Tasse da tutto il mondo, l’immaginazione non ha limiti

La pianificazione fiscale per i lavoratori da remoto può essere complicata e richiedere la consulenza di professionisti esperti in materia fiscale

Pagare le tasse serve anche ad aumentare il livello di benessere di uno stato ma in passato serviva molto più spesso per finanziare le guerre. Nei secoli sono state inventate le tassazioni più disparate: sulla barba, sugli orologi, sul sale, sull’urina e persino sulle carte da gioco. Ecco una prima carrellata in giro per il mondo sulle tasse più curiose e discutibili

Alessandro Giraudo (*)

Nel corso della storia, i governi e gli amministratori locali si sono spesso trovati di fronte allo stesso problema: ottenere dai cittadini la massima quantità di denaro per coprire le spese di Stati, regioni, città e, molto spesso, delle corti principesche o imperiali. La tassazione, dunque, è sempre stata oggetto di un conflitto che vedeva i cittadini che dovevano difendersi dalle misure fiscali dei governanti e dei politici.

L’amministrazione era costantemente alla ricerca di denaro. Chi doveva pagare inventava stratagemmi di ogni tipo per limitare o addirittura evitare la pressione fiscale, ma i servizi fiscali inventavano in continuazione nuove tasse e imposte, per incrementare al massimo il gettito fiscale. Naturalmente c’era un limite al volume di denaro che si poteva raccogliere. Per esempio, come scrive Svetonio nelle Vite dei Cesari, quando i governatori delle province romane chiesero a Tiberio di incrementare le tasse, l’imperatore rispose che il «buon pastore tosa le pecore, non le scortica».

Tanti i “fuochi”, tante le persone da tassare, ma…

Gli esattori erano spesso odiati. Il caso più drammatico è rappresentato dalla rivolta contro il fisco a Lagash (in Mesopotamia, circa 4000 anni prima di Cristo), in cui tutti gli uomini incaricati di riscuotere le tasse furono uccisi. Un antico proverbio sumero recita: «Si può avere un padrone, si può avere un re, ma l’uomo da temere è l’esattore delle tasse». E la realtà fiscale attuale, nel mondo intero, non è cambiata molto; forse la più grande differenza consiste nel fatto che nel passato l’amministrazione fiscale si basava sui “fuochi”, cioè i camini ed i forni che erano usati per cuocere i pasti e per riscaldare le case…adesso l’amministrazione fiscale si basa molto sull’informatica….E la formula della fiscalità sui fuochi spiega la regione per la quale a Roma molte case non disponevano di fuochi per riscaldare i pasti e  numerose taverne e negozi di prodotti alimentari vendevano anche dell’acqua bollente che i Romani compravano e portavano a casa per preparare il pasto…

Pecunia non olet

Nel I sec. d.C. l’imperatore Vespasiano istituì una tassa sull’urina raccolta nelle latrine gestite dai privati e che serviva per il trattamento e lo sbiancamento dei tessuti, la concia, l’igiene dentale e la farmacopea

Nell’antico Egitto esisteva una tassa sull’olio da cucina. Ma l’unico a poter vendere questo tipo di olio era il faraone, che ne deteneva il monopolio, e al compratore non era consentito riutilizzarlo una seconda volta, perché così facendo non avrebbe pagato la tassa. Svetonio in Vite dei Cesari ed anche Cassio Dione in Storia romana citano una espressione divenuta celebre: pecunia non olet, il denaro non ha odore. Così l’imperatore Vespasiano (che regnò tra il 69 e il 79 d.C.) rispose al figlio Tito che lo criticava di aver istituito una tassa , la centesima venalium, sull’urina raccolta nelle latrine gestite dai privati; questo liquido – che contiene il 3% di ammoniaca –  era utilizzato per il trattamento e lo sbiancamento dei tessuti, la concia, l’igiene dentale e la farmacopea. Chi acquistava l’urina doveva pagare una tassa. Nel 212 d.C. Caracalla, imperatore noto per la sua megalomania e le azioni sanguinarie, promulgò la Constitutio Antoniniana, un editto che estendeva a tutti gli abitanti dell’impero la cittadinanza romana, fino ad allora concessa solo agli abitanti dell’Italia e delle province romane. Era un grande gesto di civiltà, certo, ma implicava anche che tutti i nuovi cittadini fossero soggetti al pagamento delle tasse, soprattutto quelle di successione. Il fisco romano trovò così altri 25 milioni di “clienti da tosare”. L’imposta di successione fu fonte sostanziale di entrate e permise all’Impero Romano di ritardare di diversi lustri la drammatica crisi del III secolo (225-284).

Gabelle  e gabellieri

Il sistema fiscale romano applicava una tassa sul sale simile a quella della Cina. Ogni forma di tassa sul sale era odiata dalla popolazione, come tutte le altre popolazioni nel mondo, aveva assolutamente bisogno di questo prodotto, componente essenziale della dieta umana e animale e, fino all’invenzione di sistemi per mantenere gli alimenti al freddo e congelati, veniva utilizzato per la conservazione dei generi alimentari deperibili (in particolare carne, pesce e formaggio). In Francia la tassazione del sale fu introdotta come misura “temporanea” da Luigi IX (1246); reintrodotta da Filippo IV (1286), fu dichiarata permanente da Filippo VI (1343), con la creazione del monopolio statale e dei magazzini del sale.

Le gabelle (dall’arabo dialettale gabela, una variante di qabala, che significa pagamento) venivano sistematicamente applicate ai beni di consumo di base. Fu l’occupazione temporanea della Sicilia da parte dei Francesi che introdusse nella lingua transalpina questo termine, largamente impiegato dall’amministrazione araba nell’isola. I gabelous erano i doganieri incaricati della raccolta. I nobili che avevano comprato il diritto di esazione delle imposte si impegnavano a versare una certa somma all’erario per poi recuperarla dalla popolazione. Il contrabbando di sale si sviluppò in tutta la Francia, in particolare attraverso le Alpi piemontesi; molti storici ritengono che tra le ragioni della Rivoluzione francese ci sia stata anche la gabella (che fu abolita nel 1790).

Dalla guerra del sale in Umbria  alla Marcia del sale di Gandhi

In Umbria è nota a vicenda della guerra del sale del 1540; il papa che controllava la regione aveva deciso di incrementare la tassa sul sale e questa decisione alimentò una rivolta della popolazione. Papa Paolo III (Alessandro Farnese) inviò suo figlio (siamo all’epoca dei papi del Rinascimento…), che era un condottiero, per domare la rivolta. Le sue truppe riuscirono a sconfiggere i rivoltosi ed i cittadini dovettero pagare l’aumento della tassa sul sale…ma decisero anche di cuocere il pane senza il sale: ecco l’origine del pane sciapo!

Altre rivolte contadine si svilupparono nel Monregalese piemontese contro l’introduzione della tassa sul sale. Infatti, Mondovì che passò nel 1396 sotto il dominio dei duchi di Savoia beneficiava dell’esenzione dalla tassa sul sale. Ma, verso la fine del XVII secolo, il duca Vittorio Amedeo II decise di abolire questo privilegio. Il popolo ed anche alcuni nobili si ribellarono nel 1680 e la rivolta venne sedata a Mondovì nel 1682, ma continuò in modo sporadico e talvolta violento. Terminò nel 1699, dopo aspri combattimenti ed alcuni paesi, vennero praticamente distrutti dalle truppe sabaude. In seguito, molte famiglie di questi luoghi vennero deportate nella baraggia vercellese.

La “Marcia del sale” guidata dal mahatma Gandhi (foto Wikipedia)

In varie regioni del mondo ci furono rivolte conto la fiscalità applicata al sale. Nel 1930 il fattore scatenante della Marcia del Sale di Gandhi per ottenere l’indipendenza dell’India dalla Gran Bretagna fu ancora il sale. Trecento chilometri a piedi per arrivare alle saline del Gujarat presidiate dagli inglesi e prendere una manciata di sale era il gesto per ribellarsi alla tassa imposta dal governo britannico. Più di 50mila persone furono arrestate, ma solo l’anno successivo il governo britannico concesse agli Indiani la libertà di raccogliere il sale per uso domestico…e nel 1947 il paese ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna.

Lo scutage: la tassa inglese pagata dai nobili per non andare a fare la guerra

Nel Medioevo c’era una tassa speciale sull’acquisto del sapone, che in Inghilterra rimase in vigore fino al 1835. Sempre dietro pagamento di una tassa speciale, lo scutage, nel 1159 il re inglese Enrico II permise ai cavalieri di non partecipare alle guerre. Non era una tassa troppo onerosa, ma appena il figlio Giovanni (Giovanni Senzaterra) prese il potere, la aumentò del 300% scatenando la violenta rivolta dei nobili che intendevano sottrarsi all’obbligo di andare in guerra. Alcuni giuristi ritengono che l’introduzione della Magna Carta fosse un’azione per limitare il potere di tassazione del re.

Paese che vai tassa sulla barba che trovi

Nel 1535 il re Enrico VIII – che sfoggiava una bella barba – introdusse una tassa proprio sulla barba. L’imposta era proporzionata alla posizione sociale occupata dal soggetto fiscale. Elisabetta I seguì l’idea del padre e introdusse anche una tassa sulle barbe non tagliate da più di due settimane.

In Russia, alla fine del XVII secolo, lo zar Pietro I decise di imporre il taglio della barba ai suoi sudditi. L’intento “ufficiale” era di incoraggiarli a radersi per motivi igienici e per seguire la moda dell’Europa occidentale, dove l’imperatore aveva realizzato un lungo viaggio. La tassa per chi rifiutava il taglio ammontava a 100 rubli per i nobili e gli alti funzionari e a mezzo copeco per i contadini. Il copeco era pari a un centesimo di rublo. L’imperatore, che portava i baffi, ordinò che all’ingresso di Mosca (San Pietroburgo divenne capitale della Russia nel 1712) fossero presenti dei barbieri professionisti per tagliare la barba a tutti i nuovi arrivati. Alla rasatura, di tanto in tanto, si cimentava Pietro in persona, assistito dai suoi giullari. Venne persino coniato un gettone in bronzo che doveva essere acquistato e portato con sé dagli uomini che volevano conservare la barba. Mostrava da un lato l’aquila imperiale russa e dall’altro il volto di un uomo con baffi e barba. Il gettone iniziò a circolare regolarmente, come se fosse una moneta. I più restii a tagliare la barba erano i membri della Chiesa ortodossa; le loro pressioni sul governo furono tali che alla fine vennero esentati.

La tassa sull’asso di picche, sugli orologi e sui caminetti

Sempre alla ricerca di nuovi fondi, Oliver Cromwell impose ai monarchici, i suoi più acerrimi avversari, una tassa sulle loro proprietà, con un’aliquota pari al 10% e i proventi di questa tassazione venivano utilizzati per…  combattere gli stessi monarchici (sic!).

In Inghilterra le carte da gioco ed i dadi furono soggetti a una tassa speciale fin dal XVI secolo. La tassa sulle carte fu introdotta nel 1588 e fu fortemente incrementata nel 1710, soprattutto sulle carte di qualità inferiore; fu ancora aumentata in occasione della Guerra dei Sette Anni (1756-63) per partecipare al finanziamento dello sforzo militare. In pratica, tutti i mazzi di carte non contenevano l’asso di picche ed i fabbricanti per vendere il loro prodotto dovevano pagare la tassa ed ottenere così il diritto di introdurre questa carta, con un incremento del prezzo del mazzo. Evidentemente i giocatori escogitarono diversi espedienti per non pagare la tassa; la carta dell’asso di picche era rimpiazzata da un’altra carta che aveva lo stesso valore. La pena di morte era comminata a chi fabbricava carte di assi di picche e di altre carte che la rimpiazzavano. Il governo abolì la tassa solo nel 1960.

Ma le carte avevano anche un altro ruolo: biglietti per messaggi amorosi, messaggi codificati, promemoria, segnapagina per i libri. Durante gli assedi  delle città, spesso le carte rimpiazzavano le monete che gli abitanti della città tesaurizzavano per  poter comprare la loro salvezza nel caso di una sconfitta e del saccheggio urbano; gli occupanti riconoscevano le monete d’ oro e d’argento che accettavano in cambio del risparmio della vita di un cittadino.

Nel ‘700 in Inghilterra tutti i mazzi di carte non contenevano l’asso di picche ed i fabbricanti per vendere il loro prodotto dovevano pagare la tassa ed ottenere così il diritto di introdurre questa carta, con un incremento del prezzo del mazzo

Nel 1685, Jacques de Meulles, l’Intendente del re nella Nouvelle France (Quebec), non disponeva più di denaro per pagare le truppe. Decise di distribuire delle carte da gioco firmate dallo stesso Intendente che sarebbero state cambiate in vere monete dopo l’arrivo della nave che partiva dalla Francia e trasportava, tra l’altro, anche delle monete. L’espressione “monnaie de carte” rimase per molto tempo nella regione.

Ed in Inghilterra una tassa a dir poco assurda fu quella sugli orologi creata nel 1797dal governo di William Pitt il Giovane: i proprietari degli orologi di casa (di qualsiasi tipo) dovevano pagare cinque scellini, gli orologi da taschino in metallo o in argento erano colpiti da una tassa di 2 scellini e sei pence, quelli in oro dovevano pagare dieci scellini. La tassa fu così impopolare che fu abolita nove mesi dopo la sua introduzione

Sempre in Inghilterra, a partire dal 1660 fu imposta una tassa sui caminetti (2 scellini all’anno per ogni famiglia): per poter riscaldare le loro case gli abitanti costruirono falsi muri che nascondevano i caminetti, aggirando cosi? la tassa, che venne abolita nel 1689.

Tante altre tasse fantasiose sono state emanate, salvo poi ad essere abolite, fino al 21° secolo. Ma di questo ne parliamo a brevissimo. (1. Continua)

 

(*) Alessandro Giraudo insegna a Parigi in una Grande Ecole. E’ l’autore di una ventina di libri fra cui Storie Straordinarie delle Materie Prime (1&2) e Quando il ferro era più caro dell’oro, pubblicati da ADD Editore, Torino.

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