L’amianto; quanto ha a che fare con la vita?

Giorgio Nebbia

Giorgio Nebbia è stato professore ordinario, ora emerito, di Merceologia presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bari. Dottore honoris causa in Scienze Economiche e Sociali (università del Molise) e in Economia e Commercio dagli atenei di Bari e Foggia. Nonché ambientalista e parlamentare alla Camera e al Senato.

Professore, lei si occupa di risorse naturali, energia, merci. Quelle che chiama le “cose che hanno a che fare con la vita” (vedi il mondo delle cose).  Le chiedo: l’amianto, quanto ha a che fare con la vita? 

«Con la vita biologica poco. Col nome amianto (o asbesto) ci si riferisce ad un gruppo di minerali, presenti in varie parti del mondo, costituiti da silicati, che si presentano, unici fra tutti i minerali, in forma di fibre del diametro di 0,1-1 millesimo di millimetro e della lunghezza di alcune decine di millesimi di millimetro. Sottilissimi aghi durissimi che non si decompongono con i comuni agenti chimici e col fuoco. Per questa sua proprietà l’amianto ha sempre destato sorpresa e curiosità ed è stato utilizzato in molte applicazioni nella vita quotidiana e commerciale. Lo conoscevano i Romani e ne parla, nei primi anni del Trecento, Marco Polo, meravigliato per le tovaglie, viste in Cina, che si lavavano col fuoco anziché con l’acqua. Già nell’Ottocento si è diffusa anche in Europa l’idea di utilizzare le fibre di amianto per farne filati e tessuti che si prestavano bene per oggetti e anche indumenti resistenti al fuoco. Per decenni le persone addette allo spegnimento degli incendi potevano avvicinarsi alle fiamme coperti da tute di amianto. Con amianto si facevano anche cartoni, quelli che vedevamo in casa e su cui si appoggiava il ferro da stiro e pannelli adatti come isolanti acustici oltre che termici. Poi si è scoperto che l’amianto poteva essere usato nei freni e nelle frizioni delle macchine e come isolante elettrico, termico, acustico.

Resti di un tubo di cemento-amianto

Nei primi anni del Novecento è stato scoperto che l’amianto poteva essere miscelato con cemento; si potevano così produrre, con amianto-cemento, pannelli adatti per coperture di edifici, recipienti anche di grandi dimensioni, tubazioni. Tutti resistenti al fuoco e agli agenti chimici e duraturi; quasi eterni. Donde il nome di una marca di tali materiali, Eternit. Queste scoperte hanno spinto a cercare giacimenti di amianto in tutto il mondo e ad aprire cave per la sua estrazione in Italia, Russia, Canada, Australia, Brasile eccetera. Primo Levi, il chimico torinese ebreo che, dopo le infami leggi razziali fasciste, non trovava altre occupazioni, lavorò per qualche mese, in clandestinità, nella cava di amianto di Balangero, vicino Torino. Levi racconta questa esperienza nel libro: Il sistema periodico: “C’era amianto dappertutto, come una neve cenerina”. A dire la verità che qualcosa non andasse bene lo avevano scoperto alcuni medici già nei primi anni del Novecento. Ma i pericoli per la salute di quei minutissimi aghetti indistruttibili che si depositavano nelle vie respiratorie dei lavoratori sono stati tenuti nascosti davanti al trionfo merceologico dei manufatti di amianto. Anzi; le fabbriche di manufatti di amianto-cemento si sono moltiplicate col nome di Eternit o Fibronit o Materit, a Casale Monferrato, Bagnoli, Bari, Rubiera, Massa-Carrara, perfino in Valbasento.

Nel frattempo si è osservato che sempre più spesso comparivano tumori e si verificavano casi mortali non solo negli addetti alla produzione di manufatti di amianto, ma anche nella popolazione che abitava vicino alle fabbriche o nelle persone che venivano a contatto con fibre di amianto nelle industrie della gomma, in siderurgia, negli edifici, all’interno delle navi e dei vagoni ferroviari, nelle scuole. Dovunque l’amianto fosse stato impiegato come isolante termico, acustico, elettrico. Polveri contenenti amianto si sono diffuse nell’aria di New York dopo il crollo delle due Torri Gemelle. L’amianto si libera all’interno degli edifici anche in seguito allo sgretolamento dei pannelli di amianto-cemento, quelli che erano stati promessi “eterni”. Davvero, di amianto si muore. Finalmente si è formato un movimento internazionale che ha portato, in alcuni Paesi,  al divieto dell’estrazione del minerale e dell’uso di manufatti di amianto e alla regolazione delle discariche di amianto e dei suoi manufatti. Nonostante questo, ancora nel mondo ogni anno si producono circa 2milioni di tonnellate di amianto, la metà delle quali in Russia, seguita da Cina, Brasile, Kazakistan, Canada. I danni mortali e alla salute sono ben emersi, fra l’altro, nel processo che a Torino ha portato alla condanna dei proprietari della Eternit di Casale Monferrato; proprio il 14 febbraio scorso è iniziato il processo di appello».

Ci spieghi: come si bonificano gli edifici?

I muri della fabbrica ex Fibronit di Bari coperti da una speciale vernice blu

«Purtroppo, da quando è stata emanata la legge del 1992, l’amianto è ancora intorno a noi. Nel caso dei pannelli all’interno degli edifici l’unica cosa da fare consiste nel rimuovere i materiali e le coperture contenenti amianto e amianto-cemento con grande precauzione perché, nel maneggiare tali materiali, soprattutto se sono in opera da anni, si ha dispersione nell’aria delle fibre di amianto. Esistono delle ditte specializzate che fanno tale rimozione con addetti opportunamente protetti. Anche qui occorre grande cautela perché, per far spendere meno soldi ai clienti, alcuni promettono dei rivestimenti con vernici o altri materiali che non fanno altro che spostare il pericolo delle dispersioni dell’amianto in avanti nel tempo, senza eliminarlo».

E come si mettono in sicurezza i materiali contenenti amianto?

«Tutti i caratteri così apprezzati dell’amianto – il presentarsi in sottilissime fibre, la sua resistenza al fuoco e agli agenti chimici – rendono molto difficile l’operazione di smaltimento e sepoltura dei residui di amianto, perverso dono della natura. Probabilmente l’unico, anche se scomodo, sistema di smaltimento è la sepoltura dei manufatti e dei materiali contenenti amianto in qualche deposito ben sigillato, eventualmente miscelato o ricoperto con cemento. Occorre però grande precauzione sia nelle imprese sia nei lavoratori per evitare che un apparente smaltimento si traduca di fatto in altra diffusione delle fibre. Dal momento che lo smaltimento dell’amianto richiede particolari norme e precauzioni e quindi comporta dei costi, sono in molti a disfarsi clandestinamente dei loro manufatti abbandonandoli nell’ambiente, all’aria aperta, talvolta al più in sacchi di plastica. Ciò aggrava il problema perché comporta non solo la sepoltura dei manufatti smaltiti male, ma anche la raccolta dei manufatti sparsi nel territorio – quante volte si vedono lastre di amianto-cemento abbandonate nei campi o al margine delle strade? – ma anche la bonifica delle discariche abusive. In Italia ci sono ancora, disperse nel territorio, molte decine di milioni di tonnellate di amianto».

Sgombriamo il campo da equivoci: si possono smaltire correttamente i rifiuti?

Le cosiddette big bags colme di amianto

«Talvolta si legge la proposta di “riciclare”, strizzando l’occhio alle mode ambientaliste e con l’illusione di spendere meno, i manufatti contenenti amianto per farne materiali di riempimento di strade o cave, ma questa mi sembra proprio una idea sbagliata. Per attuarla occorrerebbe “macinare” e frantumare le tettoie o i recipienti di amianto-cemento con liberazione di fibre nell’aria, lasciando in circolazione l’amianto in forma suscettibile di liberarsi di nuovo in futuro».

Come ci si deve comportare quando si ha a che fare con strutture contaminate in casa, a scuola, nei luoghi di lavoro?

«L’unica soluzione è affidarsi a imprese specializzate che siano affidabili. Le operazioni di rimozione e bonifica dei siti contenenti amianto mettono in circolazione molti soldi; lo smaltimento è costoso e costoso è il rispetto delle norme di sicurezza. Purtroppo possono esistere degli avventurieri che, spacciandosi come specializzati nelle operazioni con amianto, in realtà si limitano a ritirare, alla meglio, i materiali contenenti amianto smaltendoli in maniera non corretta, anzi pericolosa per gli addetti e per l’ambiente. Le autorità sanitarie e le Agenzie per l’ambiente (ce ne è una in ogni Regione, con uffici decentrati – vedi ARPA Puglia) sono in grado di dare consigli corretti e di suggerire le imprese affidabili. Utili informazioni anche sul sito del Ministero della Salute, alla voce “amianto”».

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