EXPO, un’opportunità per la filiera agricola tricolore

Filiera corta, agricoltura di qualità, investimenti per la biodiversità, tutela delle specificità territoriali, norme per i piccoli produttori. Tanti fattori che potrebbero rappresentare una garanzia per il futuro del settore agricolo italiano e che dovrebbero trovare una vetrina internazionale nell’EXPO 2015 di Milano. Questa almeno è la speranza condivisa dai partecipanti alla Tavola rotonda che si è svolta durante l’undicesimo Forum internazionale dell’Informazione per la Salvaguardia della Natura. L’evento è organizzato dall’associazione Greenaccord Onlus in collaborazione con il Comune di Napoli.

«Il tema della sicurezza alimentare sarà strategico per il nostro futuro», ha osservato il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, in una lettera agli organizzatori del convegno. «Nel 2050 si prevede che il pianeta sarà abitato da 9 miliardi di individui. Come garantire cibo sano e sicuro a una popolazione mondiale in costante crescita è la sfida che abbiamo di fronte a noi per i prossimi anni. L’obiettivo fondamentale dell’Esposizione universale sarà quello di generare una discussione che possa contribuire a trovare soluzioni nuove per combattere la fame e garantire maggiore sostenibilità economica, sociale e ambientale ai modelli di sviluppo».

Un’analisi fatta propria anche dai partecipanti alla Tavola rotonda, che hanno sottolineato come l’appuntamento milanese debba essere l’occasione anche per approfondire le possibili soluzioni al problema dello spreco di risorse naturali. »L’uso eccessivo degli imballaggi e le filiere eccessivamente lunghe – ha ad esempio osservato Carlo Montalbetti, direttore generale di Comieco – hanno un impatto ambientale non più sostenibile». Da qui la speranza che Expo 2015 sia l’occasione anche per ripensare l’approccio al packaging e alla distribuzione dei prodotti.

Un’esigenza quantomai sentita dagli agricoltori italiani, secondo Maria Letizia Cardoni, presidente nazionale Giovani di Coldiretti. «Per essere davvero un’opportunità per il settore agricolo italiano – ha spiegato alla platea di giornalisti provenienti da oltre 50 Paesi del mondo – deve farsi strumento di promozione di un modo nuovo di fare agricoltura e parta dal rapporto con i territori».

Il sistema di produzioni standardizzate e strettamente legate alle biotecnologie non dà infatti garanzie. «Le filiere agroalimentari devono tornare a considerare il territorio in cui si sviluppano, le comunità che le ospitano e le peculiarità locali». Esigenza quanto mai sentita in Italia, Paese che nel mondo ha il primato delle denominazioni agricole d’origine e dei prodotti di qualità. «Se non puntiamo su questi elementi distintivi rischiamo di danneggiare nel lungo periodo un settore che oggi, nonostante la crisi vale 260 miliardi di euro, è l’unico nel nostro Paese ad avere un tasso di occupazione in crescita e a garantire l’opportunità per molti giovani».

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