Verso le eco-regioni italiane

La proposta di riordino delle regioni nello schema della Società Geografica Italiana

Recentemente la Società Geografica Italiana , la più antica istituzione di ricerca territoriale del nostro Paese, ha presentato una proposta di ripartizione territoriale dell’Italia che prevede la sostituzione delle attuali Regioni con 36 dipartimenti regionali e la soppressione di tutte le provincie. Il riordino territoriale proposto non parte da un raggruppamento delle province – così come previsto ad esempio dal Governo Monti –, ma da un’aggregazione intercomunale basata su nuovi assets quali la competitività, la sostenibilità ambientale e l’innovazione socio-culturale. Un progetto, questo, che tiene conto anche delle aree aggregabili in ordine a delimitazioni fisico-funzionali del territorio – come ad esempio aree residenziali, produttive, turistiche -, del capitale relazionale e sociale, delle reti di connessione, ovvero l’accessibilità fra dipartimenti dal punto di vista delle infrastrutture.

Secondo quanto affermato dalla Società Geografica Italiana, queste “nuove regioni” saranno il più possibile autosufficienti potendo svolgere al proprio interno un maggior numero di funzioni rispetto a quelle attualmente di competenza regionale. Dal punto di vista decrescente la proposta della Società Geografica Italiana potrebbe essere considerata un ottimo punto di partenza per la ridefinizione del territorio nazionale su base eco-regionale. Pone infatti le fondamenta scientifiche della suddivisione territoriale, ma richiede la ricontestualizzazione di alcuni concetti come “l’autosufficienza” e la “sostenibilità ambientale”.

Comuni e Province potrebbero interagire con lo Stato attuando una "democrazia di prossimità"

Quando si parla di autosufficienza non si può far riferimento solamente all’aspetto amministrativo e politico, ma si deve necessariamente ricomprendere “l’autosufficienza energetica (quindi un territorio locale che diventa produttore di energie rinnovabili, integrate senza distruggerlo perché autogovernato)”  – come ha detto l’urbanista Alberto Magnaghi intervistato da Karl-Ludwig Schiber ai “Colloqui di Dobbiaco” del 2012 e aspirare all’autosufficienza alimentare. La “sostenibilità ambientale” non può prescindere “dalla sovranità alimentare; dalla chiusura locale dei cicli locali dell’acqua sono sempre parole di Magnaghi – , dei rifiuti, del cibo, del rapporto tra produzione e consumo; dalla peculiarità dei sistemi produttivi fondati sull’identità dei patrimoni locali”. Va però detto che una riforma di questo tipo non può vedere la luce se non accompagnata da un’altra riforma territoriale di fondamentale importanza: la riorganizzazione dei Comuni. Una loro revisione territoriale e funzionale è oramai imprescindibile e deve avvenire parallelamente con quella delle Regioni, con le quali si devono definire i rapporti di interazione.

La cosa certa è che siamo di fronte alla necessità di scelte strategiche per un ammodernamento del nostro Paese. La riorganizzazione territoriale è una di queste e va di pari passo con altre scelte squisitamente politiche, quali la composizione delle Camere del Parlamento e la legge elettorale. Sapremo raccogliere la sfida?

 

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