Nella parte settentrionale dell’India, verso Oriente, c’è il Bangladesh, uno Stato tutto sommato piccolo, ma densamente popolato, che si è reso indipendente dal Pakistan nel 1971, ormai più di 40 anni fa. La situazione economica è precaria, il tasso di povertà è alto e l’emigrazione verso i Paesi industrializzati è in costante aumento: in Italia gli immigrati del piccolo Stato asiatico sono – per numero – al sesto posto.
La tragedia di Savar e le carenze urbanistiche – Il Bangladesh è – suo malgrado – salito agli onori della cronaca nell’ultimo mese per il crollo a Savar, a 30 chilometri da Dacca, dello stabile Rana Plaza, un palazzo di otto piani con molte fabbriche abusive, dove la gente lavorava (sottopagata) in condizioni quasi disumane; la tragedia ha portato in dote più di millecento morti e oltre duemila feriti. Il dramma di Savar ha messo a nudo due aspetti fondamentali. Innanzitutto, la legislazione e la pianificazione urbanistica fanno ancora riferimento alle linee guida degli anni Cinquanta: impensabile, visti i molteplici cambiamenti tecnici, tecnologici e dei materiali disponibili negli ultimi sessant’anni per le opere edificabili; sebbene vi siano state delle rivisitazioni dal punto di vista delle regolamentazioni – le ultime nel 1993 con il Codice delle costruzioni e nel 2008 con le nuove linee per l’edilizia –, queste sono raramente applicate per colpa della «corruzione e la mancanza di integrità, dagli architetti agli ingegneri disonesti ai proprietari e ai funzionari dello Stato, che risparmiano sulle spese per la sicurezza», come affermato da Bashirul Haq, architetto di Dacca che fa parte della commissione governativa del Codice delle costruzioni.
La paura delle calamità naturali – In secondo luogo, il Bangladesh è anche una terra costantemente a rischio di catastrofi naturali: perché è uno degli Stati maggiormente messi in pericolo dagli effetti del riscaldamento globale e perché si trova – per buona parte della sua estensione territoriale – solo pochi metri sopra il livello del mare, esponendosi così alle inondazioni. È anche notizia degli ultimi giorni il probabile arrivo di un ciclone nei pressi delle zone costiere, che ha seminato il terrore e generato l’evacuazione dalle abitazioni di migliaia di persone che vivono lì. Naturalmente gli edifici e le strutture fatiscenti e poco sicure, insieme alla forte densità della popolazione, sono elementi che contribuiscono a rendere più drammatici i contorni di questi scenari, poiché offrono il fianco alla distruzione invece di opporsi o – quantomeno – resistervi. L’ONU, dal canto suo, ha predisposto un piano di rivalutazione e sostegno delle risorse umane, economiche e ambientali, puntando proprio sulla riduzione dei rischi causati dalle disgrazie naturali, costruendo ripari e misure di protezione nel breve, ma soprattutto nel lungo termine.


