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Lucera, nascita del castello e di una città: l’altro Federico II

Castello di Lucera - Segni di assedio e di sangue sono incisi sui muri di pietra frutto di inganni, vendette, sconfitte e guerre sfibranti

Lucera nacque, fu costruita e abitata dai deportati in Puglia sopravissuti alla repressione federiciana attuata in Sicilia. Così la civitas sarracenorum prese corpo sull’acropoli della antica città Dauna e Romana ampliata e recintata da mura con blocchi in pietra e tufo di reimpiego, erigendo una fortezza che Federico II affidò ad una scelta guarnigione Saracena, una colonia lucerina di circa seimila guerrieri, abili arcieri a cavallo che accompagnavano e difendevano l’Imperatore in ogni spostamento tra i castelli e nei loca solaciorum del Foggiano e della Basilicata.

La repressione ordinata in Sicilia dall’Imperatore fu cruenta e atroce negli undici anni tra il 1222 e il 1233 e fu condotta contro i Saraceni di Sicilia, risolvendosi in un bagno di sangue e di evacuazioni. Fu l’attaccamento alla religione islamica degli Arabo-Siciliani a preoccupare l’imperatore e l’estremo tentativo degli stessi a non essere schiacciati dall’europeismo e dalla cristianità degli Hohenstaufen nonché dalla continentalità che avanzava con l’Imperatore, cancellando tutto ciò che sull’isola pulsante era stato costruito sino ad allora nel cuore del Mediterraneo.

Castello di Lucera - Torre della Regina

Questa potenza repressiva contro i capi rivoluzionari Arabo-Siciliani e i loro figli la percepisco ancora tra le mura possenti di Lucera. Capi rivoluzionari giustiziati sul campo o “mazzerati” (scaraventati in mare dentro sacchi) con la promessa mai mantenuta di un salvacondotto in cambio della resa. Eventi forti che hanno impresso nelle pietre e nelle mura storie drammatiche come quella capitata a Muhammad Ibn Abbad, il comandante ribelle degli Arabo-Siciliani ritiratosi nella roccaforte islamica di Entella, ucciso e vendicato da sua figlia che ordinò una feroce vendetta contro l’Imperatore, attirando nel castello trecento cavalieri Svevi con un falso patto di resa i quali finirono decollati e, le loro teste, penzolanti dalle torri della fortezza di Entella.

Tutta questa drammatica forza di repressione traspare dalla roccaforte e dal Castello di Lucera; segni d’assedio e di sangue che sono incisi sui muri di pietra frutto di inganni, vendette, sconfitte e guerre sfibranti che producevano, infine, prigionieri/schiavi Arabo-Saraceni di religione islamica, che in seguito furono cancellati, sino all’ultimo nucleo, da Carlo II d’Angiò.

I musulmani di Lucera furono costretti alla schiavitù a vita

Il re di Napoli incoraggiò Giovanni Pipino da Barletta ad annichilire i musulmani lucerini, residuo delle colonie federiciane, sterminati definitivamente o ridotti in schiavitù il 15 agosto del 1300. Tutti i Saraceni di Lucera furono avviati o verso i mercati schiavistici di Terra di Bari, Lucania e Napoli, o costretti a convertirsi al cristianesimo di Bonifacio VIII, oppure, in alternativa, alla schiavitù a vita, abiurando l’Islam con l’impegno di non costruire mai una moschea né di esternare atti di culto, privandoli così di una coscienza religiosa. Muri e Torri, quelli di Lucera sintesi visiva della densità repressiva e conquistatrice dell’Imperatore.

Bibliografia Essenziale:

Vito Bianchi, Sud ed Islam, una storia reciproca, Capone Editore, Lecce, 2003.

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www.domenicotangaro.it/biografia

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