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Masseria Pavoni: la ricostruzione

<p>stemma nobiliare e particolare dei mattoncini</p>

stemma nobiliare e particolare dei mattoncini

<p>la masseria Pavoni - in primo piano le pecore della Razza "Gentile di Puglia"</p>

la masseria Pavoni - in primo piano le pecore della Razza "Gentile di Puglia"

I mattoncini della Masseria Pavoni nascondono un segreto.  Hanno lo stesso colore, ma non la stessa età. Meticolosamente ricostruita, la torre conserva i frammenti dell’antico palazzo nobiliare andato distrutto insieme all’adiacente cappella.  Ma i fratelli Carrino non disperano: rilievi alla mano, intendono ricostruire l’antico palazzo e la cappella, che hanno ceduto al terremoto del 1980. Nel retro un muro ha tenuto duro, con le nicchie della chiesetta, come se ci fossero ancora i Santi.   Della tenuta non resta che una ringhiera in ferro battuto, che ha cambiato balcone. Uno stemma nobiliare, in cima alla torre, consente di datare la costruzione al XVII secolo.  Un secolo dopo l’insediamento sarebbe finito nelle disponibilità della nobile famiglia di Lucera dei De Nicastri, e negli anni Cinquanta l’Ente di Sviluppo della Riforma Fondiaria mise le mani sui terreni ed espropriò circa 235 ettari.

<p>ringhiera in ferro battuto - particolare di un balcone</p>

ringhiera in ferro battuto - particolare di un balcone

I lavori di restauro sono stati realizzati a spese della famiglia Carrino, che ha apportato alcune modifiche all’originaria struttura, pur restando fedele all’antico progetto. In origine, non c’era la scalinata sul fianco destro del bastione, che sormonta un arco d’ingresso. Il camino nei locali delle stalle sarà ristrutturato e tornerà a funzionare.

<p>scalinata - particolare</p>

particolare della scalinata

Lungo la via dei tratturi, la stazione di posta di San Giusto con la Masseria tornerà all’antico e nobile splendore e dirimpetto il sole picchierà forte sui pannelli fotovoltaici. Proprio sulle rive dell’invaso che ha sommerso un insediamento sorto intorno al I secolo d.C. e abbandonato agli inizi dell’VIII secolo. L’Università degli Studi di Foggia e l’archeologo Giuliano Volpe (che oggi ne è il Rettore) hanno fatto le loro indagini sotto la minaccia dell’acqua, che avrebbero dovuto irrigare le campagne limitrofe. Un chilometro più in là, i fratelli Carrino strappano la storia al suo destino, e continuano a pascolare il loro gregge, orgogliosamente pastori delle vie della transumanza.

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