
Il progetto di una filiera di produzione a km. zero di mascherine va avanti. A breve potrebbero partire una cinquantina di aziende in Puglia. La senatrice L’Abbate: “Permettere alle aziende di mettersi subito al lavoro snellendo le procedure per l’autorizzazione”
Il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri due giorni fa è stato chiaro nella sua prima dettagliata conferenza stampa: l’Italia è a secco di mascherine, ce ne vorrebbero 90 milioni al mese, come già qualche giorno prima aveva detto il capo della Protezione civile Angelo Borrelli; ma Arcuri ha detto anche che quando partirà la produzione i laboratori italiani (dal più piccolo al più attrezzato) riusciranno a produrne 50 milioni al mese per arrivare, entro 60 giorni dall’avvio della produzione, a coprire il fabbisogno nazionale. Intanto il Ministro degli esteri Di Maio ha dichiarato che la Cina (la maggiore produttrice mondiale) è pronta a inviare 100 milioni di mascherine con una cadenza di 20 milioni di pezzi al mese.
Lombardia, Toscana, Puglia, molte aziende sono pronte

Nel frattempo i laboratori italiani si stanno attrezzando, grazie anche all’iniezione di fiducia di 50 milioni di euro stanziati dal Decreto Cura Italia per le aziende che convertiranno la loro produzione e/o cominceranno a realizzare le tanto agognate mascherine e, più in generale, dispositivi di protezione individuali (DPI) cioè tute, occhiali, guanti, ma sempre dopo la validazione di tessuti e manufatti da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, che è quello cui spetta l’ok definitivo di conformità.
Lombardia, Toscana e Puglia sono le regioni che più delle altre hanno accettato la sfida e sono in contatto con le strutture universitarie incaricate di testare i prototipi. Dopo l’annuncio della scorsa settimana, effettuato dalla senatrice Patty L’Abbate, sull’avvio di una filiera della produzione di mascherine a km. zero capace di produrre un quantitativo utile al fabbisogno pugliese, siamo andati a verificare come stanno le cose e se siamo pronti a partire con questa nuova produzione.
L’Abbate: “La task force sta funzionando”
«Il progetto partito di concerto con Protezione Civile, Ministero dello Sviluppo economico e Istituto Superiore di Sanità sta andando avanti, anche grazie alla collaborazione del Politecnico di Bari e del Dipartimento per la promozione della salute della Regione Puglia, con loro siamo in contatto con l’ISS», dice la senatrice. Infatti la task force contatta le aziende che hanno manifestato la disponibilità a produrre e le indirizza al Politecnico che a sua volta sta testando i tessuti e/o i prototipi per le mascherine ma anche per altro materiale che potrebbe essere utilizzato, aspettando dall’ISS l’autorizzazione al rilascio della certificazione di idoneità. A sua volta la Regione si sta attivando per individuare i canali di distribuzione dei prodotti.
Vari sono i materiali al vaglio degli esperti: da quelli che possono essere assimilati a quelli impiegati attualmente per le mascherine FP1 e FP2 e utili per gli operatori sanitari, al tessuto-non-tessuto multistrato o sempre TNT accoppiato a cotone o poliestere o in cotone trattato con fibre in carbonio. «Ci sono mascherine per diverse esigenze – ci spiega la senatrice L’Abbate – gli operatori sanitari come i lavoratori che hanno necessità di operare a meno di un metro di distanza, hanno bisogno di protezione maggiore rispetto alla collettività, e la protezione facciale deve essere quantomeno simile alle mascherine chirurgiche e ottenere quindi l’assenso dall’ISS. »
A ognuno la sua mascherina
Partiamo dal concetto che la mascherina non blocca il virus ma serve a evitare che un individuo, quando parla possa trasmettere, insieme con le goccioline di vapore che emette, anche il virus. Per questo la prima caratteristica della mascherina è che sia idrofoba al suo interno, cioè sia capace di mantenere le goccioline di vapore senza farle passare. Queste sono le mascherine filtranti che vanno bene per i cittadini. La mascherina usata dai medici ha al suo esterno un altro strato idrorepellente, che cioè deve evitare che i liquidi (per esempio le goccioline di uno starnuto o di un colpo di tosse del paziente che il medico sta visitando) vadano nella parte interna e contagino il medico.
Le norme da seguire per uscire dall’emergenza

Tra le norme precise fornite dall’ISS sulla distribuzione del prototipo, c’è anche quella che impone la produzione dei dispositivi in ambiente sanificato che rispetti alcune norme ISO. «Sono in contatto col Commissario Arcuri e con il suo collaboratore il prof. Edgardo Somma, e concordiamo su molti aspetti – dice la senatrice L’Abbate – cioè che si può superare l’ostacolo della certificazione ISO, ma quantomeno la produzione delle mascherine per la collettività deve avvenire in un ambiente salubre con tutti gli accorgimenti possibili per evitare inquinamenti di tipo microbico. Siamo in una situazione di emergenza, dobbiamo fare in modo di accelerare la realizzazione delle mascherine e di mettere le aziende nelle condizioni di farlo; per strada incontri ancora gente che non indossa nulla e può quindi contaminare il prossimo ».
Essere in emergenza significa, per essere concreti, che stiamo creando dal nulla la procedura adatta per poter produrre in Italia mascherine che prima arrivavano dall’estero. Quindi le aziende che cercano di adattarsi per essere utili vanno ringraziate; molte di loro non hanno richiesto alcun supporto economico allo Stato. Per questo è necessario del tempo per produrre un prototipo il più giusto possibile, con le caratteristiche tecniche realmente utili ad ognuno.
È una corsa contro il tempo che però per certi versi si può affrontare con un po’ di elasticità. «Interfacciandomi con il prefetto di Bari, la dott.ssa Bellomo, abbiamo visto quale modulistica può essere utilizzata dalle aziende tessili che secondo il decreto del 22 marzo hanno necessità di ottenere una deroga per continuare a produrre questi manufatti utili al momento emergenziale, come appunto presentare l’istanza considerando il loro codice Ateco di attività».
La mappa delle aziende
Le aziende pronte a partire in Puglia sono circa 50, alcune delle quali capaci di produrre 15mila mascherine al giorno, altre meno e altre anche molte di più. Se ne contano una trentina nel barese, una dozzina tra BAT e Salento, e altre fra Foggia e Taranto. Il tutto con il coinvolgimento delle organizzazioni di categoria come Confindustria. «Non è complicato fare partire le aziende con questa nuova produzione – spiega la senatrice l’Abbate – anche perché la filiera tessile non ha bisogno di nuovi macchinari per riconvertire la produzione. L’importante è ottenere le giuste autorizzazioni, produrre manufatti con la chiara specifica del tipo di utilizzo, se sono per la collettività o dei DPI, ossia a chi sono destinate. Il Politecnico di Bari farà la sua parte creando una linea guida e interfacciandosi con le aziende che necessitano di test di prova sui campioni per poter proseguire con l’autocertificazione presso l’ISS.»
Il problema della distribuzione
L’ultima questione: a chi vendere le mascherine? Perché le aziende chiedono anche questo. Da Consip fanno sapere che la Regione Puglia potrebbe essere l’unico acquirente dei DPI e provvedere alla distribuzione; oppure le mascherine potrebbero essere vendute, ovviamente dopo l’ok dall’ISS, dalle aziende stesse, tramite un protocollo d’intesa tra Regione Puglia, le aziende che sono censite e il POLIBA. Mentre i dispositivi facciali detti mascherine filtranti, che non necessitano di autorizzazione dell’ISS, potranno essere venduti dalle aziende previo comunicazione alla Prefettura.


