Il blocco nello Stretto di Hormuz porta la crisi in Italia

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Crescono i prezzi di energia, materie prime e merci che transitano dal Golfo Persico. Prezzi alle stelle, speculazione e blocco del comparto agroalimentare

 

La guerra in Iran sta mettendo a dura prova anche il settore agroalimentare. Il blocco navale nello stretto di Hormuz sta di fatto bloccando il transito delle merci e delle materie prime, da e per l’Italia. Il Golfo Persico è una grande autostrada marittima importantissima per gli scambi commerciali del Made in Italy. Sono quindi inevitabili le ricadute sul settore, dal produttore al consumatore. Il blocco, poi, impedisce l’approvvigionamento anche di prodotti energetici vitali alla filiera e al mercato italiano.

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La guerra iniziata da Trump e Netanyahu in Iran, quindi, sta provocando pesanti ripercussioni all’economia italiana ed europea, ma anche grande instabilità nel bacino del Mediterraneo.

Secondo il Consorzio Italia del Gusto, “un’eventuale destabilizzazione dell’area può tradursi in un aumento dei costi di trasporto, delle assicurazioni marittime e delle materie prime, oltre che dei costi energetici, con possibili ripercussioni anche sui prezzi dei beni alimentari e sulle catene di approvvigionamento. Inoltre, le prime segnalazioni dal mondo agricolo indicano già ritardi nelle consegne e cancellazioni di ordini verso alcuni mercati della regione, con navi cariche di prodotti freschi ferme nei porti o in attesa di poter raggiungere le destinazioni finali.”.

«Il Medio Oriente – ha detto Giacomo Ponti, presidente del Consorzio Italia del Gusto – rappresenta un mercato dinamico e strategico per il Made in Italy alimentare. È quindi essenziale garantire la continuità delle rotte logistiche e la stabilità delle catene di approvvigionamento, evitando che tensioni geopolitiche possano tradursi in ostacoli all’export e nella crescita dei costi per le imprese. Le aziende italiane dell’agroalimentare».

Da un punto di vista agricolo, le coltivazioni di mais, soia e sorgo rischiano di saltare. Nelle regioni del Nord Italia in questo periodo si preparano a concimare i terreni, ma la guerra in Medio Oriente ha fatto schizzare i prezzi dei fertilizzanti, dell’energia e dei carburanti, mettendo così in difficoltà la filiera. Questa situazione sta influendo pesantemente anche sul grano, aumentando i prezzi delle materie prime e di conseguenza dei prodotti finiti. A disegnare il quadro è Confagricoltura. “Dall’inizio del conflitto in Iran, in alcune zone il costo dell’urea (uno degli input dei fertilizzanti) è passato da 55 euro/quintale a 75 euro. Si stanno verificando anche casi di indisponibilità di prodotto, benché non sia realistica, ma dovuta a fenomeni speculativi. Parallelamente, sul fronte dei carburanti, il gasolio agricolo è passato da circa 80 centesimi a oltre 1,20 euro al litro in pochi giorni.”.

È evidente che i costi di produzione lievitano, fino a diventare insostenibili per un’azienda agricola. A tutto questo va aggiunto l’aumento alle frontiere del costo dei fertilizzanti ad alta intensità carbonica importate nell’Ue.

“Partendo dalle stime previsionali di Eurostat – secondo le quali, per il 2025, i costi sostenuti dalle aziende agricole per energia e fertilizzanti si aggirano intorno ai 6 miliardi di euro – il Centro Studi di Confagricoltura ipotizza rincari del 30-40%, ossia un incremento dei costi di produzione fino a circa 2 miliardi di euro. Tale aggravio si aggiunge all’esplosione dei costi già causata dalla guerra russo-ucraina nel 2022 e ad oggi mai rientrata”, conferma Confagricoltura.

Anche l’economia pugliese sta soffrendo a causa della guerra in Medio Oriente. Il settore caseario meridionale, per esempio, secondo i dati raccolti da CIA Agricoltori Italiani Puglia, ha subito un forte calo di richieste di latte. Ciò è da attribuirsi ad un effetto collaterale indiretto della guerra. L’impennata dei costi di carburanti, energia, mangimi e materie prime, fa aumentare i costi di produzione e gestione degli allevamenti e del latte; così si preferisce acquistare latte straniero che costa meno. Ha spiegato Gennaro Sicolo, vicepresidente nazionale e presidente regionale di CIA Agricoltori Italiani, che “l’instabilità e il calo dei prezzi alla stalla vanno affrontati favorendo azioni e progetti che valorizzino i prodotti realizzati al 100% con il latte made in Puglia. Occorre trovare un punto di equilibrio con la GDO e le imprese di trasformazione. Una sempre più marcata dipendenza dal latte estero si ritorcerà anche contro di loro.”.

Intanto la Regione Puglia si è attivata per “aprire subito un tavolo di confronto con il Governo per monitorare l’andamento dei costi e individuare strumenti utili a sostenere il settore primario. L’agricoltura non può essere lasciata sola di fronte a una crisi internazionale che rischia di tradursi in nuovi aumenti dei costi e dei prezzi alimentari – ha detto l’assessore regionale all’Agricoltura Francesco Paolicelli – La priorità è tutelare le imprese agricole, garantire la continuità produttiva e proteggere il potere d’acquisto delle famiglie, evitando che l’instabilità internazionale si traduca in un ulteriore aumento del costo del cibo.”.

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