
Stop all’accordo con il ricorso alla Corte di Giustizia: vincono agricoltori e territori, ora serve coerenza nelle politiche commerciali
di Patty L’Abbate (*)
Il Parlamento europeo ha fermato l’accordo UE-Mercosur. La bocciatura arrivata ieri in plenaria segna uno stop politico netto a un’intesa che per mesi è stata presentata come inevitabile. È una vittoria degli agricoltori, dei territori e delle filiere di qualità europee. Ed è, allo stesso tempo, una sconfitta per chi ha tentato di imporre questo trattato dall’alto, ignorando le forti criticità emerse sul piano agricolo, ambientale e sociale.
Lo stop è arrivato attraverso il voto sul ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea, che congela il percorso di ratifica dell’accordo appena firmato in Paraguay dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Una linea difesa fino all’ultimo anche da diversi governi, nonostante le proteste crescenti che hanno portato migliaia di agricoltori con i trattori davanti al Parlamento europeo a Strasburgo.
Cosa prevede l’accordo UE-Mercosur

L’accordo UE-Mercosur mira a creare la più grande area di libero scambio al mondo, con 718 milioni di persone e un Pil complessivo di oltre 22mila miliardi di dollari. Prevede l’eliminazione progressiva dei dazi su oltre il 90% delle merci scambiate, con benefici concentrati soprattutto sul comparto industriale europeo. L’Unione esporta verso il Mercosur macchinari, auto e prodotti chimico-farmaceutici, mentre importa soprattutto materie prime e prodotti agricoli. Sul piano geopolitico e industriale la strategia è chiara; molto meno lo è sul fronte agricolo.
Proprio per questo diversi Stati membri – tra cui Francia, Polonia, Austria, Irlanda e Ungheria – si sono opposti all’intesa. Anche le garanzie introdotte in extremis, come i meccanismi di salvaguardia, il fondo di emergenza e il richiamo al principio di reciprocità, non risolvono il nodo centrale: la profonda asimmetria tra le regole imposte agli agricoltori europei e quelle in vigore nei Paesi del Mercosur.
Una bilancia “sbilanciata”

Gli agricoltori dell’UE operano sotto norme stringenti su pesticidi, antibiotici, benessere animale e tutela ambientale. In Sud America gli standard sono spesso più bassi: in Brasile, ad esempio, molti principi attivi vietati nell’Unione sono ancora utilizzati. La stessa Commissione europea ha segnalato criticità nei controlli sulla carne bovina. È vero che l’accordo prevede il rispetto delle norme UE e l’etichettatura dell’origine, ma i controlli alle frontiere restano insufficienti e rappresentano il punto più debole dell’intero impianto.
Il problema, dunque, non è solo quantitativo – legato alle quote di importazione – ma strutturale. Ancora una volta l’agricoltura viene trattata come merce di scambio per obiettivi industriali e geopolitici, scaricando costi economici, ambientali e sociali sui territori rurali.
La bocciatura di ieri dimostra che una battaglia portata avanti con serietà e continuità può incidere davvero sulle scelte europee, anche quando la Commissione spinge nella direzione opposta. Ora l’Unione europea deve scegliere se continuare a proclamare obiettivi ambientali e sociali solo a parole o se rendere finalmente coerenti le sue politiche commerciali. Gli agricoltori e le eccellenze europee non possono più pagare il prezzo di accordi pensati altrove.
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