L’attesa dei media si va facendo sempre più intensa: pur mancando segnali autorevoli sulla data precisa della sua pubblicazione, l’attenzione di tutti – intellettuali, politici, economisti, ambientalisti, ma anche credenti comuni e persone di buona volontà che hanno a cuore le sorti del nostro pianeta – si va concentrando sull’imminente stesura dell’enciclica in cui verrà affrontato con chiarezza e profondità il “pensiero verde” del pontefice. Gli indizi a favore di questa scelta erano stati inequivocabili sin dal primo giorno dell’elezione al soglio di Pietro, racchiusi nella scelta di quel nome impegnativo quanto inaspettato, che dichiarava con semplicità e immediatezza la voglia di dare continuità e ulteriore spessore al rapporto che lega il rispetto del creato, l’infaticabile preoccupazione per la pace e l’amore per i poveri. E nel corso di questo anno spesso si è dovuto più volte dare conto sulle pagine dei giornali e nei resoconti televisivi degli interventi informali e delle prese di posizione ufficiali del Papa attraverso cui emergevano ulteriori, molteplici e talora inedite esplicitazioni sull’argomento.
Lettera enciclica green – Ora l’insieme di queste riflessioni sta per prendere corpo nella seconda (ma per tanti versi prima) lettera enciclica in cui Bergoglio affronta i nodi fondamentali dell’esperienza umana e religiosa nel mondo contemporaneo. Al centro di questa ampia lettura del presente e delle sue invocazioni di salvezza autorevoli fonti vaticaniste confermano che verrà posta l’urgenza di “coltivare e custodire il creato”, rinnovando l’indicazione originaria della fede ebraico-cristiana proposta nel testo della Genesi, ma anche accogliendo e attualizzando le suggestioni derivanti dal Magistero della Chiesa negli ultimi cinquantanni, a partire dal documento Pacem in Terris che rese grande l’esperienza pastorale di Giovanni XXIII e orientò i lavori del Concilio Vaticano II, fino ai più recenti appelli di Benedetto XVI contro il degrado ambientale prodotto da un processo di modernizzazione che non ha generato uno sviluppo autentico dei popoli della terra.
L’urgenza di un’etica ambientale – Papa Francesco non si limita però a ricalcare le orme dei suoi predecessori, a riscrivere un copione ormai consolidato. Mentre in apparenza sceglie la strada della continuità, di fatto introduce elementi nuovi di analisi, seguendo come filo conduttore l’intreccio fra questione antropologica e questione ambientale, che non a caso trova proprio nell’esperienza ecclesiale dell’America Latina negli anni Sessanta e Settanta un importante laboratorio di riflessione critica e di progettazione culturale e sociale. Significativa è, d’altronde, anche sul piano metodologico, la decisione di chiamare come collaboratori per la stesura della prossima enciclica personalità di spicco – fra tutti vale la pena citare il vescovo Erwin Krautler, da tanti anni impegnato come missionario in Brasile – che proprio nei territori maggiormente penalizzati dalla globalizzazione si sono sforzati di ripensare all’urgenza di un’etica ambientale che sia segno dell’ansia per una migliore giustizia nei confronti dei poveri e degli emarginati.
Tra i collaboratori della prossima enciclica, papa Francesco ha chiamato il vescovo Erwin Krautler (nella foto) da anni impegnato come missionario in Brasile (foto Prelazia do Xingu)La questione ecologica, dunque, viene riletta da Papa Francesco come vocazione ordinaria dei credenti e di tutti gli uomini di buona volontà, perché siano vigilanti nella produzione e distribuzione dei beni indivisibili che danno qualità alla vita di ciascun essere umano (l’acqua, l’aria, le materie prime…); decisi nell’affrontare responsabilmente tutte le contraddizioni economiche e politiche che portano ad uno sfruttamento eccessivo delle risorse dei territori e a conseguenti disastri ambientali (dal’inquinamento alle alluvioni); pronti ad aver cura e sollecitudine delle moltitudini che di fatto restano escluse dal soddisfacimento dei diritti fondamentali legati alla vita e alla dignità umana (restano scolpiti nella memoria collettiva i tanti momenti in cui il Papa ha incontrato e fatto proprio il dolore dei migranti, dei disoccupati, dei senza-tetto); testimoni di un impegno permanente per coltivare il creato attraverso azioni di protezione, promozione, prevenzione mirate ad uno sviluppo sostenibile dell’ecosistema, ad un riequilibrio progressivo delle esigenze della produzione e di quelle insite nella natura (non è certo un caso che da Taranto alla Sardegna, tanti guardano al Pontefice come l’unico mediatore che autorevolmente può agevolare e orientare la riscrittura della storia collettiva dei territori).
Il creato non perdona mai – Coniugando il tema ecologico con le urgenze della giustizia e della pace, Bergoglio, peraltro, non si sottrae al dovere di indicare l’intreccio nefasto fra politica ed economia come una delle cause principali dei mali esistenziali che investono la contemporaneità; nei suoi interventi, sono sempre molto incisive le parole rivolte alle autorità pubbliche e ai capi di Stato in merito ad interessi e pressioni dei gruppi e delle lobbies che dominano il mercato determinando ulteriori sperequazioni ed esclusioni nell’accesso ai beni ambientali. Ma non è tenero neppure con coloro che attraverso cattive abitudine quotidiane minano la salute e la vivibilità della gente, consapevole che la sommatoria degli insulti al pianeta sono altrettanto pericolosi e difficili da correggere. «Dio perdona sempre, le persone umane perdonano alcune volte, ma il creato non perdona mai: se tu non lo custodisci, lui ti distruggerà»: parole vibranti, che ricordano il grido antico dei profeti biblici in difesa dei poveri della terra e che ancora oggi evidenziano come il rapporto uomo/natura ha bisogno di equilibrio e saggezza, di umile contemplazione della bellezza del mondo ma anche di energia positiva per impedire che essa possa essere sconsideratamente ignorata o offesa.
Questo e altro sicuramente verrà riproposto nella prossima enciclica, ma c’è da scommettere che il testo offrirà elementi nuovi e sorprendenti, che aggiungeranno ulteriori motivi di riflessione e impegno, soprattutto per imparare a confrontarsi con la questione ambientale non in modo intellettualistico e radical-chic, ma ponendosi – una volta per tutte – dalla parte degli ultimi, condividendone, più che la rabbia (che non potrà comunque essere ignorata ancora a lungo), la speranza.


