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Jay, l’Uomo della Pioggia è tornato
con la piccola signorina Sunshine
Rihanna dove sei?
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Quando c’è la luce del sole, brilleremo assieme
ti ho detto che sarò qui per sempre
ho detto che ti sarò per sempre amico
ho fatto un giuramento, lo manterrò fino alla fine
adesso che sta piovendo più che mai
so che continueremo ad averci
puoi stare sotto il mio ombrello
puoi stare sotto il mio ombrello
sotto il mio ombrello, sotto il mio ombrello
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sta piovendo, tesoro sta piovendo
tesoro vieni da me, vieni da me
sta piovendo, tesoro sta piovendo
Mai un oggetto così comune come l’ombrello ha ricevuto un tale tripudio grazie alle corde vocali e non solo di Rihanna, in una tra le canzoni più note della cantante arrivata dalle isole Barbados: Umbrella!
Ombrello. Nato per riparare dal sole, infatti, la parola deriva proprio da ombra, l’ombrello è stato sempre un oggetto appannaggio dei ceti più elevati: pare fosse già utilizzato nell’Egitto dei faraoni, all’epoca dell’imperatore in Cina, a quella dei Samurai in Giappone, dove è poi diventato un vero e proprio simbolo nazionale, al tempo dell’Impero Romano, come accessorio di abbigliamento vezzoso e seducente dalle donne più ricche. E così fino fine settecento, diventando anche oggetto esclusivo del papa. Solo nell’Ottocento l’uso dell’ombrello diventa quello di riparare dalla pioggia. Anche da un’eventuale pioggia di proiettili, se si considera che ’ex presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy usato un ombrello rinforzato in Kevlar, chiamato “Para Pactum”, per proteggersi da eventuali attacchi, portato dalla sua scorta.
Non tutti però possono permettersi un ombrello da diecimila sterline, anzi. Il mercato cinese ci ha abituati, ormai, a ombrelli quasi usa e getta, di soli due euro, che si sfasciano alla prima botta di vento.
È stato calcolato che ogni anno si rompono circa unmiliardo di ombrelli, che generalmente sono fatti di poliestere e il ferro, materiali difficilmente smaltibili. Se calcoliamo circa 240g di ferro a ombrello, avremo un totale di 240.000t: quanto basta per costruire, ogni anno, oltre 25 torri Eiffel!
Ecco che, all’ennesimo ombrello rotto, a Gianluca Savalli, ingegnere e Federico Venturi, designer, è venuta l’idea di progettare un ombrello riciclabile al 100%, realizzato in un unico materiale ecosostenibile, il polipropilene, che resiste a urti e vento, senza deformarsi. Si chiama Ginkgo – dalla pianta del Gonkgo biloba -, l’ombrello di Savalli e Venturi che ha vinto un premio di 2000 euro alla Product Competition Italy 2011, competizione interna al Politecnico di Milano organizzata dall’Acceleratore d’Impresa e dalla Fondazione Politecnico di Milano, Ginkgo, utilizzati per la progettazione, la produzione di stampi e per il deposito del brevetto. L’Acceleratore del Politecnico di Milano ha inoltre fornito gli strumenti per capire il mercato e per studiare il business plan e la distribuzione del prodotto. Grazie all’Acceleratore, Ginkgo ha partecipato a numerosi eventi alla presenza di investitori e business angel e, grazie a questi contatti, ha rafforzato il suo team con l’ingresso di Marco Righi, ingegnere gestionale, che ora si occupa dello sviluppo commerciale. Obiettivo: creare una start up.
Ginkgo, lo scorso 20 settembre, ha superato la prima selezione internazionale del James Dyson Award, prestigioso premio di design, che si propone di scoprire oggetti belli funzionali e di aiuto alla gente comune nella vita quotidiana.
A Gignese, vicino a Verbania, esiste un Museo dell’Ombrello e del Parasole, unico al mondo. Nelle teche c’è la storia dell’oggetto ma si raccontano anche le vicende degli ombrellai del Vergante e del Mottarone, le colline che circondano il Lago Maggiore. Nell’Ottocento questi ombrellai erano diventati una forte corporazione di artigiani ambulanti, che trasmettevano i segreti del mestiere in codice per non svelarli ai non iniziati. Una vetrina, Ginkgo se l’è già bell’e guadagnata.


