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Edilizia e lavori pubblici, a Roma si controllava così

Il Museo Archeologico di Taranto

La notizia non è, come dire, fresca di giornata, anzi è piuttosto vecchiotta: per la precisione risale al I secolo a.C. ,vale a dire oltre 2mila anni fa, ma stranamente è di grande attualità. Dobbiamo al prof. Giuseppe Spilotro, docente di rischio idrogeologico presso l’Università della Basilicata, la curiosa ma efficace segnalazione. Si tratta di alcuni frammenti di tavole in bronzo del I sec a. C. esposte nel Museo Nazionale Archeologico di Taranto. Uno dei frammenti in questione doveva far parte di un provvedimento legislativo di ampia portata, redatto da un magistrato romano ed esteso a tutti i territori controllati direttamente o indirettamente da Roma. Taranto, che era una città Federata, cioè legata da un foedus, un patto di alleanza, con Roma , doveva sottostare anch’essa a quel provvedimento (che in verità la garantiva anche parecchio da comportamenti troppo “disinvolti” da parte di qualche amministratore pubblico), e questo spiega la presenza del reperto presso il Museo Archeologico  di Taranto. La legge, di cui il frammento riporta una parte, era stata emanata per reprimere e combattere “l’estorsione illegale di denaro ai contribuenti da parte di pubblici ufficiali – recita la scheda esplicativa allegata al reperto – e a regolamentarne la restituzione”. La legge indicava chiaramente anche le sanzioni per i magistrati truffaldini (dalla ineleggibilità alla rimozione dalla carica) e in più prescriveva che i nomi dei colpevoli dovessero essere resi pubblici e affissi sotto la tribuna da cui si prendevano le decisioni più importanti per la città: in un luogo, quindi pubblico e altamente significativo per la cittadinanza.

Ma c’è un altro frammento (stavolta si tratta di una copia, dato che l’originale, rinvenuto nei pressi dell’antica “porta Lecce” si trova al Museo archeologico di Napoli) che risulta di sconcertante attualità: in esso sono indicate norme e prescrizioni per i cittadini e i magistrati tarantini, tra cui l’obbligo da parte degli amministratori della cosa pubblica di produrre garanzie e di rispondere del loro operato davanti al Senato e – udite udite – il divieto di demolire o trasformare un edificio senza il parere favorevole del senato, nonchè indicazioni precise sui poteri dei magistrati nella costruzione di vie, fosse, cloache (cioè le fogne). Il provvedimento risale al periodo tra l’89 e il 62.

Lo stato dovrà risarcire con 49 milioni di euro i costruttori dell'ecomostro di Punta Perotti

Non si può non pensare a quanto accade oggi: il pensiero va alla vicenda di Punta Perotti a Bari. E’ di pochi giorni fa la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che condanna definitivamente il Governo a risarcire con l’astronomica cifra di 49 milioni di euro la Sud Fondi dei Matarrese, la Iema di Quistelli e la Mabar del gruppo Andidero, costruttori dell’ecomostro; ma la vicenda barese parte da molto lontano, da chi concesse molti anni prima l’autorizzazione a costruire, aggirando con leggerezza la legge Galasso, che impone di costruire ad almeno 300 metri dalla costa. Nell’antica Roma una vicenda del genere non si sarebbe trascinata tanto a lungo e soprattutto avrebbe chiarito subito le responsabilità, anche se le mazzette su appalti per lavori mai realizzati o realizzati in estrema economia anche allora esistevano eccome (e l’allora giovane e rampante avvocato Cicerone fu uno di quelli che dimostrò gli stretti legami tra corruzione e appalti pubblici). C’è da chiedersi: ma la Storia è ancora magistra vitae?

 

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