Morti per amianto: lo strano caso del “Palazzaccio”

Fa discutere la sentenza choc della Suprema Corte al processo Eternit

La sentenza choc della Corte di Cassazione al processo Eternit continua e continuerà a far discutere ancora. Sembrerebbe un paradosso ma, per i morti per amianto, in Italia, “la legge non è uguale per tutti”. In realtà così non è.

L’inghippo. Il processo Eternit di Torino, passato in giudicato senza possibilità di appello, è stato a suo tempo avviato con l’ipotesi di reato per disastro ambientale. Reato i cui termini di prescrizione – si calcolano sulla base del massimo della pena previsto nel Codice penale e sono proporzionati alla gravità del reato. Per il reato di omicidio colposo i termini di prescrizione sono stati prolungati a 14 anni che diventano 17 anni e 6 mesi nel caso di interruzione del processo – sono stati dimezzati nel 2005 dalla cosiddetta legge ex Cirielli. La Corte Suprema nel giudizio non si è occupata delle persone decedute e ammalate a causa dell’amianto e, seppure abbia riconosciuto il reato, ha ammesso che era troppo tardi per giudicarlo.

La Corte di Cassazione conferma le condanne per omicidio colposo a carico di tre ex dirigenti dello stabilimento Fincantieri di Palermo

Due giorni dopo la prescrizione del disastro ambientale per i tremila morti degli stabilimenti Eternit, ieri sera, 20 novembre, lo stesso “Palazzaccio” conferma, invece, le condanne per omicidio colposo a carico di tre ex dirigenti dello stabilimento Fincantieri di Palermo, per la morte di 37 operai uccisi anche loro dalle polveri di asbesto e per la malattia sviluppata da altri 24 lavoratori.

La Quarta sezione penale della Cassazione, presidente Giacomo Foti, ha confermato, infatti, il verdetto della Corte di Appello di Palermo, emessa il 6 novembre del 2012. E sono stati pure confermati i risarcimenti in favore di tutte le parti civili, compresa Fiom, Legambiente, e Associazione esposti all’amianto, poiché la prescrizione è intervenuta dopo la pronuncia di colpevolezza. Indennizzata anche l’INAIL per il sostegno economico dato alle vittime e ai loro familiari, “come prevede la Costituzione”.

Lo stabilimento Fibronit di Bari, al centro del quartiere Japigia, dopo i primi lavori di bonifica

Stessa linea seguita nel procedimento a carico dello stabilimento Fibronit di Bari: ai dirigenti, infatti, non è stato contestato il reato di disastro colposo ma quello di omicidio colposo. Le indagini del pubblico ministero Ciro Angelillis si sono concentrate non sull’esposizione all’amianto ma sulle morti – furono scelti i casi più recenti proprio per evitare il pericolo di prescrizione – causate da patologie asbesto correlate, sia di lavoratori sia di cittadini che abitavano vicino alla fabbrica del capoluogo pugliese. Lo stesso pm, poi, fece richiesta dell’aggravante della “di colpa cosciente o con previsione”, perché, i dirigenti Fibronit erano a conoscenza del pericolo del “polverino” ma non adottarono alcun dispositivo di sicurezza per la vita dei dipendenti.

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