e microplastiche.

Non ultimo arrivano dall’esposizione al sole e agli stress atmosferici e meccanici cui sono sottoposte le bottiglie e dal fatto che nano e microplastiche sono ormai ovunque sulla Terra.

Per questo gli studiosi consigliano di utilizzare l’acqua del rubinetto che ha concentrazioni di nano e microplastiche nettamente inferiori rispetto alle bottiglie in plastica, limitare il consumo di acqua nelle bottiglie di plastica, utilizzando magari le borracce di alluminio (disinfettandole con aceto o bicarbonato almeno una volta a settimana).

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